mercoledì 20 febbraio 2013

Binario13: Arte e Cultura


Un viaggio verso Levante.

Lo scorso novembre è approdata al Palazzo delle Esposizioni di Roma, organizzata in collaborazione con l’American Museum of Natural History di New York, una mostra dai toni suggestivi e intriganti che hanno il sapore dell’Oriente: Sulla via della Seta, antichi sentieri tra Oriente e Occidente. Il nome, evocativo di terre sconosciute e lontane, epoche remote, atmosfere esotiche, è un invito troppo allettante per poter essere declinato. E chi avrà la pazienza e l’ardire di affrontare il traffico romano per visitare l’esposizione non resterà deluso.
La soglia del Palazzo delle Esposizioni è un varco spazio-temporale, che catapulta il visitatore in un passato antico, lungo quelle strade che dall’Europa conducevano nell’Estremo Oriente, attraverso il cuore vivo e pulsante del continente Asiatico.
Le luci soffuse contribuiscono a creare un’atmosfera misteriosa che accompagna lungo il viaggio alla scoperta dei colori, gli odori e i sapori della Cina antica, ma non solo.
Si possono ripercorrere gli itinerari seguiti dai mercanti europei alla ricerca di fantastici tesori. Viaggi estenuanti, che potevano richiedere anche trecento giorni di cammino, per barattare oro e pietre preziose, ottenendo in cambio sete e stoffe pregiate, ceramiche finemente lavorate, spezie e pellicce.  
La mostra si snoda attraverso quattro tappe essenziali lungo la via della seta.
Si parte da Xi’An. L’atmosfera è quella giusta. Il grande telaio dà il senso della pazienza e del duro lavoro necessari per produrre le sete tanto gradite alle nobili casate di tutta Europa. Lungo il percorso, tra gli abiti e le ceramiche, ci si imbatte anche in originali strumenti musicali. Le loro melodie, esotiche e accattivanti, sono una dolce compagnia per il visitatore.
La seconda tappa è Turfan. Le pellicce di bestie feroci sbalordiscono. Forse impressionano. Rara merce di scambio.  Grandi otri spandono nell’ambiente fragranze e profumi tutti da indovinare.
Samarcanda è il più grande mercato a cielo aperto che l’antichità abbia mai conosciuto. La tradizione vuole che vi si potesse trovare qualunque cosa. Qualunque.
Infine Baghdad. Capitale del mondo islamico. Fiorente, grazie anche all’assiduo commercio con la Cina. Via mare, questa volta. Città nota, in passato, per la cultura, lo sviluppo tecnologico e scientifico. Ne è testimonianza il colossale astrolabio, complicatissimo arnese che consentiva agli arabi di conoscere con precisione l’ora osservando le stelle. Una riproduzione del cielo di Baghdad consente di divertirsi con le istruzioni per l’uso dell’astrolabio.
Ma il cammino non finisce qua: anzi, prosegue lungo le rotte marittime che portavano in Oriente, i sentieri seguiti da Marco Polo, le carovane di cammelli e le riproduzioni di antiche navi dalle stive ricolme di preziosi tesori. Una mappa interattiva permette di avere consapevolezza delle molteplici vie della seta.
La mostra si distingue piacevolmente, oltre che per la ricchezza dei suoi elementi, per il suo carattere inerattivo, perché capace di stimolare il visitatore, incuriosirlo e coinvolgerlo attivamente, impedendo la solita camminata stanca e fiacca verso l’uscita.  
Per chi ama l’oriente e i suoi misteri, ma anche per chi, più semplicemente, vuol farsi sedurre e affascinare da un mondo insolito, questa mostra è imperdibile.

Michela Boi

Binario13: Mondo


Mali: la guerra nel guerra nel cortile di casa.

L'emergenza Mali non è una cosa recente. Ci troviamo di fronte all'ennesimo caso di un paese creato artificialmente da uno stato europeo, in questo caso la Francia, desideroso di liberarsi, il più rapidamente possibile e senza le debite ponderazioni su quelle che debbano essere le basi socio-culturali per la creazione di un nuovo stato, delle parti del suo impero coloniale ormai non più convenienti. Guardandone i confini, che paiono tracciati con un righello, non si può non confutare questa tesi. A livello etnico il paese risulta come un'accozzaglia di popolazioni distinte. Se ne contano ben sette diverse: Bambara (circa il 32% della popolazione e gruppo maggioritario), Bozo, Dogon, Malinke, Sarakollé, Songhai e Tuareg. Come in tutte le migliore tragedie africane alcune di queste etnie si sono impossessate progressivamente del potere emarginando e conducendo alla più tragica miseria le altre.
La conquista del Mali fu avviata dai francesi nel 1864 e ultimata da Joseph Gallieni, eroe della prima guerra mondiale, fra il 1880 e il 1898. Nel 1895 il Mali si convertì in colonia francese e fu incorporato nell'Africa Occidentale Francese (AOF), una federazione di colonie, formatasi in più fasi, comprendente Mauritania, Senegal, Sudan Francese (oggi Mali), Guinea, Costa d'Avorio, Niger, Alto Volta (oggi Burkina Faso) e Dahomey (oggi Benin). Questo immenso territorio era gestito da un Governatore Generale (residente a Dakar) assistito da dei Vice-Governatori regionali.
Fino alla fine della seconda guerra mondiale ogni attività politica nelle colonie era proibita. La svolta, che costituì il primo passo verso l'indipendenza del Mali, si ebbe nel 1946, quando nacque a Bamako il partito indipendentista Riunificazione Democratica Africana (RDA). Dopo dieci anni il Sudan francese (Mali) si convertì in una repubblica autonoma e con la conferenza di Bamako, il 29 e il 30 dicembre 1958, rappresentanti del Senegal, del Sudan francese, dell'Alto Volta e del Dahomey sancirono la nascita della Federazione del Mali. Dopo pochi mesi, a causa delle dispute fra senegalesi e sudanesi sulla ripartizione del potere, la Federazione affondò. Fatto che condusse, il 22 settembre 1960, alla nascita della Repubblica del Mali. Il primo presidente fu Modibo Keïta. Keïta orientò il neonato stato verso una socializzazione progressiva dell'economia, iniziando dall'agricoltura e dal commercio, con la creazione, nell'ottobre del 1960, della Somiex che aveva il monopolio delle esportazione e delle importazioni. Queste azioni, unite ad una politica monetaria disastrosa, che portò ad un elevata inflazione, posero le basi per il colpo di stato del 19 novembre del 1968, patrocinato dal terratenente Moussa Traoré che diede vita ad una dittatura. La democrazia ritornò solo nel 1992. Il personaggio simbolo di questo nuovo corso fu Alpha Oumar Konaré di cui prese il posto, con la vittoria alle elezioni del 2002, il generale Amadou Toumani Touré, candidato dell'opposizione e artefice, nel 1991, del colpo di stato che pose fine alla dittatura di Traoré. Per l'occidente il Mali degli anni '90 e inizi 2000 era un paese modello, a cui dare fiduccia e concedere fondi per lo sviluppo. A noi occidentali faceva comodo non vedere i veri problemi del paese, come l'emarginazione a la feroce repressione delle popolazioni Tuareg, o giustificarne altri, come i brogli elettorali e la radicalizzazione della politica interna, adducendo che si trattava di una giovane democrazia e, in quanto tale, gli occorreva tempo e sviluppo economico per stabilizzarsi e normalizzarsi.
I Tuareg sono una popolazione berberica africana che vive nomade in un territorio che comprende parti del Mali, del Niger ma anche dell'Algeria, della Libia, del Burkina Faso e del Ciad. Dalla nascita del Mali ad oggi si contano ben quattro sollevazioni di questa popolazione da sempre emarginata dai luoghi che contano:
  1.    1961 - 1964. La riforma agraria di Keïta andava a toccare le terre tradizionalmente dei Tuareg. Il governo maliano rispose alla guerriglia, praticata da queste popolazioni per fermare le politiche governative, con una forte repressione e sistematici massacri. Anche successivamente al conflitto le autorità non fecero nulla per cercare di integrare i Tuareg nella vita politica del paese o di aiutarli a superare la miseria in cui vivevano a causa delle devastazioni della guerra.
  2.  1990 - 1996. Le popolazioni Tuareg, esasperate dalla povertà e dall'emarginazione, crearono un loro  stato indipendente, comprendente territori del Mali e del Niger. Ne seguì una nuova ondata di stermini. Per porre fine alle ostilità, con il patrocinio della Francia, i governi del Mali e del Niger offrirono ai Tuareg l'integrazione di loro elementi nelle sfere militari e civili e fondi per lo sviluppo.
  3. 2007 - 2009. Il mancato rispetto delle promesse fatte nel 1996 ai Tuareg da parte dei governi di Niger e Mali fu la causa della nuova sollevazione. Solo grazie alla mediazione dell'Algeria e ad un amnistia fu possibile, nel 2009, porre fine al conflitto.

La rivolta scoppiata nel gennaio del 2012 è la quarta in ordine di tempo. Le sue cause sono quelle di sempre unite agli effetti dirompenti della guerra in Libia. Campeggiata dal Movimento per la liberazione dell'Azawad (Mnla), nato dall'unione di gruppi formatisi durante le precedenti insurrezioni, a cui si è unito, successivamente, il movimento islamista salafita Ansar Dine, la rivolta si è rapidamente estesa. La risposta del governo del Mali è stata lenta e poco incisiva anche a cause delle divisioni che si erano create in seno alle forze armate, dopo l'inserimento in esse, negli anni precedenti, di 1.600 Tuareg, come previsto dagli accordi di pace del 2009. Molti soldati, abituati a vedere i Tuareg come nemici decisero di abbandonare l'esercito, andando ad unirsi alle milizie di nascenti signori della guerra locali.

Il 22 marzo un colpo di stato, diretto dal capitano Amadou Sanogo ,  ha abbattuto il presidente Touré accusato, da parte dell'esercito, di non aver saputo affrontare con la necessaria forza la minaccia dei separatisti. Grazie alla confusione generata dal golpe i separatisti sono riusciti a guadagnare velocemente terreno conquistando, in rapida successione, Gao (30 marzo), Timbuctù (1aprile) e Douentza (2 aprile).

Nello stesso giorno in cui la giunta militare, sotto le pressioni internazionali, accettava di restituire il potere ai civili, l’Mnla ha proclamato l’indipendenza dell’Azawad (5 aprile) con un comunicato apparso sul suo sito internet. Il documento, nel quale si fa riferimento al principio di autodeterminazione dei popoli, precisa che il nuovo Stato rispetterà i confini dei paesi limitrofi e la carta delle Nazioni Unite e che sarà governato secondo principi democratici. Peccato che poco dopo Ansar Dine, grazie al supporto di AQMI, l'Al Qaeda del Magreb, e di un altro movimento estremistico, il MUYAO, vittoriosa nel corso di duri scontri con l'Mnla, ha preso il controllo della rivolta e proclamato la Shari'a in tutto il Mali del nord.

L'Mlna, movimento fondamentalmente laico, aveva deciso di allearsi con Ansar Dine pur di liberare i Tuareg dall'oppressione delle etnie limitrofe. Ansar Dine però non era più però quel movimento di salafiti estremistici ma tranquilli di prima. Con la guerra in Libia, molti dei suoi membri avevano combattuto per conto di Gheddafi, e si erano ampiamente riforniti delle armi del dittatore, erano anche venuti a contato con Al Qaeda, radicalizzandosi.

Per la Francia la situazione è diventata esplosiva quando i separatisti, sotto la nuova direzione di Al Qaeda, hanno deciso di non accontentarsi più della parte nord del Mali ma di volere l'intero paese. Dopo la presa di Konna (9 gennaio 2013), i ribelli si sono diretti velocemente verso Mopti e l'aeroporto di Séveré, basilare nodo strategico. Dopo poche ore, il presidente francese Hollande, pur di evitare la caduta dell'importante infrastruttura, necessaria per ogni intervento, decide, in modo unilaterale, di attaccare i ribelli. Aerei francesi, presenti nel teatro e con base in Chad bombardano le colonne nemiche mentre forze speciali iniziano a sbarcare a Séveré (10 gennaio 2013). Nel frattempo il governo francese annunciava che sarebbero stati dispiegati in Mali fino a 2.500 soldati a cui si sarebbero aggiunti altri 2.000 soldati del Chad, conoscitori delle tecniche usate dai ribelli, e 2.500 soldati della Missione internazionale di appoggio al Mali (MISMA) capitanata dal generale nigeriano Sheho Abdulkadir. Già il 15 gennaio i soldati franco-africani, protetti dall'alto, hanno iniziato ad attaccare con forza i separatisti, prendendo, il 26 gennaio, Goa e, il 27 gennaio, Tumbuctù. Mentre i caccia continuano le loro incursioni sul nord i ribelli, a quanto emerge da immagini satellitari e da informazioni dell'intelligence, si stanno in parte nascondendo nel deserto, pronti a rapidi attacchi, e altri concentrando a Kidal, città settentrionale del Mali e vera e propria roccaforte di Andar Dine (il capo del movimento, Iyad Ag Ghali, è natio di Kidal).

La guerra sarà lunga e complessa poiché il risentimento dei Tuareg è forte, così come lo è la loro conoscenza del terreno e la complessità di operare in un'abbiente grosso due volte la Francia. Hollade è disposto ad accettare uno stato Tuareg, e infatti il 5 aprile, giorno della dichiarazione dell'indipendenza dell'Azawad, non intervenne, ma mai accetterà un Mali fondamentalista e punto di partenza per la destabilizzazione di tutti i governi del Sahel, zona dove la Francia ha immensi interessi.

Gianluigi Usai

Binario13: Economia


Mps: tutti contro tutti. Una vera storia italiana

Le ultime vicende che riguardano la banca più vecchia d’Italia hanno tenuto certamente impegnati i giornalisti, italiani e non, in quest’ultimo mese; è stato scritto di tutto di più, tanto da “stordire” gli utenti dei mass media. Proviamo a fare un po’ di chiarezza, senza alcuna presunzione, su questo complicatissimo caso che getta ombre sinistre su questo antico istituto bancario. Ma partiamo dall’inizio.
Per l’ex presidente della banca Mussari, l’ex direttore generale Vigni, e l’allora responsabile dell’area legale Rizzi è ipotizzato il reato di concorso per falso in prospetto: la procura di Siena ipotizza che per quanto riguarda gli aumenti di capitale del 2008 e del 2011 “non venissero descritti in modo compiuto i titoli Fresh 2008 (obbligazioni subordinate convertibili in azioni ordinarie) ed in alcun modo i Total Return Swap sottoscritti dalla Fondazione MPS … tanto da creare false informazioni ed occultare notizie in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari del prospetto.”
L’altro reato di cui sono accusati Mussari, Vigni e Pirondini (ex Cfo di Banca Monte Paschi) è manipolazione del mercato in concorso: i tre, secondo la procura, “con più azioni esecutive dello stesso disegno criminoso partecipavano e contribuivano alla predisposizione della complessa operazione finanziaria denominata Fresh 2008, diffondendo al mercato notizie false ed idonee a determinare una sensibile alterazione del prezzo dell’azione.”
Si è scatenata poi la polemica contro Bankitalia perché, secondo molti, non avrebbe vigilato a dovere. Il governatore Visco ha ricordato che da parte dell’istituto che presiede c'è "impegno massimo" a "rendere sempre più efficace e tempestiva" l'azione di vigilanza… e "valutiamo attentamente ogni suggerimento; siamo aperti al dialogo costruttivo. "Le regole, le procedure, e i tempi dell'azione di vigilanza sono prestabiliti e rigorosamente formalizzati in ogni passaggio, a garanzia di una loro applicazione uniforme". Un vero e proprio sfogo da parte della dirigenza di Palazzo Koch, che vuole porre l’accento il proprio impegno nel sorvegliare sul sistema bancario. Sempre da Bankitalia si fa sapere che entro il mese di marzo sarà completato il processo per le sanzioni nei confronti delle persone fisiche.
Del resto, queste parole sono l’eco di ciò che ha detto il governatore della BCE Mario Draghi: egli spiega come “sul caso Mps la Banca d' Italia ha agito bene e tempestivamente, nell' ambito del suo mandato. Ha fatto tutto ciò che doveva e fornito i documenti alla magistratura”; ha detto ciò a margine della conferenza stampa dopo il consiglio della Banca Centrale Europea. L’ex capo di Palazzo Koch (al tempo degli illeciti in esame) ha risposto alle domande sul Monte dei Paschi di Siena. “Abbiamo fornito tutti i documenti alla magistratura, ed io stesso ho firmato le due ispezioni, ma la Banca d' Italia non ha poteri di polizia giudiziaria”; dopo sottolinea l’importanza nel “non dare ascolto alle tante voci che circolano, adesso che in Italia è in corso la campagna elettorale, serve fare una tara”. Poi invita gli scettici a dare un’occhiata al documento dell' Fmi nel quale dichiara che Via Nazionale prese allora le misure adeguate, all' interno del suo mandato. “È importante che non si dia ascolto alle tante voci amplificate dalla campagna elettorale - ha affermato con forza Draghi - andrebbero liquidate come il classico "rumore" prodotto da una sfida elettorale”.
In conclusione della conferenza stampa, il governatore aggiunge che l'opinione dell' intero Consiglio direttivo della Banca centrale europea è che sia necessario attribuire più poteri alle banche centrali, tra i quali anche il potere di rimuovere i vertici delle banche, se ciò si rende necessario. Insomma le autorità monetarie sembrano avere le idee chiare sul caso Mps, ovvero che quello che era possibile fare è stato fatto ed additano parte dei problemi ai poteri limitati di cui dispongono.
Caso Antonveneta: nel novembre del 2007 Monte Paschi acquista la banca padovana dagli spagnoli di Santander per una cifra attorno ai 9 miliardi e 300 milioni di euro (sarà perfezionata  poi la cessione nel maggio dell’anno seguente). Fin qui niente di strano, se non fosse che Mps la acquista ad una cifra superiore del 50% rispetto a quella che gli spagnoli pagarono pochissimi mesi prima (Santander acquista precedentemente la proprietà di ABN Ambro, che possiede la maggioranza di Antonveneta) e senza effettuare la due diligence, cioè senza andare ad analizzare la situazione nello specifico della banca acquistata, senza controllare i problemi connessi alla gestibilità, allo svolgimento dell’attività bancaria o, più in generale, alla convenienza dell’affare. Fonti non confermate, ma questo è ancora al vaglio degli inquirenti, dicono che all’interno dell’istituto senese era risaputo che Antonveneta portasse con se molti problemi come la partizione poco efficiente di alcune aree aziendali, la governance accentrata verso la vecchia società capogruppo (ABN Ambro), filiera del credito male strutturata e errori nelle voci di accantonamenti 2007; si procedette comunque in tempi brevissimi per l’acquisto della banca padovana.
Perché? Perché comprare una banca al doppio di quanto vale e poi pagare un altro miliardo perché si è acquistata a “scatola chiusa”? Le spiegazioni che si sentono in giro sono molte; c’è chi sostiene che l’affare nascondesse in se dei ritorni personali poco chiari, c’è chi sostiene che MPS abbia acquistato Antonveneta (banca del nord-italia con forte polarizzazione politica verso destra) per ingraziarsi o per mettersi al riparo dai governi di centro-destra, c’è chi sostiene invece che l’acquisizione sia avvenuta al giusto prezzo perché avrebbe permesso a Monte Paschi di allargare l’area aziendale dei prestiti alle imprese (specialità di Antonveneta). Su tutto questo sta indagando la magistratura. Dalle dichiarazioni preliminari stanno emergendo dei risvolti insoliti: pare, secondo gli interrogati, che la dirigenza di Santander volesse vendere Antonveneta immediatamente e senza due diligence: il perché appare evidente, cioè che la banca spagnola fosse interessata ad altre componenti di ABN Ambro, come le attività in Sudamerica, e volesse liquidare il prima possibile la banca padovana. Interessate in prima linea all’affare erano MPS e BNP Paribas: Santander, sempre stando a quanto è uscito dalle indagini, avrebbe messo pressione alla banca senese affermando che, se avesse insistito nel voler effettuare la due diligence, l’avrebbe ceduta all’istituto francese. Il resto lo sappiamo tutti: Mps acquista Antonveneta, il 15 settembre dell’anno successivo (2008) le borse crollano e si diffonde il panico, non certo uno scenario favorevole per chi ha acquistato una banca pagando un prezzo doppio rispetto al suo reale valore.
Ma veniamo all’argomento clou che interessa veramente molte persone, dai dipendenti ai correntisti, dagli azionisti agli abitanti della città del palio, insomma agli stakeholders tutti: ma quanto è solida la banca?
Le attività ponderate per il rischio (RWA) in data 30/09/2012 ammontano  ad un valore di 95,3 miliardi di euro, in netta diminuzione rispetto al passato. Questo misura ci indica l’attivo ponderato per il rischio che detiene la banca, ovvero grosso modo è una approssimazione dell’esposizione al rischio e viene calcolata prendendo in considerazione ogni asset dell’istituto e ponderato per i coefficienti stabiliti dall’accordo di Basilea III.
Il  Core Tier 1 ratio è pari all’10,8% (a novembre), ossia il rapporto tra Core Tier 1 (la parte di prima qualità del patrimonio di vigilanza della banca) e l’RWA; il livello minimo richiesto dalla vigilanza per far fronte a tutti i rischi bancari, più il rischio sovrano che è previsto per il 9%.
Il Total Capital ratio è pari al 15,4%, cioè l’intero patrimonio di vigilanza rapportato al totale dei rischi assunti.
Tutto questo vuol dire che la banca ha tutte le carte in regola a livello patrimoniale e perciò la dirigenza non ritiene necessario l’aumento di capitale richiesto dall’Eba; l’eventuale aumento farebbe quasi certamente perdere la governance dell’istituto di Rocca Salimbeni alla Fondazione (che adesso possiede il 37,5% delle azioni).
Al termine dell’ultimo cda, viene rivelata la reale entità degli «errori contabili» - così definiti in uno degli ultimi comunicati stampa della banca - su Alexandria, Santorini e Nota Italia. Nello specifico, su Alexandria l’errore di sopravvalutazione contabile è di 273,5 milioni, su Santorini è di 305,2 milioni e di 151,7 milioni su Nota Italia. “La correzione di bilancio fatta da Mps per 730 milioni comporterà un rilevante effetto negativo sul patrimonio netto 2012, ma l'impatto non è tale da pregiudicare l'adeguatezza patrimoniale complessiva della banca" ha specificato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Ma cosa sono queste operazioni?
Alexandria: Nel 2005 Monte dei Paschi acquista dalla tedesca Dresner Bank uno strumento denominato Alexandria. Pur trattandosi di un titolo complesso legato a sua volta al debito di un’altra società veicolo della banca tedesca, appare fin dall’inizio come un buon investimento: è un CDO (Collateralized Dept Obbligation), cioè un titolo obbligazionario che ha come sottostante un portafoglio di mutui di vario genere. L’esposizione in questi asset è di circa 400 milioni di euro. Quando nel 2009 scoppia la crisi vera e propria, con tanto di panico sui mercati, Alexandria scende del 70% del suo valore, causando una perdita di 220 milioni nel bilancio della banca di Siena. A questo punto la banca giapponese Nomura acquista da MPS, ad un prezzo superiore a quello di mercato, gli asset Alexandria; le due banche stipulano poi un contratto con il quale MPS riceve liquidità per coprire le perdite e cede a Nomura BTP trentennali, impegnandosi a ricomprarli negli anni ad un prezzo più alto.
Santorini: la banca senese decise di utilizzare questo derivato per coprire le perdite dovute ad altri investimenti (precisamente per un equity swap che aveva come sottostante una partecipazione dell’istituto in Intesa) ma le causò un buco di 360 milioni. Nel 2008 Monte Paschi strinse accordi con Deutsche Bank, alla quale cedette Btp trentennali in cambio di liquidità, impegnandosi a ricomprarli successivamente.
Nota Italia: il Monte dei Paschi decise di vendere nel 2006 a JP Morgan dei credit default swaps sullo Stato italiano, come “assicurazione” contro il rischio di fallimento del nostro Paese. All’epoca questi CDS avevano un valore non molto alto, ma, quando la crisi si è acutizzata, il loro valore è aumentato notevolmente, causando ulteriori perdite nel bilancio di MPS.
Ma la verità dei fatti non è ancora uscita fuori. Fino a quando tutti i dettagli non saranno emersi, sarà impossibile stabilire con certezza se la Banca d’Italia, la Deutsche Bank o Nomura avrebbero potuto evitare tali coinvolgimenti o se sono state truffate dal Monte dei Paschi di Siena. La banca senese ha pagato poi caro il riassorbimento dei Btp trentennali e l’aumento dello spread per tre ragioni: la prima è che i prezzi dei titoli di stato sono crollati, facendo contrarre l’attivo dell’istituto; la seconda è che l’Eba (Europea Banking Authority) ha richiesto una maggiore patrimonializzazione per tutte quelle banche che detengono in portafoglio Btp; la terza è che sono esplosi gli oneri connessi ai CDS sui titoli di stato italiano.
Saranno poi emessi nelle prossime settimane 3,9 miliardi dei famigerati Monti bond da parte di Monte dei Paschi. Lo ha detto il presidente di Mps, Alessandro Profumo. Ma come funzionano questi titoli? Quali vantaggi comportano? La banca emetterà 3,9 miliardi di euro di titoli definiti “ibridi” (perché sono una via di mezzo tra azioni e obbligazioni e possono essere convertite in azioni ordinarie al verificarsi di determinate condizioni oggettivamente rilevate) per restituire i Tremonti Bond e per rafforzare il piano il proprio piano industriale. Lo Stato italiano li acquisterà e percepirà un interesse annuo del 9%. Tuttavia questi titoli, pur andando ad aumentare il patrimonio di vigilanza dell’istituto bancario, non daranno luogo a diritti amministrativi. In sostanza, lo Stato concorrerà, in parte, al rischio d'impresa di Mps ma non avrà alcun diritto decisionale. D’altro canto lo spettro della conversione dei Monti Bond in azioni ordinarie (leggasi nazionalizzazione) potrebbe essere di per se un forte incentivo a rimettere in sesto la banca e riportarla ad essere competitivo. Secondo il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, tale aiuto verso l’istituto di Rocca Salimbeni "non è il salvataggio di una banca in crisi; le gravi vicende emerse tuttavia non cambiano la valutazione di Bankitalia sulle condizioni di solidità complessiva del sistema bancario”.
Cosa accadrebbe dunque  se lo Stato fosse costretto a convertire questi bond? Si configurerebbe a tutti gli effetti una nazionalizzazione: i 3,9 miliardi di euro, una volta trasformati in azioni, equivarrebbero a circa l’80% del capitale della banca. Come dire; rimettetevi in sesto e trovate altre fonti di finanziamento, oppure vi acquisterà lo Stato.

Michele Cipriani

Binario13: Lifestyle


Una domenica di sole a San Pietro

Prendere la metro, a Roma, sino alla fermata Ottaviano-San Pietro, la domenica successiva all'annuncio delle clamorose dimissioni del Santo Padre non è stata un’idea originale. Il treno ha immesso nelle vie della Città Eterna centinaia di turisti e pellegrini, tutti diretti verso la stessa direzione: la basilica di San Pietro. Non c’è la calma tipica delle domeniche capitoline. Anzi. Sembrano fossero le otto e trenta del lunedì mattina. A Termini. (Chi ha vissuto Roma, non da semplice visitatore, capirà). Eppure, c’è qualcosa di diverso: manca il nervosismo tipico di chi riprende a lavorare dopo il week-end. La sensazione dominante è l’attesa palpitante e gioiosa. Dentro la stazione della metro, nei volti delle persone, nei loro passi svelti, che a tratti diventano corse, si percepisce la portata dell’evento. Tutti vogliono vedere il Papa prima che si compia il pronostico delle sue dimissioni. Molti sono spinti dalla fede e dall’affetto che nutrono verso il Pontefice. Sono la maggioranza. Altri si trovano là per pura curiosità. Altri ancora vogliono sentirsi parte di qualcosa di grande. In effetti, si tratta di un evento storico non unico, ma quasi. Benedetto XVI è uno dei pochi Papi, nella millenaria storia della Chiesa, che hanno scelto di abdicare. L’ultimo era stato Celestino V, colui che “fece per viltade il gran rifiuto”. Così Dante nel III Canto dell’Inferno. Correva l’anno 1294. Altri tempi. Un’altra Chiesa. Forse. Perché forse è stata proprio l’impotenza, a fronte della volontà di riformare e cambiare una Chiesa che non risponde alle prescrizioni evangeliche, a spingere Benedetto XVI a questa scelta. Forse. Ma non importa. Ciò che conta davvero sono le persone, i fedeli accorsi numerosi per porgere il loro saluto a Papa Ratzinger. E sono davvero tanti. Si parla di oltre cinquantamila persone racchiuse tra le braccia del colonnato del Bernini. Vengono da tutto il mondo. Francesi, inglesi, tedeschi, polacchi, spagnoli, argentini, statunitensi, filippini. E non solo. Ci sono persino i giapponesi. (Chi l’avrebbe mai detto?). La piazza è immensa, sembrerebbe difficile riempirla. Non è così, si riempie. E in fretta. Tutti i presenti, col naso in su, guardano la celebre finestra di Palazzo Vaticano, dove il papa si affaccerà per l’Angelus. Il suo penultimo Angelus. Quando l’attesa figura compare davanti agli occhi  impazienti dei fedeli è un tripudio generale. Migliaia di mani si levano verso il cielo per rispondere al saluto. La gioia è palpabile. Le parole del Pontefice, che esorta a scegliere il Bene, piuttosto che il potere e l’egoismo, sono inframmezzate dai cori dei presenti. Viva il Papa! Viva! In varie lingue, il Santo Padre chiede di pregare per lui. E ringrazia. Ringrazia per l’affetto che gli viene dimostrato. Ringrazia perché il Popolo di Dio è accorso così numeroso per salutare il suo Pastore. Grida di giubilo tra la folla che vuol far sentire la sua vicinanza. Le persone non si muovono neanche quando la finestra si chiude, ma continuano a guardare, col naso per aria. Sembra attendano che il Papa faccia di nuovo capolino. Non accade. Ma questa non è una buona ragione per fuggir via, dopo esser giunti sin laggiù. Così, chitarra alla mano, i Papa-boys intonano qualche allegra canzone. Abbracciati. Con la loro allegria coinvolgono anche i curiosi che si sono accalcati attorno a loro. I presenti sono inglobati in un girotondo, che diventa sempre più grande. E con la mano nella mano di uno sconosciuto, tutti cantano le loro lodi al Signore, sotto il sole caldo di una luminosa mattinata romana. È festa. Questo il messaggio che si legge sui volti, i gesti, le voci di tutti. Un messaggio di positività e fratellanza. Questo è il lato più vero e profondo della Chiesa. Quello più sentito, forse. Sicuramente quello più commovente e affascinante.

Michela Boi