domenica 28 aprile 2013

Binario13: Economia


L'ecatombe delle imprese: 40 imprese morte al giorno.


Dal 2007 ad oggi il nostro paese ha visto morire 70000 aziende di cui 4000 solo da inizio 2013.  Questa è una delle tristi realtà alla quale il nuovo governo dovrà trovare una soluzione.

Strutturalmente i sistemi capitalistici dell'Europa meridionale sono caratterizzati da un tessuto produttivo formato da piccole e medie imprese (PMI).[1] Le cause sono molteplici e legate, in primo luogo, al "peccato originario" della cronica penuria di capitali nel '800 e '900, periodo nel quale loro iniziarono a svilupparsi. Questo, associato ad una cultura finanziaria che non predilige il ruolo dei mercati borsistici e dei fondi pensione, quali strumenti per convogliare il risparmio dai soggetti in surplus a quelli in deficit, ha portato ad un ruolo preminente dello stato e degli istituti di credito che, come dimostra la crisi dei nostri giorni, non sempre hanno la forza o la lungimiranza di accompagnare certe iniziative. Anche dal punto di vista della governance e delle normative a tutela degli azionisti di minoranza, in Italia, sussistono grosse criticità. Gli investitori, nel nostro paese, non si sentono sufficientemente tutelati e rischiano, continuativamente, di subire operazioni in parti correlate che falcidino il valore dei loro investimenti. Si pensi, al riguardo, a quello che hanno fatto per anni, nel totale menefreghismo dei regolatori, i Ligresti o al concambio Atlantia-Gemina in questi giorni. E' naturale che i risparmiatori non siano incentivati ad acquistare azioni di imprese italiane. Che possiamo fare allora per uscire dall'impasse?

Innanzi tutto si dovrebbe portare il piccolo azionista al centro del nostro sistema regolamentare, difendendolo da frodi e abusi. Nel mentre si deve percorrere il cammino del sostegno allo sviluppo di nuovi fondi d'investimento, magari ricorrendo, per accrescere la raccolta e farne nascere di nuovi, a incentivi fiscali. Sto pensando per esempio all'equiparazione delle detrazioni sui rendimenti ottenuti investendo in un fondo a quella dei titoli di stato, lasciando l'aliquota più alta solo per coloro che investono in proprio. Sempre sul versante della raccolta si dovrebbe mettere mani, in modo serio e rigoroso, alla riforma cenerentola delle pensioni complementari. Riforma sempre più necessaria per garantire la sostenibilità del nostro sistema pensionistico, visto il progressivo invacchimento della popolazione. Peccato che questo provvedimento, vuoi le resistenze delle imprese e soprattutto dell'Inps, sia stato, fino ad ora, difficile da portare a compimento. La previdenza complementare permetterebbe di mettere in circolo una grossa liquidità che si potrebbe utilizzare per investimenti, quali infrastrutture o ricapitalizzazione di imprese, aventi ritorni lontani nel tempo.

I fondi, grazie al controllo che sono in grado di esercitare sull'operato dei manager e degli azionisti di maggioranza delle società, riescono a ridurre il rischio di frode o mala gestione. Sono quindi un ottima soluzione per la quasi totalità dei risparmiatori che, viste le loro limitate conoscenze, rischino di sezionare investimenti che non riuscirebbero a gestire. Acquistando la quota di un fondo, a discapito di investimenti diretti da loro individuati, i risparmiatori otterrebbero una gestione professionale e una diversificazione di portafoglio che difficilmente un singolo riesce a mettere in campo. Non tutta la colpa del nanismo e del risicato numero dei nostri fondi è attribuibile allo stato. Occorre tenere presente che i pochi di essi presenti in Italia non hanno brillato per performance e anche questo ha spinto molti soggetti a rivolgersi ad entità estere.

Di pari passo con lo sviluppo dei fondi d'investimento è necessario varare dei provvedimenti che favoriscano la concentrazione fra piccole imprese quali, per esempio, incentivi fiscali da destinarsi ad aziende che si fondono, affiancandoli ad altre detrazione a cui si potrebbe accedere dimostrando di aver effettuato investimenti in ricerca o in macchinari. Il problema delle dimensioni delle imprese è un elemento centrale perchè i fondi, per loro stessa filosofia gestionale, non investono in società troppo piccole. Il nanismo delle nostre aziende è figlio di una cultura imprenditoriale sbagliata, dove si pospone l'interesse dell'impresa alle ambizioni dell'imprenditore, che non vuole assolutamente perderne il controllo e così ne emargina l'attività a nicchie di mercato o a produzioni a basso valore aggiunto. Peccato che il futuro dell'occidente siano le produzione ad alto contenuto tecnologico e qualitativo. Anche la Fiat lo ha compreso e infatti, leggendo la parte del piano industriale relativo all'Italia, si vede come Marchionne voglia concentrare nel nostro paese la produzione di autovetture del segmento luxury. Solo in questo modo è, infatti, possibile competere con paesi in cui il costo del lavoro e gli oneri fiscali e ambientali sono irrisori.

I fondi d'investimento sono un'ottima soluzione al problema della sotto patrimonializzazione delle imprese poichè potrebbero apportare il capitale di rischio necessario per effettuare gli investimenti, soprattutto quelli con ritorni lontani nel tempo ma propedeutici alla crescita. Si pensi per esempio agli esborsi necessari per l'ingresso in un nuovo mercato geografico.
Anche a livello gestionale la presenza dei fondi aiuterebbe le imprese viste il know how manageriale che apporterebbero soprattutto nelle aree finanza e controllo di gestione ma anche nello sviluppo e attuazione di strategia di crescita e internazionalizzazione.

Gli incentivi alla concentrazione delle imprese e allo sviluppo dei fondi d'investimento sono in grado di dare risultati solo nel tempo, nel mentre sarebbe buona cosa se il nuovo governo creasse, seguendo l'esempio del Fondo strategico italiano,[2] un fondo dedito unicamente ad investimenti nelle PMI, selezionando fra esse quelle con elevate potenzialità di crescita o possibili centri aggreganti per l'intero settore. Gli interventi del fondo dovrebbero essere soprattutto a livello di capitale di rischio ma, seguendo l'esempio di quanto fatto dal governo Cemeron in Gran Bretagna, si potrebbe anche puntare sull'erogazione di finanziamenti a tassi d'interesse agevolati e scadenze molto lontane.

Questi obbiettivi in termini di crescita delle imprese sono fondamentali al fine di creare occupazione ed evitare che le congiunture economiche creino il deserto nel nostro sistema produttivo. E' necessario per evitare il declino del nostro paese il ritorno alla politica industriale. Solo con un piano d'azione generale è possibile coordinare i vari interventi necessari nei vari campi, distinti ma, come si vede nel caso della crescita dimensionale delle imprese, collegati fra loro. Solo con una strategia ad ampio raggio il nostro paese potrà ritornare competitivo. La palla passa alla politica!

Gianluigi Usai



[1] Ciascuno stato membro dell'UE ha tradizionalmente utilizzato diversi parametri per identificare le PMI. In Italia abbiamo quanto segue: 
Tipo
Occupati
Fatturato
(Milioni di €)
Totale di bilancio
(Milioni di €)
Media impresa
< 250
e
≤ 50
oppure
≤ 43
Piccola impresa
< 50
e
≤ 10
oppure
≤ 10
Micro impresa
< 10
e
≤ 2
oppure
≤ 2

[2] Il Fondo Strategico Italiano, creato dalla Cassa depositi e prestiti, investe in imprese di "Rilevante interesse nazionale". Sono imprese che operano nei seguenti settori: difesa, sicurezza, infrastrutture e pubblici servizi, trasporti, comunicazioni, energia, assicurazioni e intermediazione finanziaria, ricerca e alta tecnologia; oppure con obiettivo dimensionale: fatturato annuo netto non inferiore a 240 milioni di euro, e numero medio di dipendenti non inferiore a 200 unità.

giovedì 11 aprile 2013

Binario13: Lifestyle



La perseveranza di inseguire i propri sogni

Leggendo la storia di questo ragazzo non ho potuto che provare ammirazione e voglia di farla conoscere a voi tutti. La ricerca su internet dei contatti utili per perseguire i suoi scopi mi ricordano un po' il modo di fare di Steve Jobs: anche lui non esitava a cercare nella guida telefonica i numeri di quelle persone importanti che lo avrebbero potuto aiutare a raggiungere i suoi obiettivi. Certo le due figure sono assai diverse fra loro. Nel caso di Jobs ci trovavamo di fronte ad un imprenditore mentre Marco incarna, sotto tutti gli aspetti, l'identikit dello scienziato dei nostri sogni, disinteressato alle questioni burocratiche e concentrato sulle sue ricerche, per coronare le quali non ha nessuna paura a condividere le sue idee e i suoi studi con altri.

Qui sotto vi allego il link dell'articolo:


martedì 2 aprile 2013

Binario13: Economia


Navighiamo insieme fra i termini della crisi dei debiti sovrani.


Il rapido susseguirsi di crisi bancarie e di stati sovrani ha spinto la finanza al centro alle prime pagine dei quotidiani e dei programmi tv. Molto spesso il lettore, che cerca di capire gli accadimenti che lo circondano, non riesce neppur minimamente a comprenderli a causa del vorticoso e continuo afflusso di nuovi termini, sempre più tecnici, di cui sono colmi i giornali.
Binario13 vuole assistere il povero lettore in questa sua titanica opera di avvicinamento ai fenomeni e alle cause che ogni giorno gli rendono la vita più complessa.

  1. Bond. Nome inglese delle obbligazioni. Possono essere emesse da stati sovrani o da imprese private. Ogni paese ha delle proprie norme sulle procedure, i limiti e i soggetti autorizzati all'emissione. Il processo di globalizzazione e le varie direttive comunitarie hanno portato però ad una forte armonizzazione delle diverse discipline.
  2. Crisi di liquidità e d'insolvenza. Un soggetto si trova in crisi di liquidità quando, tenendo conto di tutto il denaro a sua disposizione, non riesce a far fronte ai deflussi numerari immediati. Molto spesso dalla crisi di liquidità si passa ad una di solvibilità perchè, il soggetto, alla disperata ricerca di liquidità per far fronte alle proprie scadenze, è costretto a svendere i suoi assets fino a estremi in cui il valore del suo attivo risulta minore a quello del passivo. I vari Ltro effettuati dalla Banca centrale europea sono serviti proprio per evitare che le banche, causa la paralisi dell'interbancario, l'impossibilità di emettere obbligazioni a tassi ragionevoli e spesso vittime della fuga di capitali dal paese d'origine, passassero da una crisi di liquidità ad una, molto più grave, d'insolvenza.
  3. Bond vigilantes. Termine coniato negli anni '80 dall'economista Ed Yardeni per designare gli investitori che vendono in massa titoli di stato di un paese quando perdono fiduccia nelle sue politiche monetarie e/o fiscali. La paura del deficit di bilancio è ispirata in primo luogo dal timore di un attacco speculativo da parte loro.
  4. Haircut. Pratica usata negli affari da circa 200 anni. Consiste nel taglio di valore di un bene. Nel caso delle obbligazioni si applica al valore nominale del bond ovvero la somma che verrebbe restituita al momento del rimborso. Immaginiamo che le obbligazioni siano zero coupon (prive di cedola) e ciascuna di esse sia emessa ad un valore pari a 90 €, con un valore nominale pare a 100 €. Il profitto per l'investitore di conseguenza sarà pari a 10 € per cada obbligazione detenuta sino alla naturale scadenza. Ipotizziamo ora un haircut del 30%. Questo significa che al momento della scadenza dell'obbligazione, all'investitore verrebbero restituiti solo 70 € per cada bond detenuto, con la conseguente perdita secca di 20 € per cada obbligazione detenuta.
  5. Bail-out. Conosciuto anche come riscatto finanziario. Consiste nel prestare del denaro ad un'entità che si trova in prossimità della bancarotta al fine di salvarla dall'insolvenza. Il denaro può essere concesso o tramite un finanziamento d'emergenza o, come capita spesso nel mondo delle imprese, con un mix fra iniezione di nuovo capitale e l'apertura di nuove linee di credito. Il bail-out crea dei grossi rischi in termini di “azzardo morale” perchè incentiva gli stati sovrani ad intraprendere politiche di finanza pubblica che non tengano conto del rapporto fra entrate ed uscite e le imprese private ad assumere rischi eccessivi. Un agire così avventuroso è dato dagli alti profitti (imprese) o benefici elettorali (stati) che avrebbero se la loro rischiosa manovra funzionasse e dalla certezza, che in caso contrario, interverrebbe un soggetto esterno che, grazie al suo denaro, li salverebbe. Gli interventi su Grecia, Irlanda e Spagna rientrano in questa fattispecie. 
  6. Bail-in. Consiste in tutta una serie di operazione e conversioni che dovrebbero evitare il fallimento di un impresa facendo ricorso ai suoi azionisti e creditori. Il caso di Cipro è emblematico. Sono stati impiegati, per coprire le perdite legate alla mala gestione delle banche, oltre agli azionisti (come da prassi) ma anche i creditori (obbligazionisti non solo subordinati) e coloro che avevano depositi eccedenti i 100.000 € (limite sotto il quale sussiste la garanzia statale ed europea sui depositi). Questa nuova tecnica permette di aggirare il problema dell'azzardo morale ma rischia di creare delle difficoltà ai paesi periferici dell'Unione Europea le cui banche, già in difficoltà per la crisi dei debiti sovrani e da una forte crisi di liquidità, rischierebbero di subire un progressivo deflusso di depositi verso le banche del nord Europa, percepite come più solide. Bisogna sempre ricordarsi che i meccanismo ottimali dal punto di vista teorico nella pratica rischiano di creare scompensi maggiori. Nei prossimi mesi vedremo le conseguenze della sua applicazione su Cipro. Non è da escludere che un forte deflusso di depositi possa portare ad un bail-out, questa volta molto più grosso di quello che sarebbe stato necessario in precedenza.
  7. Esm (European Stability Mechanism). Conosciuto anche con il nome di Fondo salva stati, è stato istituito, dopo aver modificato il trattato di Lisbona e con l'approvazione del Parlamento e del Consiglio europeo, nel marzo del 2011. Nato come fondo finanziario europeo per la stabilità finanziaria della zona Euro ha una struttura e dei poteri molto simili a quelli del Fondo monetario internazionale (FMI) con un'operatività, però, circoscritta alla sola Europa. Attivo dal luglio del 2012, dispone di circa 650 miliardi di Euro e va a sostituire il FESF (Fondo europeo di stabilità finanziaria). Per finanziarsi emette strumenti finanziari e titoli, simili a quelli che il FESF emise per erogare gli aiuti a Irlanda, Portogallo e Grecia (con la garanzia dei paesi dell’area euro, in proporzione alle rispettive quote di capitale nella Banca centrale europea), e potrà acquistare titoli di stati dell’euro zona sul mercato primario e secondario. Il fondo potrà concludere intese o accordi finanziari anche con istituzioni finanziarie e istituti privati. È previsto l'appoggio anche delle banche private nel fornire aiuto agli stati in difficoltà. In caso di insolvenza di uno Stato finanziato dallo ESM, quest’ultimo avrà diritto a essere rimborsato prima dei creditori privati. Lo ESM impone, per remunerare il capitale impiegato nell'intervento di salvataggio, un tasso di interesse che, oltre alla copertura dei costi operativi, deve garantire un profitto e subordina inoltre l'intervento a tutta una serie di interventi macroeconomici da attuare entro un prefissato arco temporale. La sua governance è articolata su vari organi: a) consiglio dei governatori, formato dai ministri finanziari della zona Euro, b) consiglio di amministrazione, c) direttore generale provvisto del potere di voto, d) collegio di cinque revisori. Le decisioni del consiglio devono essere prese a maggioranza semplice o qualificata. Il voto di ogni Stato membro non è capitario (voto personale), ma in proporzione al valore delle quote versate nel fondo. Lo stato membro perde il diritto di voto finché non risolve la posizione debitoria, e il numero dei diritti di voto è ricalcolato fra gli altri stati. Ciascuno stato mantiene invece l'obbligo di contribuire al capitale autorizzato, anche se diviene beneficiario o riceve assistenza finanziaria dal ESM. Il particolare meccanismo di voto basato su una maggioranza qualificata di 2/3 fa si che i paesi del nord Europa (Paesi Bassi, Germania, Finlandia e Austria che nel complesso detengono il 37,4415% del capitale) riescano a subordinare la concessione dei finanziamenti agli stati in difficoltà all'imposizione di manovre di aggiustamento strutturale, purtroppo troppo centrate sull'austerity e poco sulla crescita, con la conseguente ulteriore depressione dell'economia dei paesi in difficoltà.
  8. OMT (Outright monetary transactions). Vasto programma di acquisto di bond sovrani a breve termine (scadenza massima pari a tre anni) da parte della BCE. Possono accedervi solo quegli stati riconosciuti come diligenti ovvero coloro che abbiano avviato delle profonde riforme strutturali (mercato del lavoro, liberalizzazioni, finanza pubblica). La liquidità in eccesso emessa con l'acquisto dei bond verrebbe sterilizzata grazie alla vendita di altri titoli in modo tale da non pregiudicare la politica monetaria europea. L'OMT prende il posto del SMT (Securities market program) su cui l'Italia ha beneficiato per circa la metà del totale. Il primo adempimento per usufruire del programma, noto anche come Scudo anti spread, consiste in una formale richiesta di aiuto da parte del paese in difficoltà alla BCE.
  9. Unione bancaria. All'unione bancaria parteciperanno gli stati che adottano l’euro, e coloro i quali vorranno sottoporsi liberamente al nuovo quadro comune. La Bce assumerà la vigilanza sulle banche che hanno asset per almeno 30 miliardi di euro o un fatturato pari ad un quinto della ricchezza nazionale dello stato di appartenenza. Per via di questi due parametri in ogni paese dell'eurozona saranno vigilate dalla BCE almeno le tre banche più grandi. L'adozione di questi criteri porta però all'esclusione della stragrande maggioranza degli istituti europei, che continueranno ad essere controllati dai regolatori nazionali però, qualora la BCE identificasse delle irregolarità nel processo di controllo delle banche più piccole, avrà sempre la facoltà di intervenire sostituendosi ad essi. Gli istituti controllati da parte della Bce, definiti sistemici, saranno in tutto 150. La vigilanza spetterà ad un nuovo comitato di controllo anche se il consiglio direttivo della Bce avrà sempre l’ultima parola. In una seconda fase l’unione bancaria dovrà portare alla creazione di fondi salva-banche comuni a tutti gli stati, e alla fondamentale garanzia comune dei depositi. Su questi due punti le resistenza nazionali sono ancora molte. L’Eba conserverà, infine, i poteri di regolamentazione del sistema creditizio.
  10. Basilea III. Si tratta di un articolato insieme di provvedimenti di riforma, predisposto dal Comitato di Basilea, al fine di rafforzare la regolamentazione, la vigilanza e la gestione del rischio del settore bancario. Lo strumento cardine per permettere agli istituti di far fronte a future crisi finanziarie è il rafforzamento del capitale, e in particolare la componente di migliore qualità (common equity) che cresce dal 2% previsto con Basilea II al 7% di Basilea III. Per le banche sistemiche nel complesso, tenendo conto dei vari dettami, il capitale minimo richiesto potrebbe ascendere al 12%. Interessanti anche gli interventi sulla leva finanziaria con la creazione di un coefficiente minimo di leva del 3% per il patrimonio tier 1 ossia il rapporto tra il patrimonio tier 1 (calcolato utilizzando la nuova e più stringente definizione del Basilea 3) e il totale dell’attivo della banca non ponderato per il rischio più le esposizioni fuori bilancio, durante un periodo preliminare che decorre dal gennaio 2013. 

Gianluigi Usai

Binario13: Politica

Quando tutte le donne del mondo..

Così titola la raccolta di saggi ed interviste pubblicate dalla celebre scrittrice e filosofa  femminista Simone de Beauvoir[1]..
Sarà che lo tengo sempre sottocchio questo libro, sarà che vive ormai da mesi nell’incavo del mio comodino di compensato, sarà per questo, che nel giro immobile di pensieri sull’affermazione e sul ruolo della donna in questa nostra società moderna, mi vengono in mente quelle sei parole. 
Eppure di libri ce ne sono tanti e poi, forse, in particolare ce n’è uno, c’è il discusso “Lean In”, la cui autrice è la potente amministratrice di Facebook , tale Sheryl Sandberg[2]. Questo saggio ha rimesso in moto, nelle ultime settimane, l’incredibile macchina dell’attenzione mediatica su delle tematiche che non termineranno mai di porre interrogativi.  
L’universo femminista americano è per me qualcosa di inesplorato, una sorta di bel quadretto tratteggiato che dà di sé un’immagine poco accattivante. La mia diffidenza non mi impedisce di tentare uno sguardo oltre, tentativo che mi impone di considerare alcuni nomi, tra i quali spicca inevitabilmente quello di Betty Friedan, l’autrice di “La mistica della femminilità”[3]. Chissà se mai lo leggerò, rimango in realtà distaccata, cerco però di capire come mai negli Usa, a distanza di quasi cinquant’anni dall’uscita di questa importante opera, un altro testo a sfondo femminista(almeno in via d’apparenza-appartenenza) stia suscitando tanta curiosità e clamore.
Repubblica definisce “Lean In[4]” il libro - manifesto delle lavoratrici in carriera, ovvero? Mi viene da chiedermi: Sarà mica la solita storia su come sfondare il fastidioso, ingombrante e ormai sporco “tetto di vetro”[5]? E se fosse che alcune donne questo soffitto non lo vogliono sfondare ma neppure provare a  sfiorare?  Ci tengo a non uscire dai binari, ma è difficile perché i temi della conciliazione e dell’autoaffermazione, per chi è donna, sono roba seria.
Per capirsi meglio, la Sandberg ritiene le donne portatrici sane di autolesionismo ed indica quelle che secondo lei sarebbero le tre principali modalità, scelte dal genere femminile per mettersi in difficoltà. In primo luogo ci sarebbe una naturale tendenza a sottostimare le proprie capacità, a darsi meno valore rispetto a quanto in realtà se ne possiede.  Subito dopo arriva la spinosa questione delle incombenze familiari: quando mai finirà, insomma, la storia per cui della casa e dei bambini debbono prevalentemente occuparsi le signore?  Infine c’è l’aspetto più sottile, quello psicologico, ovvero l’affermazione per cui una donna “lascia prima ancora di esser pronta a lasciare”, detto meglio, si convince ben presto di doversi limitare nella propria ascesa professionale, per far spazio ad una necessaria e sacrosanta realizzazione sul piano personale.
Più che parlare di femminismo qui si introduce il tema, molto percorso negli ultimi tempi, del leaderismo, o meglio della leadership al femminile[6]. Vi sono studi vari, infatti, che dimostrano come il cervello femminile sia ben predisposto per la guida e per il management. Certo questo assunto  lo si raggiunge solo ribaltando il paradigma, convincendoci che se i tempi cambiano, cambia anche la maniera di concepire l’autorità e l’autorevolezza, di seguire un modello che da sempre è stato il dominante e che forse può essere, in parte, abbandonato.  In termini generalissimi, accarezzando l’ebrezza di una bassa divulgazione, provo ad elencare quelle che sono individuate come le principali caratteristiche di forza del cervello di noi donne.
Si parte dall’empatia(sul’intelligenza emotiva è stato scritto tanto, al di là del maschile e del femminile.. Si veda ad esempio Daniel Goleman, autore dell’opera “Emotional Intelligence”, tradotta in italiano nel 1997) e la collaborazione. In buona sostanza la dinamica di gruppo tende ad essere esaltata dal capo donna piuttosto che dal capo uomo. Certo occorre saper mettere un confine, una barriera per meglio dire, quando si è empatiche e attente alle problematiche altrui. C’è poi l’intuizione:  quella capacità brillante di saper leggere chi si ha di fronte, di saper interpretare il linguaggio non scritto che l’espressione e il corpo degli altri possono esprimere. Le donne sono più rapide e precise nell’identificare le emozioni.  Questo non significa in automatico che si è capaci di prendere la decisione giusta, il rischio di lasciarsi “fregare” è del resto alto, di lasciarsi guidare da ansie e paure legate al fatto che l’intuizione da sé non basta, per poter analizzare correttamente una situazione. L’autocontrollo è un’altra essenziale dote femminile, la predisposizione cioè a proiettarsi su obiettivi di lungo periodo, avendo un temperamento che permette di superare momenti di crisi con maggiore tenacia rispetto all’uomo[7]. Solo un appunto, questa qualità corre il pericolo di trasformarsi in una forma acuta di controllo , non solo su se stesse ma anche e soprattutto sugli altri, con tentativi sbagliati, di tenere sotto osservazione le vite di chi ci sta intorno.
Vi è poi una caratteristica spesso poco presa in considerazione, ovvero l’inclinazione a preoccuparsi adeguatamente di se stesse e della propria salute(si potrebbe azzardare che questa sia anche una delle ragioni della longevità femminile). Nel mondo del lavoro questo dato si traduce in una maggiore attenzione al dettaglio, oltre che alla figura d’insieme, dando risultati spesso ottimali. Forse si ha un’ abilità diversa nel riconoscere il pericolo, nel capire che la situazione è vicina al fallimento e nell’ammettere una sconfitta imminente. Per un uomo spesso è troppo difficile da sostenere un’ammissione di siffatto tipo, occorre però ricordarsi che, nella leadership, diviene di fondamentale importanza saper apprendere dai propri errori e fallimenti.
La Sandberg insomma come novella Friedan dell’era due punto zero, della modernità dove la tecnologia è imperante, anche nei rapporti tra le persone. Del resto lei si inserisce bene nel contesto delineato, COO di Facebook, ospite gradita in molti talk shows americani e oggetto di critiche feroci in diversi blog, anche stranieri.
Quello che mi chiedo è però questo: siamo sicuri che lei, come altre(citerei ad esempio Marissa Mayer, amministratrice delegato di Yahoo), abbia realmente compreso il senso del credo che professa e riesca a renderlo una pratica nel suo quotidiano vivere ed operare? Si parla a tal proposito del fenomeno della “tirannia delle api regine”, quando si vuol sottolineare la triste degenerazione per la quale, una volta raggiunto il vertice, la donna si sente di dover giustificare ,in maniera spasmodica, la propria legittimazione a ricoprire un tale ruolo di potere, diventando imitatrice fedele degli aspetti meno amabili della leadership maschile. Virago pronte a tutto che si impongono decapitando le colleghe, rendendosi incapaci di esprimere, anche al minimo, quelle tanto declamate doti di empatia di cui dovrebbero essere foriere. Mobbing subito che si trasforma in mobbing praticato, standard di successo che assumono i connotati di gabbie malefiche all’interno delle quali ci si deve muovere, senza possibilità alcuna di imprimere, con serenità, un’immagine diversa. Eppure è proprio l’immagine diversa quella che si ricerca, anche per gli uomini, anche per chi non ragiona in termini di mascolinità e femminilità.
Mi viene in mente un articolo che leggevo nei giorni scorsi, anch’esso teso a sottolineare la necessità di riscatto femminile all’interno di un sistema di potere[8]. Si trattava di arte ma gli schemi erano, e sono, pressoché gli stessi: veniva raccontata la storia di Gertrud Arndt, aspirante architetto della Bauhaus school, costretta a lottare per poter accedere ad un corso, considerato fuori dalla sua portata a causa del suo essere donna. Eppure il manifesto della scuola, di estrema avanguardia, proclamava con candore la parità dei sessi, dando l’impressione che lì problemi di misoginia non albergassero. Le donne però avevano difficoltà ad emergere, soprattutto quando, negli anni trenta, il Bauhaus si trasformò in una scuola di architettura. La storia non è nuova, suona familiare in ogni epoca e contesto, giungendo a porci di fronte a scontate quanto amare conclusioni.  
Mi sento banale, ma voglio esserlo perché tanto, ne sono convinta, la banalità spesso si porta dietro una radice profonda di verità e saggezza, quando rappresenta l’altra faccia della reticenza, di quel non detto e “non diciamolo”, che infesta spesso i nostri discorsi intellettuali.
Anche quando ci viene riconosciuto che siamo brave, che nei momenti di crisi risultiamo fondamentali e cruciali, che del nostro cervello brillante ed empatico c’è tanto bisogno, di noi donne si perde traccia. Non risultiamo nelle “cose ufficiali”, allora ci esaltiamo quando sentiamo che il nuovo Presidente della Camera è una donna, una persona in gamba, con un gran curriculum, ma prima di tutto una che appartiene al genere. Ed è sempre per quel senso sottile ma viscerale di appartenenza che oggi, leggendo i nomi dei dieci saggi che sono incaricati di trovare una soluzione per questa nostra povera Italia, ci rimaniamo male, ma di un male disilluso, vedendo che nemmeno uno fra essi è al femminile. Non si tratta di quote rosa, assolutamente, solo di realismo, di lungimiranza, di buon senso, di banale, ma sacrosanto riconoscimento di un Paese reale che viaggia, anche da questo punto di vista ad una velocità diversa.
In fondo mi dico “Quando tutte le donne del mondo..” e penso silente, non adesso, semplicemente quando..

Baratti, 31/03/13. Benedetta Celati


[1] S. De Beauvoir(1908-1986), scrittrice e filosofa femminista, è nota per le sue opere e per la storia d’amore con Jean-Paul Sartre. Il Secondo sesso, pubblicato nel 1949, viene considerata un’opera cardine per la letteratura femminista.
[2] S. Sandberg (Miami 1969) ex dirigente di Google, oggi numero due di Facebook, considerata da Forbes la quinta donna più potente del mondo, dietro a Hillary Clinton, Angela Merkel, Dilma Roussef, Sonia Gandhi, ma prima di Michelle Obama.
[3]  Quest’opera, pubblicata nel 1963, influenzò profondamente il femminismo internazionale e gettò le basi per la nascita del femminismo di seconda ondata del 1968, richiamando l’attenzione sulla condizione della donna la cui aspirazione a una vita professionale e civica paritaria era in diretto conflitto con la cultura dominante
[4]Il titolo completo è “Lean in, Women, Work and the Will to Lead” (edito da Knopf), tradotto in italiano da Mondadori come “Facciamoci avanti”.
[5] Si definisce, con tale espressione, il fenomeno della segregazione verticale delle donne nelle aree professionali a dominanza maschile. Detto in altri termini esisterebbe, per le donne, una sorta di barriera di cristallo che impedisce loro di far carriera.
[6] Sul tema della leadership, se ne distinguono per sommi capi due tipi: la leadership trasformazionale e quella transazionale; la seconda, caratterizzata da uno spiccato senso dell’altro, in un’ottica di collaborazione e partecipazione, sarebbe naturalmente associata alla donna.
[7] Il secondo rapporto dell’Eures sottolinea come, nel 2010, in Italia si sia compiuta una vera e propria strage, riferendosi ai suicidi legati alla crisi economica. In tutte le categorie considerate(lavoratori autonomi, imprenditori e liberi professionisti) nel 90% dei casi sono stati gli uomini a togliersi la vita, confermando come tutte le variabili legate a fattori materiali presentino indici di mascolinità superiori a quello già elevato rilevato in termini generali. Si veda sul punto l’articolo “La crisi economica e i suicidi”, comparso sul Corriere della Sera il 17 aprile 2012.
[8] “Female Pioneers of the Bahaus”, by Alice Rawsthorn, International Herald Tribune, 25 marzo 2012.