mercoledì 13 novembre 2013


Convergenza al Centro.

All'interno di qualsiasi movimento o partito politico democratico è norma che convivano componenti più radicali e altre moderate.
Nei partiti di destra i confronti interni vi sono ma hanno delle conseguenze più limitate. Quando però la base ideologica inizia a traballare, le conseguenze possono essere imprevedibili. La spaccatura nel Great Old Party o le lotte intestine all'interno del Pdl sono solo alcuni degli ultimi episodi di questo fenomeno.
Se la destra non piange la sinistra di certo non ride. Le forze socialiste, per loro stessa natura, hanno dei problemi di conflittualità interna. Tutti hanno un idea e al suo altare sono disposti a sacrificare qualsiasi risultato elettorale. Anche la motivazione più banale può portare ad una scissione. Il teatrino di scontri quotidiani è patetico. Si pensi, per esempio, alla soap opera rosa fra Hollande, la sua compagnia e Ségolène Royal. Alle deprimenti peripezie dei socialisti spagnoli nel periodo incorso fra Felipe González e Zapatero o all'avvilente situazione del PD in Italia.
I grandi partiti, controllati da una burocrazia interna gerontologica, fanno di tutto per osteggiare l'ascesa delle forze nuove. A destra, i giovani, solo dopo molti anni di devota militanza si permettono di attaccare il leader e lo fanno quando questi è ormai lungo il viale del tramonto. Ne sono esempi Sarkozy con Chirac o Alfano con Berlusconi.
A sinistra, le nuove anime, vista la perenne debolezza del “capo”, continuamente attaccato da tutte le correnti interne, possono immediatamente ambire a rimpiazzarlo. La geronto-burocrazia, per preservare se stessa, però, si mette immediatamente in moto e tenta, non tramite giuste esplicazioni ma attraverso ridicole regole e insulsi maneggi, di bloccare il nuovo che avanza. Risultato? La gente percepisce la Sinistra come retrograda, vecchia e inadeguata.
Oggi i tradizionali shareholders dei partiti hanno perso peso. Il gioco è diventato dinamico e le alleanze mutevoli a seconda del tempo. La base ideologica si è fatta più flebile e destra e sinistra, quasi a ripudiare se stesse, si fanno chiamare centro destra e centro sinistra. Sono diventate frequenti le convergenze fra le anime moderate dei vari schieramenti, il cui pensiero diverge ormai maggiormente da quello delle anime radicali del proprio partito che da quello degli avversari moderati.
La vera dote di un uomo politico consiste nel saper cogliere l'attimo. Il momento propizio. Quello in cui la forza cumulata di tutti i fattori avversi sia al minimo. Lo seppe cogliere la Thatcher che, con piglio forte e deciso, sconfisse forze le forze prevaricatrici che paralizzavano il paese. La classe media era spaventata e preoccupata. La Thatcher seppe vedere e sfruttare per i propri scopi, la convergenza di pensiero in atto fra le anime moderate di destra e sinistra, trovando, così, l'energia necessaria per travolgere completamente i nemici.
Se ne rese conto persino Napoleone nel 1814, quando, desideroso di continuare la guerra dentro i patri confini, fu bruscamente destituito con un colpo di stato istituzionale, campeggiato sia dalle anime tradizionali che da quelle del bonapartismo moderato. La borghesia aveva paura. I suoi referenti politici ne trassero le debite conseguenze.
Anche i movimenti indipendentisti, quando non sono maturi e legittimati da solide argomentazioni socio economiche rischiano il fracassano.

La convergenza fra le forze moderate è ormai una realtà. E' figlia della balcanizzazione politica. Del sempre maggiore radicalismo della destra e della sinistra estrema nonché del cinismo delle persone, ormai maggiormente interessate a questioni pratico-economiche che all'ideologia. Solo chi riuscirà a parlare al cuore dei moderati potrà votarli alla sua causa.  

Gianluigi Usai
La cacciata degli italiani dalla Libia.
 La storia infinita degli indennizzi.

Il 1° settembre 1969, un colpo di stato in Libia portava alla caduta della monarchia e all'ascesa al potere il colonnello Gheddafi, rimasto alla guida del Paese per quarantadue anni.
Il 20 ottobre 2011, una guerra civile, sviluppatasi nel solco di una serie di insurrezioni popolari che hanno coinvolto l’intero  mondo islamico, note alla cronaca come Primavera Araba, sconvolgeva la Libia e culminava nella deposizione e morte del Ra’ìs.
Cosa sia accaduto in Libia in questi quarantadue anni in cui Gheddafi, pur non ricoprendo cariche ufficiali, ha governato il Paese senza limiti né vincoli, è storia poco nota.
Soprattutto per noi, italiani, europei, “occidentali”, così abituati a trascurare tutto quanto non ci tocca personalmente.
Tristemente noti alla nostra opinione pubblica sono solo quegli episodi che, volenti o nolenti, si sono intrecciati con la nostra Storia. Quegli atti prevaricatori e provocatori compiuti dal Ra’ìs nei confronti del nostro Paese, l’ex potenza coloniale che a partire dal 1912 aveva fatto della Libia un suo possedimento coloniale.
C’è, tuttavia, una vicenda in cui la storia libica e quella italiana si intrecciano inestricabilmente, una storia che ha riguardato da vicino molti nostri connazionali, ma a cui forse non è stata data adeguata visibilità. Forse perché, a volerla ripercorrere, è testimonianza e dimostrazione di una grave carenza (l’ennesima) imputabile allo stato italiano.
Nel 1970, Gheddafi, sull'onda di una politica populista, e fortemente nazionalista, adottò un atteggiamento di ostilità nei confronti di quegli italiani che negli anni della colonizzazione avevano stabilito in Libia la loro dimora, intraprendendo attività economiche di varia natura. L’astio sempre manifestato da Gheddafi nei confronti dei colonizzatori sfociò nell'adozione di provvedimenti di confisca di tutti i beni appartenenti a cittadini italiani, con conseguente espulsione dal Paese.
Tali atti, unanimemente condannati dal diritto internazionale, furono adottati in aperta violazione dell’accordo tra Italia e Libia del 1956 e della risoluzione ONU del 1950, che subordinava l’indipendenza della Libia al rispetto delle minoranze etniche.
L’Italia, davanti a un simile affronto, ispirato a intenti chiaramente provocatori, rinunciò a far valere i diritti dei suoi cittadini sul piano del diritto internazionale. In particolare, rinunciò a chiedere la risoluzione della controversia in base al diritto internazionale, nonché a far valere, per conto dei suoi esuli, il diritto all'indennizzo per le perdite subite.
Chiaramente, non potendo subordinare a scelte di natura squisitamente politica la tutela dei diritti dei suoi cittadini, lo Stato italiano si impegnò a indennizzare personalmente le vittime delle espulsioni attuate da Gheddafi.
Purtroppo, questa vicenda non ha avuto l’epilogo che ci si sarebbe aspettati.
Il dichiarato impegno dello Stato italiano si è dimostrato estremamente timido e quanto mai tardivo. Solo nel 1980 è intervenuta la prima legge (modificata e integrata nel 1985 e 1994) che garantiva un ristoro parametrizzato al valore dei beni, secondo i prezzi di comune commercio al momento degli espropri, escluse rivalutazioni (poi riconosciute nell'irrisorio limite di 1.90) né interessi.
Ma soprattutto, la promessa di tenere indenni i suoi cittadini si è dimostrata spesso vana e inconsistente, alla luce dei molti ostacoli che si sono frapposti al rilascio di tali indennizzi.
Condizione soggettiva perché venisse riconosciuto e liquidato il diritto all'indennizzo era infatti la cittadinanza italiana. Tuttavia, il suo riconoscimento a favore di soggetti che avevano lasciato il Paese per trasferirsi nelle Colonie, vigente il regime monarchico e poi il fascismo, non fu sempre agevole.
In particolare per talune minoranze tra cui, in primis, quella ebraica. Vittime di quella triste pagina della nostra storia connessa con le leggi razziali, le genti di stirpe israelita, sotto la dittatura fascista, non godevano della piena cittadinanza italiana, ma di uno status minoritario, quello di cittadini italo-libici.
La fine del secondo conflitto mondiale e l’indipendenza della Libia non migliorò le loro sorti.
Se da un lato, la loro condizione non fu presa in considerazione dal trattato di pace, cosa che impedì loro di divenire cittadini del nuovo stato repubblicano; dall'altro essi non poterono ottenere la cittadinanza del nuovo stato libico in ragione delle discriminazioni razziali di cui gli ebrei erano chiaramente vittime in uno stato confessionale di religione mussulmana qual era la Libia Indipendente.
Anche il legislatore repubblicano negli anni a venire omise totalmente di definire le sorti di chi, vittima delle discriminazioni razziali di epoca fascista, continuava a pagarne il fio anche dopo l’avvento della Costituzione.
Tale incuria non venne meno neanche di fronte all'impellente esigenza di indennizzare e tutelare gli espatriati dalla Libia.
La giurisprudenza, chiamata a far giustizia a fronte di questa evidente iniquità, gradatamente riconobbe agli italo-libici la cittadinanza italiana, a far data del 1° gennaio 1948.
Solo nel 1987, il Governo, con circolare, definì una procedura amministrativa che consentisse il riconoscimento della cittadinanza degli ebrei italo-libici, imponendo però improbabili verifiche nello stato di precedente residenza.
Queste vicende hanno portato tanti cittadini italiani, vittime del fascismo prima e del regime di Gheddafi poi, a subire un’ulteriore umiliazione e discriminazione. Questa volta ad opera del nostro Stato costituzionale. Con buona pace del principio di uguaglianza e in spregio al solenne impegno della Repubblica a garantire i diritti dell’uomo.
La questione, che si vorrebbe conclusa, stenta in realtà a trovare un epilogo. Un giusto epilogo.
Infatti, mentre da un lato pendono ancora numerosi contenziosi giurisdizionali di chi, ancora nel 2013 attende l’indennizzo per dei fatti risalenti al 1970, dall'altro lo Stato, non contento delle tante promesse fatte e non mantenute, ha ancora una volta vanamente cercato porre ammenda a un’ingiustizia cui ha grandemente contribuito.
Com'è noto, nel 2008, i rinnovati rapporti con la Libia sono sfociati in un nuovo Trattato di amicizia.
Noto alle cronache nostrane perché associato ai costumi esotici importati e recepiti nelle serate di Arcore, in virtù e in omaggio alla neo nata amicizia tra l’allora Premier italiano e il Ra’is,  il Trattato prevedeva anche un discusso e discutibile impegno (morale e, soprattutto, finanziario!) dell’Italia a risarcire la Libia per i danni derivanti dalla colonizzazione!
Naturalmente, nessun impegno da parte della Libia a risarcire i cittadini italiani per le illegittime confische ed espulsioni. Solo la promessa di non discriminare, pro futuro, i connazionali che avessero voluto investire nel Paese.
Tuttavia, il problema degli indennizzi ai profughi libici in quell'occasione tornò alla ribalta.
Un emendamento alla legge di ratifica del Trattato, approvato dalla camera nel 2009, prevedeva un fondo di 50.000.000 di euro, al fine di porre la parola fine sulla questione. In modo degno per uno Stato che pretende di essere democratico e garantista.
L’esito di questa nuova promessa?
Ahimè, è sotto gli occhi di tutti! La crisi di governo, lo spread alle stelle, l’Italia commissionata dall'UE. E ancora, la crisi economica, il governo tecnico e i tagli alla spesa pubblica.
I nuovi e più impellenti problemi hanno fatto dimenticare i vecchi.
Così, dopo oltre quarant'anni, gli italo-libici ancora attendono. O, più probabilmente, hanno smesso di sperare. Forse già da un po’.
Nel frattempo, tornati in Italia, si sono rimboccati le maniche e hanno ricominciato da capo. Con le loro sole forze. 

Michela Boi