martedì 28 gennaio 2014

 A lezione di italiano.

La mia classe, film di Daniele Gaglianone, uscito nelle sale cinematografiche l’11 gennaio..
Benissimo: ti siedi sulla poltrona rossa, sprofondi quel minimo che ti fa sentire al cinema e pensi distrattamente ai film che hai visto nelle ultime due settimane, tutti prepotentemente insoddisfacenti.
Eh si, che cavolo, speriamo che questo mi convinca di più.. In fondo oggi, in mezzo al grigio di quella stanza, quando ho visto il trailer ho pensato: “Guarda un po’ lui, sembra quasi il mio babbo”.
Mastandrea, il prof., mi ricorda, in generale, certi personaggi belli della vita normale, quelli le cui storie mi danno sempre un piacevole senso di fastidio, perché, per intendersi, mi riportano al sano entusiasmo di chi si impegna nel proprio piccolo, onesto modo, a far andare dritte le cose che ahimè son proprio storte.
A me quel tipo di impegno, vissuto come un’esigenza, mi affascina davvero tanto, mi spinge a credere che io lo condivido, che io mi posso impegnare altrettanto, in quel modo.
Allora seduta comoda e ben sprofondata, mi si svela un bel film, con una sua intima forza, una sua capacità di farsi apprezzare.
Un metafilm, con velleità di documentario, pieno d’attori che hanno il grande patrimonio del proprio vissuto da interpretare.
I toni sono palesemente quelli della trasparenza, ti chiedi che cosa ti nasconda il regista, perché scena dopo scena, a partire dall’avvio con il lavoro dei fonici in bella mostra, da spettatore ti abitui a conoscere e fare i conti con la realtà delle riprese. Quindi forse qualcosa rimane “finto”, non evidente a noi, ma non importa perché una volta rotto il patto, sembra tutto così naturale, vero nella sua finzione di storia narrata.
La gente in sala ride, infatti le battute sono divertenti, un po’ come se a fartele fosse il tuo vicino di posto, in mezzo ad una conversazione improvvisata. Invece un po’ di distanza c’è: il film è ambientato a Pigneto, quartiere multietnico di Roma, in una classe sgangherata, e per questo familiare, di emigrati che vogliono imparare l’italiano.
Ci sono tutte quelle persone, senza dire cretinate retoriche, tutta quella umanità.
In sintesi non si potrebbe dire altro.. Riducendo all’osso la trama, il tutto, si può affermare, si compone delle storie della gente, di chi ascolta, di chi chiede, di chi cerca di fare appunto qualcosa.
I corsi di lingua, scrivo per esperienza, per qualunque motivo si scelga di frequentarli, scombinano sempre le righe dei quaderni, ti insegnano a scrivere sul bordo, a parlare di te in modo prima elementare, e poi a poco a poco, semplicemente autentico. Impari l’essenziale di ciò che vuoi esprimere e forse insegnare può essere altrettanto un gioco di scoperte, perché qualche domanda investe anche te, che stai li a dare una direzione, a dire come si fa, come si dice, come si scrive.. Ci sono tanti sé e provare ad esprimerli è un’impresa affascinante, una maniera meno contorta per capire, se non proprio chi siamo, almeno l’identità che ci diamo.
“Tu di cosa ha paura e cosa ti da coraggio?” chiedono gli studenti al maestro.. “Io ho paura di voi ed ho il coraggio di venire qui, ogni giorno, nonostante la paura”. Nulla di più chiaro, nulla di più semplice.
E poi, tra le pieghe di quest’umanità parlante, viene fuori il groviglio burocratico delle nostre regole, delle nostre leggi. Se le vai a leggere le norme sono solo parole, parole cinicamente rassicuranti: come si risolve la questione? Qual è la soluzione? Si fa così, lo dice la legge.
C’è invece una malinconia spontanea, che sorge inevitabilmente, quando quelle norme le devi spiegare, decifrare per chi ne è il destinatario, per chi ti chiede, dopo una bella lezione sui principi, sulla dignità, sul coraggio, come può fare a non tornare a casa, a restare semplicemente li a continuare quel film, ovvero quello che aveva iniziato a fare.
Le soluzioni pratiche le vorremmo tutti, si potrebbe obiettare, le chiederemmo tutti, se qualcuno ce le potesse fornire a semplice richiesta. Ebbene no, non si tratta solo di dare qualche risposta, si tratta di capire quanto ci va di farci toccare dal problema, perché di problemi ce ne sono poi così tanti, per noi che nelle confusione delle non soluzioni ci viviamo.
E va bene, pazienza..Poi ripartono tristi così come sono arrivati. Sono parole prese in prestito da una canzone di Daniele Silvestri, sono parole che ci danno “pace”, ci fanno mettere il punto … Si ascoltano nel film e si canticchiano anche dopo, quando la pellicola non viene proiettata più.
Se proprio non si può fare niente, non si farà niente, non era colpa mia prima e non è colpa mia adesso.
Io ci metto l’impegno, quello vissuto come un’esigenza, per cercare di sistemare quel che posso nel mezzo di tutta quanta questa tristezza. Mastandrea ti guarda e, alla fine, più o meno abbozza una riflessione così.
Il Senato, nei giorni scorsi, ha approvato il disegno di legge sulle pene alternative al carcere e sulla messa alla prova, all’interno del quale il Governo ha inserito un emendamento, il 2.800, per limitare il reato di clandestinità ai casi di recidiva. Se il reato viene abrogato, lo stesso è al contempo trasformato(ovvero confermato) in un illecito amministrativo: il clandestino non viene sottoposto a procedimento penale ma viene solo, sottolineo con sarcasmo, espulso; certo, se però poi rientrasse nel nostro Paese, allora si commetterebbe reato.
La mediazione politica, una delle tante di queste larghe intese necessarie al Paese, è avvenuta e a portato a questo risultato: abrogazione del reato di ingresso illecito in Italia dello straniero, con il mantenimento del rilievo penale di tutte le altre condotte che violano i provvedimenti amministrativi in materia. Adesso tocca alla Camera e poi chissà che cosa verrà fuori alla fine.
Ma facciamo un passo indietro, ritorniamo alle regole che ci sono, che ci spiegano come si deve agire.
Per ottenere il permesso di soggiorno bisogna dimostrare di conoscere l’italiano.
È qui che si infrange la parete di cartongesso della burocrazia, delle norme che si leggono e che ci dicono come fare. Qui compare la rabbia e la tenerezza che una lingua può tirare fuori, che tu, adesso, nessuno in mezzo ai nessuno, puoi esprimere e far arrivare anche a chi probabilmente non ti ascolta ma di certo ti sente.
Le parole, si sa, possono far mille schifezze, possono rendere irreversibili situazioni, storie di gente.

Le parole però sono, in fondo, un po’ di silenzio in meno, una chiacchiera in più, una domanda e una risposta che ti racconta tutta la paura e tutto il coraggio di chi ha, almeno per un attimo, il grande potere di parlare.

Benedetta Celati
Dar voce ai bisognosi.

In Sardegna circa il 60% dei giovani con un età compresa fra i 15 e i 34 anni è disoccupato o  inattivo. Le politiche varate durante gli ultimi anni non sono riuscite in nessun modo ad affrontare questa calamità. Donatella Meloni, una giovane self women, vuole rappresentare questa scoraggiata generazione.

Donatella: La Sardegna si incontra al bordo di una voragine. Centinaia di famiglie sono alla fame. Il 40% dei sardi con un età compresa tra i 15 e i 24 anni è disoccupato. Fra i 25 e 34 anni  siamo ben oltre il 20%. Dati aberranti che fanno intuire la gravità della situazione in cui verte l'economia Sarda. I giovani sono scoraggiati da questo sistema che non lascia loro spazio e li spinge a vedere, come unica via d'uscita, l'espatrio. Noi diciamo no a questo scempio. Vogliamo ridare respiro alle famiglie, offrendo loro prospettive concrete per costruirsi un futuro qui, nella nostra Terra.
Gianluigi: ci puoi raccontare la tua esperienza?
D: Fin da quando avevo diciassette anni mi sono dovuta rimboccare le maniche lavorando durante le estati, le feste e quando, avevo fortuna, durante i fine settimana. Ho dovuto farlo perché la mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi negli studi. Sono orgogliosa di esserci riuscita. Tutto questo mi ha dato un esperienza diretta delle difficoltà e delle aberrazioni contrattuali che incontrano i giovani che entrano nel mercato del lavoro.
G: Da quanti anni fai politica?
D: Milito nel Partito Sardo D'Azione da più' di due anni. Non è stata una scelta facile. Presa alla leggera. Per me tesserarsi a un partito significa dichiarare la propria identità. Il PSD'AZ è una parte importantissima della storia di noi Sardi. Incarna l'eterna ricerca dell'indipendenza e dell'autonomia della nostra terra.
G: Perché pensi sia stata scelta dal partito?
D: La mia costanza nel seguire le dinamiche e i progetti del PSD'AZ mi ha senza alcun dubbio aiutato. La mia candidatura è rivolta a tutti quei ragazzi che, come me, studiano e lo fanno nella speranza di un futuro migliore. Di un' opportunità di lavoro. Tantissimi ragazzi lavorano stagionalmente e parsimoniosamente usano i soldi racimolati per tirare avanti, cercando di non pesare sulle famiglie. E' difficile conciliare studio e lavoro ottenendo al contempo buoni voti ma il conseguirlo fa sentire noi giovani forti e indipendenti. Vogliamo essere autonomi. Abbiamo bisogno delle condizioni per divenirlo. Noi del PSD'AZ offriamo una strada per esserlo. Sono consapevole che le chance di essere eletta siano limitate ma ho voluto dare un segnale forte alla mia generazione. Noi giovani abbiamo tante energie e le vogliamo usare per migliorare la nostra Sardegna.
G: Quali sono i punti del programma del PSD'AZ che ti stanno più a cuore?
D: I punti programmatici sono diversi e tutti di grande spessore. Il nostro obiettivo più importante è la costituzione di una zona franca integrale. La zona franca risolleverebbe le sorti della Sardegna, permettendoci di uscire da quella povertà che da anni sta condannando intere generazioni di giovani.
A breve termine chiediamo l'approvazione di un piano energetico regionale, indispensabile per impedire lo scippo delle nostre risorse e lottare contro le concentrazioni monopolistiche nonché ridare competitività alle nostre imprese ed evitare che altre, seguendo la stessa strada dell'Alcoa, vadano via. Chiediamo di rilanciare la continuità territoriale tanto per le persone che per le merci. Vogliamo un un nuovo modello di sviluppo. Che non snaturi la natura del nostro territorio ma bensì che faccia perno sui nostri punti di forza. Sulla nostra pastorizia e agricoltura. Sui nostri talenti.
G: Pensi che quindi la zona franca sia la soluzione più valida per rilanciare la competitività del sistema produttivo sardo?
D: Si, perchè permetterebbe di ridurre quel gap competitivo che azzoppa la nostra economia. Rilanciare la competitività è la base per attrarre imprese e di conseguenza creare posti di lavoro. Apprezziamo lo sforzo che sta facendo la regione Sardegna a livello di formazione con programmi come il Master&Back. Indispensabili per formare le future classi dirigenti sarde.


Grazie Donatella. 

Gianluigi Usai