domenica 28 aprile 2013

Binario13: Economia


L'ecatombe delle imprese: 40 imprese morte al giorno.


Dal 2007 ad oggi il nostro paese ha visto morire 70000 aziende di cui 4000 solo da inizio 2013.  Questa è una delle tristi realtà alla quale il nuovo governo dovrà trovare una soluzione.

Strutturalmente i sistemi capitalistici dell'Europa meridionale sono caratterizzati da un tessuto produttivo formato da piccole e medie imprese (PMI).[1] Le cause sono molteplici e legate, in primo luogo, al "peccato originario" della cronica penuria di capitali nel '800 e '900, periodo nel quale loro iniziarono a svilupparsi. Questo, associato ad una cultura finanziaria che non predilige il ruolo dei mercati borsistici e dei fondi pensione, quali strumenti per convogliare il risparmio dai soggetti in surplus a quelli in deficit, ha portato ad un ruolo preminente dello stato e degli istituti di credito che, come dimostra la crisi dei nostri giorni, non sempre hanno la forza o la lungimiranza di accompagnare certe iniziative. Anche dal punto di vista della governance e delle normative a tutela degli azionisti di minoranza, in Italia, sussistono grosse criticità. Gli investitori, nel nostro paese, non si sentono sufficientemente tutelati e rischiano, continuativamente, di subire operazioni in parti correlate che falcidino il valore dei loro investimenti. Si pensi, al riguardo, a quello che hanno fatto per anni, nel totale menefreghismo dei regolatori, i Ligresti o al concambio Atlantia-Gemina in questi giorni. E' naturale che i risparmiatori non siano incentivati ad acquistare azioni di imprese italiane. Che possiamo fare allora per uscire dall'impasse?

Innanzi tutto si dovrebbe portare il piccolo azionista al centro del nostro sistema regolamentare, difendendolo da frodi e abusi. Nel mentre si deve percorrere il cammino del sostegno allo sviluppo di nuovi fondi d'investimento, magari ricorrendo, per accrescere la raccolta e farne nascere di nuovi, a incentivi fiscali. Sto pensando per esempio all'equiparazione delle detrazioni sui rendimenti ottenuti investendo in un fondo a quella dei titoli di stato, lasciando l'aliquota più alta solo per coloro che investono in proprio. Sempre sul versante della raccolta si dovrebbe mettere mani, in modo serio e rigoroso, alla riforma cenerentola delle pensioni complementari. Riforma sempre più necessaria per garantire la sostenibilità del nostro sistema pensionistico, visto il progressivo invacchimento della popolazione. Peccato che questo provvedimento, vuoi le resistenze delle imprese e soprattutto dell'Inps, sia stato, fino ad ora, difficile da portare a compimento. La previdenza complementare permetterebbe di mettere in circolo una grossa liquidità che si potrebbe utilizzare per investimenti, quali infrastrutture o ricapitalizzazione di imprese, aventi ritorni lontani nel tempo.

I fondi, grazie al controllo che sono in grado di esercitare sull'operato dei manager e degli azionisti di maggioranza delle società, riescono a ridurre il rischio di frode o mala gestione. Sono quindi un ottima soluzione per la quasi totalità dei risparmiatori che, viste le loro limitate conoscenze, rischino di sezionare investimenti che non riuscirebbero a gestire. Acquistando la quota di un fondo, a discapito di investimenti diretti da loro individuati, i risparmiatori otterrebbero una gestione professionale e una diversificazione di portafoglio che difficilmente un singolo riesce a mettere in campo. Non tutta la colpa del nanismo e del risicato numero dei nostri fondi è attribuibile allo stato. Occorre tenere presente che i pochi di essi presenti in Italia non hanno brillato per performance e anche questo ha spinto molti soggetti a rivolgersi ad entità estere.

Di pari passo con lo sviluppo dei fondi d'investimento è necessario varare dei provvedimenti che favoriscano la concentrazione fra piccole imprese quali, per esempio, incentivi fiscali da destinarsi ad aziende che si fondono, affiancandoli ad altre detrazione a cui si potrebbe accedere dimostrando di aver effettuato investimenti in ricerca o in macchinari. Il problema delle dimensioni delle imprese è un elemento centrale perchè i fondi, per loro stessa filosofia gestionale, non investono in società troppo piccole. Il nanismo delle nostre aziende è figlio di una cultura imprenditoriale sbagliata, dove si pospone l'interesse dell'impresa alle ambizioni dell'imprenditore, che non vuole assolutamente perderne il controllo e così ne emargina l'attività a nicchie di mercato o a produzioni a basso valore aggiunto. Peccato che il futuro dell'occidente siano le produzione ad alto contenuto tecnologico e qualitativo. Anche la Fiat lo ha compreso e infatti, leggendo la parte del piano industriale relativo all'Italia, si vede come Marchionne voglia concentrare nel nostro paese la produzione di autovetture del segmento luxury. Solo in questo modo è, infatti, possibile competere con paesi in cui il costo del lavoro e gli oneri fiscali e ambientali sono irrisori.

I fondi d'investimento sono un'ottima soluzione al problema della sotto patrimonializzazione delle imprese poichè potrebbero apportare il capitale di rischio necessario per effettuare gli investimenti, soprattutto quelli con ritorni lontani nel tempo ma propedeutici alla crescita. Si pensi per esempio agli esborsi necessari per l'ingresso in un nuovo mercato geografico.
Anche a livello gestionale la presenza dei fondi aiuterebbe le imprese viste il know how manageriale che apporterebbero soprattutto nelle aree finanza e controllo di gestione ma anche nello sviluppo e attuazione di strategia di crescita e internazionalizzazione.

Gli incentivi alla concentrazione delle imprese e allo sviluppo dei fondi d'investimento sono in grado di dare risultati solo nel tempo, nel mentre sarebbe buona cosa se il nuovo governo creasse, seguendo l'esempio del Fondo strategico italiano,[2] un fondo dedito unicamente ad investimenti nelle PMI, selezionando fra esse quelle con elevate potenzialità di crescita o possibili centri aggreganti per l'intero settore. Gli interventi del fondo dovrebbero essere soprattutto a livello di capitale di rischio ma, seguendo l'esempio di quanto fatto dal governo Cemeron in Gran Bretagna, si potrebbe anche puntare sull'erogazione di finanziamenti a tassi d'interesse agevolati e scadenze molto lontane.

Questi obbiettivi in termini di crescita delle imprese sono fondamentali al fine di creare occupazione ed evitare che le congiunture economiche creino il deserto nel nostro sistema produttivo. E' necessario per evitare il declino del nostro paese il ritorno alla politica industriale. Solo con un piano d'azione generale è possibile coordinare i vari interventi necessari nei vari campi, distinti ma, come si vede nel caso della crescita dimensionale delle imprese, collegati fra loro. Solo con una strategia ad ampio raggio il nostro paese potrà ritornare competitivo. La palla passa alla politica!

Gianluigi Usai



[1] Ciascuno stato membro dell'UE ha tradizionalmente utilizzato diversi parametri per identificare le PMI. In Italia abbiamo quanto segue: 
Tipo
Occupati
Fatturato
(Milioni di €)
Totale di bilancio
(Milioni di €)
Media impresa
< 250
e
≤ 50
oppure
≤ 43
Piccola impresa
< 50
e
≤ 10
oppure
≤ 10
Micro impresa
< 10
e
≤ 2
oppure
≤ 2

[2] Il Fondo Strategico Italiano, creato dalla Cassa depositi e prestiti, investe in imprese di "Rilevante interesse nazionale". Sono imprese che operano nei seguenti settori: difesa, sicurezza, infrastrutture e pubblici servizi, trasporti, comunicazioni, energia, assicurazioni e intermediazione finanziaria, ricerca e alta tecnologia; oppure con obiettivo dimensionale: fatturato annuo netto non inferiore a 240 milioni di euro, e numero medio di dipendenti non inferiore a 200 unità.