Mélanie, la parigina dei miracoli e qualche a anticipo di primavera..
Un colpo d’occhio, un colpo di fulmine, un’attrazione istintiva. Sinonimi non ve ne sono più, c’è solamente il dato di fatto: quando qualcosa ti resta in testa, significa che ti ha colpito, come un fotogramma che viene impresso ed allora non ti rimane che sciogliere il nodo, capire se la fascinazione ha un senso oppure no.
Mélanie è il mio fotogramma. La scopro distrattamente in un film, un bel film tra l’altro e mi accorgo, più avanti, che inizia a diventare un volto sempre più noto, sino a quando, giocherellando col nuovo mito dei servizi musicali digitali, Spotify, leggo, in alto a destra, che mi potrebbe piacere anche nella versione cantante, perché lei, oltretutto, canta e forse, le sue canzoni, non sono neppure tremende.
Si sa le francesi piacciono, hanno del resto un discreto vantaggio costituito dal solo dato della provenienza e della lingua, che mai ha smesso di sedurre..
La Laurent è una vera Jeune fille parigina, che ricorda tanto i tempi di Brigitte Bardot, Jean Seaberg e Anna Karina ma in un certo senso viene spontaneo associarla anche alle altre affascinanti ed impegnate, che negli ultimi anni ci sono state regalate con copiosa dedizione. Mi riferisco a Charlotte Gainsbourg o alla di lei sorella, Lou Doillon, cantanti e attrici pure loro, nonché alla modella Italo egiziana Elisa Sednaoui, che oltre al fascino dell’esser poliglotta, detiene una numerosa collezione di capacità artistico espressive(modella e attrice, ovvero, in senso generalizzato, “stella emergente” secondo Vogue.it).
A scoprire Mélanie fu Gerard Depardieu, un attore al momento alquanto discusso, quando aveva appena quattordici anni e si aggirava sul set di Asterix e Obelix. Le propose di far parte di quello che sarebbe stato il suo primo film, Un pont entre deux rives, girato nel 1999 e dal quel momento, si può dire, l'ha sempre un pò condizionata, col suo ruolo di mentore primigenio.
Il suo viso fragile e severo ha inesorabilmente conquistato, con discrezione, diversi registi, facendole ottenere notevoli risultati per i suoi trent’anni. Nel 2006 con Je vais bien, ne t'en fais pas, si aggiudica il premio Romy Schneider ed il suo primo Cesar, Oscar del cinema francese, trovandosi di fronte al plauso di buona parte della critica. Da allora sembra incarnare piuttosto la prospettiva di chi è in grado di dimostrare che si può essere seriamente eclettici, senza necessariamente esser figli d’arte, o meglio avere un padre che è un “poeta-cantante maledetto”, che si può fare tutto e dare l’impressione di farlo bene. Il suo di padre non è Serge Gainsbourg, ma nello spettacolo ci rientra lo stesso, in Francia infatti è lui che da la voce al personaggio di Ned Flanders, nella versione francese dei Simpson. Parentesi familiare a parte, questa stellina ha interpretato con merito molte toccanti pellicole d’autore. Al grande pubblico è arrivata probabilmente grazie al tarantiniano Bastardi senza Gloria, dove interpretava Shoshanna Dreyfus, giovane ebrea segnata dalla volontà di vendetta. Mélanie ha origini ebraiche e accettando questo ruolo si è resa certamente disponibile ad affrontare alcune determinanti parti di sé e della sua vita. Già ne “Il Concerto” il passo era avvenuto, dal momento che la vicenda narrata ruotava attorno alle figure di un gruppo di musicisti ebrei, e si sarebbe nuovamente compiuto con “Vento di primavera”, dove la Laurent è un’infermiera ebrea che si oppone al nazismo. Il ciclo ebraico, scelta complessa, probabilmente l’ha resa più completa, l’ha fatta sentire impegnata anche nei confronti della sua storia personale, nei confronti del nonno che ne era testimone.
Negli scorsi giorni è stato presentato, fuori concorso, alla Berlinale “Treno di notte per Lisbona”, Il film tratto dall’omonimo romanzo di Pascal Mercier, che la vede interprete al fianco di Jeremy Irons, Christopher Lee e Charlotte Rampling.
Prima di Berlino, già a Cannes, era stata accolta con benevola ammirazione: era del resto stata scelta come madrina della Kermesse, presentando la serata di apertura e di chiusura della manifestazione.
Da regista poi è riuscita a intavolare ben due corti e un lungometraggio, dal titolo Les Adoptes, opera prima che raccoglie critiche niente male. C’è da stimarla o detestarla, ma sempre con stima, per le diverse competenze che può inserire nel cv, per il fatto stesso che mostra di sapersi rinnovare senza sosta e che ostenta una serena consapevolezza della propria genuina bellezza.
E poi c’è la voce: a sentirla in effetti si resta piacevolmente catturati, vittime ancora di quella attrazione compulsiva che Mèlanie la francese può ingenerare. Col suo album pop, inciso assieme all’ex boy friend famoso, Damien Rice, esordisce in una miscellanea di atmosfere evocative, sottofondi raffinati e, azzarderei, richiami ai grandi cantautori francesi. Non è detto che piaccia, bisogna aver l’orecchio affinato ai ritmi non sempre esaltanti della musicalità francese, andare forse oltre il primo ascolto. In ogni caso un minuto dedicato a Insomnie o a En t’attendant non è, a mio avviso, tempo mal occupato, è un’esperienza da provare, un modo comunque per testare la fascinazione che Mélanie, su di noi è in grado di esercitare.
Può anche non arrivare, restare li come un’immagine fresca di una primavera che senza imporsi passerà, come le altre, e si lascerà magari dimenticare. La voce può esser letta come piatta, banale, che non riesce a trasmettere emozioni, ma nelle impressioni, è chiaro, risiede un alto tasso di sovrana soggettività.
La segnalazione non può andare oltre, il mio colpo d’occhio si esaurisce su un certo livello di approfondimento della figura che, seppur con grande impegno di analisi, non può che rimanere semplicemente stilizzata.
Le attrazioni in fondo nascono come le intuizioni, alla base c’è lo stesso processo di sensazioni e richiami, riconoscimenti oserei affermare, che si creano e si avvertono. In cosa mi riconosco non so dirlo, magari si tratta di un mero piacevole inganno.
Benedetta Celati