Il 1° settembre 1969, un colpo di
stato in Libia portava alla caduta della monarchia e all'ascesa al potere il
colonnello Gheddafi, rimasto alla guida del Paese per quarantadue anni.
Il 20 ottobre 2011, una guerra
civile, sviluppatasi nel solco di una serie di insurrezioni popolari che hanno
coinvolto l’intero mondo islamico, note alla
cronaca come Primavera Araba, sconvolgeva la Libia e culminava nella
deposizione e morte del Ra’ìs.
Cosa sia accaduto in Libia in
questi quarantadue anni in cui Gheddafi, pur non ricoprendo cariche ufficiali,
ha governato il Paese senza limiti né vincoli, è storia poco nota.
Soprattutto per noi, italiani,
europei, “occidentali”, così abituati a trascurare tutto quanto non ci tocca
personalmente.
Tristemente noti alla nostra
opinione pubblica sono solo quegli episodi che, volenti o nolenti, si sono
intrecciati con la nostra Storia. Quegli atti prevaricatori e provocatori
compiuti dal Ra’ìs nei confronti del nostro Paese, l’ex potenza coloniale che a
partire dal 1912 aveva fatto della Libia un suo possedimento coloniale.
C’è, tuttavia, una vicenda in cui
la storia libica e quella italiana si intrecciano inestricabilmente, una storia
che ha riguardato da vicino molti nostri connazionali, ma a cui forse non è
stata data adeguata visibilità. Forse perché, a volerla ripercorrere, è
testimonianza e dimostrazione di una grave carenza (l’ennesima) imputabile allo
stato italiano.
Nel 1970, Gheddafi, sull'onda di
una politica populista, e fortemente nazionalista, adottò un atteggiamento di
ostilità nei confronti di quegli italiani che negli anni della colonizzazione
avevano stabilito in Libia la loro dimora, intraprendendo attività economiche
di varia natura. L’astio sempre manifestato da Gheddafi nei confronti dei
colonizzatori sfociò nell'adozione di provvedimenti di confisca di tutti i beni
appartenenti a cittadini italiani, con conseguente espulsione dal Paese.
Tali atti, unanimemente
condannati dal diritto internazionale, furono adottati in aperta violazione dell’accordo
tra Italia e Libia del 1956 e della risoluzione ONU del 1950, che subordinava
l’indipendenza della Libia al rispetto delle minoranze etniche.
L’Italia, davanti a un simile
affronto, ispirato a intenti chiaramente provocatori, rinunciò a far valere i
diritti dei suoi cittadini sul piano del diritto internazionale. In
particolare, rinunciò a chiedere la risoluzione della controversia in base al
diritto internazionale, nonché a far valere, per conto dei suoi esuli, il
diritto all'indennizzo per le perdite subite.
Chiaramente, non potendo
subordinare a scelte di natura squisitamente politica la tutela dei diritti dei
suoi cittadini, lo Stato italiano si impegnò a indennizzare personalmente le
vittime delle espulsioni attuate da Gheddafi.
Purtroppo, questa vicenda non ha
avuto l’epilogo che ci si sarebbe aspettati.
Il dichiarato impegno dello Stato
italiano si è dimostrato estremamente timido e quanto mai tardivo. Solo nel
1980 è intervenuta la prima legge (modificata e integrata nel 1985 e 1994) che
garantiva un ristoro parametrizzato al valore dei beni, secondo i prezzi di comune
commercio al momento degli espropri, escluse rivalutazioni (poi riconosciute
nell'irrisorio limite di 1.90) né interessi.
Ma soprattutto, la promessa di
tenere indenni i suoi cittadini si è dimostrata spesso vana e inconsistente,
alla luce dei molti ostacoli che si sono frapposti al rilascio di tali
indennizzi.
Condizione soggettiva perché
venisse riconosciuto e liquidato il diritto all'indennizzo era infatti la
cittadinanza italiana. Tuttavia, il suo riconoscimento a favore di soggetti che
avevano lasciato il Paese per trasferirsi nelle Colonie, vigente il regime
monarchico e poi il fascismo, non fu sempre agevole.
In particolare per talune
minoranze tra cui, in primis, quella
ebraica. Vittime di quella triste pagina della nostra storia connessa con le
leggi razziali, le genti di stirpe israelita, sotto la dittatura fascista, non
godevano della piena cittadinanza italiana, ma di uno status minoritario, quello di cittadini italo-libici.
La fine del secondo conflitto
mondiale e l’indipendenza della Libia non migliorò le loro sorti.
Se da un lato, la loro condizione
non fu presa in considerazione dal trattato di pace, cosa che impedì loro di
divenire cittadini del nuovo stato repubblicano; dall'altro essi non poterono
ottenere la cittadinanza del nuovo stato libico in ragione delle
discriminazioni razziali di cui gli ebrei erano chiaramente vittime in uno
stato confessionale di religione mussulmana qual era la Libia Indipendente.
Anche il legislatore repubblicano
negli anni a venire omise totalmente di definire le sorti di chi, vittima delle
discriminazioni razziali di epoca fascista, continuava a pagarne il fio anche
dopo l’avvento della Costituzione.
Tale incuria non venne meno
neanche di fronte all'impellente esigenza di indennizzare e tutelare gli
espatriati dalla Libia.
La giurisprudenza, chiamata a far
giustizia a fronte di questa evidente iniquità, gradatamente riconobbe agli
italo-libici la cittadinanza italiana, a far data del 1° gennaio 1948.
Solo nel 1987, il Governo, con
circolare, definì una procedura amministrativa che consentisse il
riconoscimento della cittadinanza degli ebrei italo-libici, imponendo però
improbabili verifiche nello stato di precedente residenza.
Queste vicende hanno portato
tanti cittadini italiani, vittime del fascismo prima e del regime di Gheddafi
poi, a subire un’ulteriore umiliazione e discriminazione. Questa volta ad opera
del nostro Stato costituzionale. Con buona pace del principio di uguaglianza e
in spregio al solenne impegno della Repubblica a garantire i diritti dell’uomo.
La questione, che si vorrebbe
conclusa, stenta in realtà a trovare un epilogo. Un giusto epilogo.
Infatti, mentre da un lato
pendono ancora numerosi contenziosi giurisdizionali di chi, ancora nel 2013
attende l’indennizzo per dei fatti risalenti al 1970, dall'altro lo Stato, non
contento delle tante promesse fatte e non mantenute, ha ancora una volta vanamente
cercato porre ammenda a un’ingiustizia cui ha grandemente contribuito.
Com'è noto, nel 2008, i rinnovati
rapporti con la Libia sono sfociati in un nuovo Trattato di amicizia.
Noto alle cronache nostrane perché
associato ai costumi esotici importati e recepiti nelle serate di Arcore, in
virtù e in omaggio alla neo nata amicizia tra l’allora Premier italiano e il Ra’is,
il Trattato prevedeva anche un discusso e discutibile impegno (morale e,
soprattutto, finanziario!) dell’Italia a risarcire la Libia per i danni
derivanti dalla colonizzazione!
Naturalmente, nessun impegno da
parte della Libia a risarcire i cittadini italiani per le illegittime confische
ed espulsioni. Solo la promessa di non discriminare, pro futuro, i connazionali che avessero voluto investire nel Paese.
Tuttavia, il problema degli
indennizzi ai profughi libici in quell'occasione tornò alla ribalta.
Un emendamento alla legge di
ratifica del Trattato, approvato dalla camera nel 2009, prevedeva un fondo di
50.000.000 di euro, al fine di porre la parola fine sulla questione. In modo
degno per uno Stato che pretende di essere democratico e garantista.
L’esito di questa nuova promessa?
Ahimè, è sotto gli occhi di
tutti! La crisi di governo, lo spread
alle stelle, l’Italia commissionata dall'UE. E ancora, la crisi economica, il
governo tecnico e i tagli alla spesa pubblica.
I nuovi e più impellenti problemi
hanno fatto dimenticare i vecchi.
Così, dopo oltre quarant'anni,
gli italo-libici ancora attendono. O, più probabilmente, hanno smesso di
sperare. Forse già da un po’.
Nel frattempo, tornati in Italia,
si sono rimboccati le maniche e hanno ricominciato da capo. Con le loro sole
forze.
Michela Boi