domenica 12 ottobre 2014

Perchè tanti spin off?


Il 30 settembre il management di EBay[1] ha annunciato uno spin off dal quale emergeranno due società distinte, ciascuna delle quali focalizzata su uno specifico business. Il 6 ottobre, Hewlett Packard[2] e il 10 ottobre Symatec Corp[3] e Blackstone[4] hanno annunciato che seguiranno lo stesso percorso. In tutti e quattro i casi, il management, per spiegare l'operazione, ha utilizzato frasi che poco divergono da quella di Michael Brown, CEO di Symantec:

"It has become clear that winning in both security and information management requires distinct strategies, focused investments and go-to market innovation. Separating Symantec into two, independent publicly traded companies will provide each business the flexibility and focus to drive growth and enhance shareholder value."

Su Bloomberg, Katie Benner, è riuscita a riassumere in poche righe il perchè di queste scelte strategiche:

This fall's big corporate trend is to split fast-growing businesses from those that are advancing more slowly. Companies are trying to find ways to return value to shareholders in an environment where markets are moving higher and break-up announcements are often followed by stock price gains.

Che cosa possiamo apprendere da queste operazioni?
1.      La formula imprenditoriale di queste società non è più competitiva o attuale. Quando essa è valida il valore dell'impresa è superiore alla somma delle sue parti, prese singolarmente. In tutti questi casi, invece, gli analisti si aspettano dallo spin off la liberazione di forti benefici, precedentemente inespressi. Nel caso di Blackstone, addirittura, la sola presenza dell'Advisory, per via dei vincoli regolamentari, stava comportando delle limitazioni nell'operatività delle altre divisioni.
2.      In Italia, ma più in generale in Europa, si predilige alla scissione lo scorporo. Con la prima tecnica, dalla società originaria, si creano due entità distinte, ciascuna con la stessa base azionaria. Con la seconda, invece, le azioni della nuova entità sono possedute dalla vecchia. E' quindi naturale che nel primo caso gli azionisti abbiano un beneficio immediato dall'operazione mentre, nel secondo, esso dipenderà dalla capacità del management della vecchia società di valorizzare i fondi liberati.
Nei paesi anglosassoni la direzione, qualora non crei valore per gli azionisti, viene obbligata a lasciare il suo ruolo da parte del consigli di amministrazione oppure da azionisti attivi o ancora la società potrebbe essere oggetto di una scalata ostile. In Europa il mercato del controllo societario non è efficace per via di una serie di ostacoli culturali-amministrativi ma anche dal diverso modello di corporate governance. Le società sono molto spesso controllate da uno o più soggetti e con un management che fa più gli interessi di una parte che della pluralità degli azionisti.




[1] EBay. Società statunitense, fondata nel 1995 da Pierre Omidyar, gestisce dei siti di aste on-line che possono essere utilizzati dagli utenti per comprare e vendere prodotti.
[2] Hewlett-Packard Company. Società statunitense, fondata nel 1939 da Bill Hewlett e David Packard, si occupa della produzione di hardware e di software. Fino al 2011 è stata la principale produttrice mondiale di pc.
[3] Symantec Corp. Società statunitense, fondata nel 1982, si  occupa principalmente della produzione di software destinato a salvaguardare la sicurezza dei computer da attacchi informatici.

[4] Blackstone. Società statunitense, fondata nel 1985 da Peter G. Peterson e Stephen A. Schwarzman, è specializzata nei settori di private equity, investimenti immobiliari, hedge funds, ristrutturazione di aziende e gestione di fusioni e acquisizioni.

lunedì 6 ottobre 2014

Editoria? La svolta necessaria.

La comparsa di internet, quale mezzo d'informazione ed intrattenimento alternativo a libri e giornali, la globalizzazione, che sta progressivamente creando un'unica cultura planetaria, sommate ad una vita sempre più stressante, stanno rendendo la vita difficile al mondo dell'editoria. Con l'ausilio di Vittoria, autrice da pochi mesi del suo primo libro, e di Irene, giovane editrice, cercheremo di comprendere le ragioni della crisi del settore e le possibili risposte che questo dovrà dare per saper rispondere alle nuove esigenze dei lettori.

1. Come ti sei avvicinata al mondo dell'editoria? Qual'è stata la tua esperienza fino ad ora? 
Irene: Ho sempre avuto la passione per i libri e ho sempre desiderato lavorare a contatto con essi, perciò ho scelto di frequentare due corsi di laurea che mi hanno permesso di farlo. Grazie a questa scelta ho avuto la possibilità, in periodi diversi, di fare uno stage in una casa editrice e di lavorare con traduttori professionisti.
Vittoria: Mi sono avvicinata al mondo dell'editoria attraverso la pubblicazione del mio primo romanzo, dopo aver partecipato ad una selezione per scrittori emergenti, indetta dalla mia Casa Editrice, appunto. Fino ad ora la mia esperienza è stata positiva, ho ricevuto in breve tempo, un contratto piuttosto articolato, che, devo dire, ha soddisfatto le mie aspettative. La disponibilità per qualsiasi mio dubbio o perplessità, è stata inoltre immediata sin dal primo momento.

2. Quali pensi siano i principali problemi del settore? Pensi che la tecnologia, ovvero l'avvento dell'ebook, possa aiutare? 
I: Il problema principale è la mancanza generale di educazione alla lettura, e si acuisce in un periodo di crisi: meno soldi, meno acquisti, meno possibilità di investire. L'ebook non è romantico come un libro da sfogliare, ma rappresenta l'inevitabile adeguamento al mercato digitale, come già successo per film e musica. Senza dubbio è comodo poter avere centinaia di libri in un solo dispositivo; il rischio maggiore è costituito dalle riproduzioni illegali.
V: Ritengo che i principali problemi del settore riguardino in particolar modo le grandi difficoltà che uno scrittore sconosciuto, sia esso giovane o già in avanti con gli anni, trova nel riuscire a far pubblicare le proprie opere. Una casa editrice, a mio avviso, dovrebbe infatti valutare il valore delle opere che le vengono inviate, e non soppesare l'identità dello scrittore. In tempi recenti, per fare un esempio, vengono pubblicati troppo spesso libri i cui autori sono personaggi del mondo dello spettacolo, libri che magari non contengono alcun significato, scritti in modo orribile o addirittura da altri per loro, ma in quanto  appartenenti a persone già famose, vengono editi a prescindere.
Per quanto riguarda l'avvento dell'ebook, credo che da un lato, sia molto positivo, poiché le opere hanno una diffusione più capillare, questo però nel mondo dei giovani, o comunque di chi ha la possibilità di sfruttare la tecnologia. Un libro cartaceo è invece accessibile più o meno a tutti ormai, perciò sono dell'avviso che non debba mai essere soppiantato da quello in formato digitale, sia perché l'informazione e la cultura devono essere alla portata di ciascun individuo, sia per scongiurare il rischio di diventare eccessivamente dipendenti dal mondo computerizzato, alla stregua di veri e propri automi.

3. Amazon sta travolgendo le librerie e il loro attuale modo di essere. Quali provvedimenti, pensi, queste debbano adottare per arrestare il loro declino? 
I: Amazon è uno store globale, dove si trova di tutto, ed è facile rimanere affascinati dalla possibilità di avere tutto quello che vuoi a domicilio. La battaglia con un tale colosso sembra persa in partenza, ma le librerie, da parte loro, hanno due armi da sfruttare per riuscire a conviverci: trovare il modo di vendere in negozio il prodotto digitale e puntare sul contatto umano. Mettere il cliente al centro dell'attenzione, coinvolgerlo, consigliarlo, appassionarlo. La parola d'ordine deve essere "competenza", se il cliente-lettore la troverà continuerà a fidarsi.
V: Con l'impazzata di Amazon, le librerie, per evitare il loro declino, dovrebbero organizzare molto frequentemente delle serate interamente dedicate alla cultura, magari prefiggendosi un tema da affrontare, come per esempio il pensiero di un determinato autore, il contesto in cui si sviluppa e via dicendo, accompagnate da vendite promozionali; insomma, serate in cui il pubblico potrebbe intervenire ed interagire con gli organizzatori e i librai. In poche parole, rispolverare i vecchi "caffè letterari"!

4. Pensi che i concorsi letterari svolgano effettivamente quel ruolo di viatico dei nuovi talenti che si prefiggono?
I: Con lo sviluppo delle tecnologie digitali è nato anche il self-publishing, strumento che consente agli scrittori emergenti di farsi editori di se stessi. Tuttavia, penso che i concorsi letterari continuino a rivestire un ruolo importante per farsi notare dalle case editrici. Tentar non nuoce e vincere impreziosisce la proposta editoriale.
V: Parlando dei concorsi letterari, penso che essi possano effettivamente aiutare i nuovi talenti ad emergere, in base alla loro entità. Parlando con schiettezza, è risaputo che un concorso molto più importante e più seguito rispetto ad un altro, offra maggiori possibilità di rendersi visibili e crearsi un posto nell'ambito in questione.

5. Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?  
I: Tradurre libri, lavorare in una casa editrice, gestire una libreria tutta mia. Più semplicemente, trasformare una mia grande passione nella mia professione.
V: Il mio sogno nel cassetto è quello di continuare a scrivere, cosa che faccio sin da quando ero bambina, e pubblicare tanti libri, con la speranza che possano appassionare i miei lettori ed offrire loro piacevolissimi momenti.

6. Quando scrivi un libro esiste la così detta crisi di metà strada, ovvero la difficoltà nel continuare oltre la metà del libro. Come hai fatto a superarla?
V: Ebbene si, confermo che, almeno per quanto mi riguarda, esiste la cosiddetta crisi di metà strada. Solitamente infatti le idee si affollano all'inizio una dopo l'altra e man mano che procedo si diradano un po'. Arrivata a questo punto, rileggo più volte e con molta attenzione ciò che ho scritto precedentemente, in tal modo le idee ritornano e proseguo con la stesura sino a termine del libro.

7. Quali caratteristiche dovrebbe avere un libro per essere vincente sul mercato e appassionare i lettori? 
I: Se parliamo di narrativa, una storia originale, ben strutturata e ben scritta, è il punto di partenza. L'aspetto emozionale è di fondamentale importanza, un libro deve farti venir voglia di non staccare gli occhi dalla prima all'ultima pagina e di saltare le righe per sapere cosa accadrà. A un libro ben fatto, poi, deve aggiungersi una giusta strategia di marketing.

8. Quali sono i settori che, a vostro avviso, tirano per la maggiore?
I: Se non consideriamo i best-seller, i grossi nomi e i casi letterari, credo che la narrativa, in particolare il giallo in tutte le sue declinazioni, vada per la maggiore. Molto gettonati sono anche i libri di cucina (le trasmissioni televisive aiutano!) e i romanzi/biografie scritte da personaggi noti, che in un mercato editoriale vittima della crisi attirano i lettori con il proprio nome.
V: I generi che a mio avviso, oggigiorno vanno per la maggiore, sono il fantasy, e sempre più prepotentemente quello erotico.


Gianluigi Usai 

giovedì 29 maggio 2014

A lezioni di Riciclaggio

Il carico fiscale in Italia, fra il 1980 e il 2014, è cresciuta del 42% passando dal 31,4% al 44,6% del PIL.
La curva di Arthur Laffer mette in relazione l’andamento della pressione fiscale con il gettito. La punta corrispondente al massimo livello di tassazione tollerabile dall'economia. Una volta superata tale soglia il gettito tende progressivamente a diminuire con un risultato opposto rispetto a quello sperato. Questo fenomeno è ovvio visto che, l'eccessiva pressione fiscale, porterebbe ad una paralisi degli investimenti, una riduzione dei consumi ed ad una crescita consistente dell'economia sommersa. Secondo molti studiosi il livello massimo di tassazione compatibile con lo sviluppo nel lungo periodo è intorno al 30% del reddito.
Le imprese tendono sempre più a spostare la produzione in quei paesi dove la tassazione è meno penalizzante. Alle attuali condizioni l'azienda che vuole e può crescere non lo fa per linee interne, espandendo il proprio fatturato in Italia ed esportandone una quota, ma perseguirà la via dell'internazionalizzazione, effettuando acquisizioni all'estero e beneficiandosi della bassa imposizione che questi paesi offrono. Questo fenomeno sta impoverendo progressivamente il tessuto produttivo del nostro paese con delle tristi ed ovvie ripercussioni sul versante occupazionale. 
Altri, che non possono percorrere la via della fuga all'estero, ricorrono all'evasione fiscale. Fenomeno che si è convertito in emergenza nazionale, con un'economia sommersa arrivata a pesare per circa il 20% del PIL.
Quando parliamo di economia sommersa dobbiamo innanzitutto spiegare qual'è la differenza fra evasione ed elusione fiscale. Nel primo caso si dichiara un imponibile minore rispetto a quello reale mentre nel secondo caso, sfruttando la normativa fiscale, si fa passare un'operazione per un'altra che comporta minori imposte. Per tanti anni uno dei principali tributaristi italiani, prima di passare alla cronaca per le sue spericolate operazioni finanziarie, è stato Enrico Sindona. All'interno del libro "Il mistero di Sindona", scritto da Nick Tosches, il protagonista racconta all'autore alcune delle tecniche maggiormente utilizzate, allora come oggi, per riciclare il denaro sottratto al fisco. Ecco a voi una succinta ricostruzione,  tratta dal libro, di questi meccanismi.

Consulenza. Se per esempio tu volessi riciclare una quantità relativamente modesta di denaro, diciamo 150 milioni di dollari, tutto ciò che dovrai fare è costituire una società con certificati al portatore in un paradiso fiscale. Fatto ciò, depositerai il denaro sporco sul conto della società. Questa è protetta dalle leggi sulla segretezza, perciò nessuno verrà mai a sapere che dietro le quinte ci sei tu. Fra te e la società verrà stipulato un contratto di consulenza, o d'impiego, in cui verranno stabilite le condizioni di pagamento di immaginarie prestazioni professionali. Queste ti verranno pagate in denaro riciclato. Per un magistrato è virtualmente impossibile dimostrare che l'accordo fra te e la società è falso, soprattutto se i documenti sono stati redatti correttamente.

Sistema del doppio prezzo. Dovrai acquistare un immobile che, immaginiamo, sia stato valutato 3 milioni di dollari. Registrerai il pagamento di un milione di dollari e pagherai altri due con denaro sporco. Dopo l'acquisto spenderai una certa somma per migliorare l'immobile, diciamo 300 mila dollari. Dopo qualche mese, o dopo un anno, venderai la proprietà al prezzo di 3,3 milioni di dollari, il suo valore effettivo. Se sei un cittadino americano e se hai eseguito l'intera operazione in America, dovrai pagare circa il 25% di imposte sui due milioni di dollari di guadagno. Nel contempo avrai reso pulito un milione e mezzo di denaro sporco.

Sistema della doppia fatturazione. Questo era il metodo utilizzato dal partito comunista per finanziarsi. Ad un certo numero di selezionate ditte italiane fu concessa l'autorizzazione, dietro approvazione del PCI, di vendere determinati prodotti acquistati nell'Unione Sovietica. Le ditte russe spedivano nel Liechtenstein, a società appartenenti a italiani, merce che figurava in transito, quindi esente da dazi doganali. La merce costava, diciamo due dollari al chilogrammo quando il prezzo della merce era invece di tre. La società intermediaria rispediva la merce a determinate società italiane a due dollari e ottanta centesimi al chilogrammo, lasciando un margine di profitto di ottanta centesimi a una ditta di comodo di proprietà del PCI. Per i suoi servizi la ditta italiana traeva un guadagno, superiore al normale, di 20 centesimi al chilogrammo.

Agevolazioni. In molte regioni le industri godono di agevolazioni finanziarie e fiscali. Le agevolazioni consistono in un finanziamento a lungo termini e a basso tasso d'interesse e in sovvenzioni che hanno lo scopo di incoraggiare le ditte a sviluppare le aree più depresse. Supponiamo che gli impianti e i fabbricati del tuo stabilimento costino un milione di dollari. Una dita straniera, tua complice, che fornisce impianti e  progettazioni, ti rilascia, dopo regolare contratto, una fattura d'importo di 1,6 milioni di dollari. La tua società ottiene dallo stato un prestito da 1,28 milioni (80% del valore) e una sovvenzione di 320 mila dollari. Questo creerà un fondo nero di 600 mila dollari che, in seguito potrà essere riciclato con il sistema della doppia fatturazione. La tua società, cioè, comprerà sottocosto delle materie prime da una società straniera con azioni al portatore, di cui sei l'anonimo proprietario. Gli acquisti sottocosto proseguiranno finché i 600 mila dollari in nero non verranno resi puliti con la falsa contabilità sul conto perdite e profitti. In questo modo avrai un maggiore utile di 600 mila dollari (il denaro nero riciclato) sui quali pagherai un imposta sul reddito legalizzando, di conseguenza il capitale.

Gianluigi Usai
  
A sud del paradiso

Il fotogramma tinto di blu che ritrae due corpi abbracciati sottacqua, l’immagine dei due migranti stretti in un intreccio tragico e senza vita, raffigura in senso giornalistico e non solo una tragedia che ormai siamo preparati a contemplare. Sono le vittime degli sbarchi, i disperati del mare, quelli che vediamo nei video e nella realtà in-diretta delle fotografie.
Lo scatto da un lato ricorda Pompei con i suoi abitanti catturati dalla storia, figure che per sempre (degrado permettendo) potranno essere osservate da chi, turista, ha voglia di conoscere quello che è stato.
Quello che invece oggi è, il presente, non può del tutto incanalarsi nei canoni del racconto, della narrazione di una storia, appunto.
Il video girato sotto il mare, vicino a Lampedusa, credo che non lo guarderò, non ne ho bisogno, in fondo mi sento già abbastanza commossa.
Come tutte le vite umane anche quelle vite avranno e avrebbero, anzi, tanto da raccontare, ma non si può, non si può compiangere dopo il rammarico o almeno non si può solo compiangere l’umanità che perde se stessa.
L’Italia, con ogni evidenza, ha un rapporto privilegiato con l’Africa, la guarda in faccia ogni giorno in un gioco, spesso ipocrita, di accoglienza e respingimento.
Non c’è solo un mare pieno di morti ma anche una terra piena di vivi, di migranti che vengono e di altri, chiamiamoli migranti, che vanno.
Che l’Africa sia terra “appetibile” per gli investitori ce lo dice, del resto, anche l’ultimo rapporto della Banca Mondiale dal titolo “fesco”(cool) “Africa’s pulse”. Ricorda il nome di un deodorante e invece è un’analisi relativa alle prospettive di crescita economica del continente dirimpettaio.
Questo rapporto, in un certo senso, dice che bisogna provarci, bisogna scommettere sul “battito africano”, perché l’Africa può rappresentare una meta, una risorsa per chi ha voglia di investire e soprattutto necessità di farlo.
L’espansione economica africana in corso non viene osservata e colta, infatti, solo dai cinesi, anche noi italiani facciamo la nostra parte.
Emblematico è il caso della società italiana Salini-Impregilo, che sì è aggiudicata, in trattativa privata (senza gara d’appalto), i lavori per la costruzione di una mastodontica diga in Etiopia, a circa 500 Km a nord ovest da Addis Abeba, lungo il Nilo Azzurro.
La diga si chiamerà Grand Ethiopian Renaissance Dam e sarà la più grande dell’Africa. La Salini, peraltro, aveva già ottenuto il via libera per la realizzazione di un’altra diga in Etiopia, la controversa  Diga Gilgel Gibe III, che ha un’enorme impatto sul fragile ecosistema della regione nonché sugli equilibri diplomatici col vicino Egitto.
La diga della “rinascita”, finanziata anche con  soldi cinesi, della Banca Europea degli investimenti e della nostrana Cassa Depositi e Prestiti, porta denaro e ricchezza al costruttore italiano e toglie acqua all’Egitto, in un gelatinoso intreccio di affari dagli enormi riflessi negativi in termini ambientali.
Anche il Nord Africa è ben visto dagli italiani, che da lungo tempo lo considerano area strategica per gli investimenti: ci sono le nostre Eni, Danieli, Saipem, Trevi e Rizzani de Eccher, Salini-Impregilo, Ansaldo, Italcementi e Finmeccanica per citarne alcune. Oltre poi alla congerie di piccole e medie imprese “made in Italy”, sparse per il continente, come il gruppo Cremonini, che si è costruito una sua stabile posizione in Angola.
Il business chiama altro business e così accade che le imprese italiane in Africa richiedano medici italiani preparati alla realtà africana, disposti ad andare a lavorare sui cantieri del sud del mondo, innescando un interessante meccanismo di domanda e offerta.
Ma il business è anche quello delle emergenze, però, degli esodi di massa che da quel continente finiscono per riversarsi inevitabilmente in Europa, passando per l’Italia, terra di transito ovvero di detenzione.
Che cosa succede, infatti, in Italia? Mancano forse le risorse per gestire l’accoglienza?
Il leitmotiv di questi anni si è più o meno consolidato nella richiesta di un maggiore contributo da parte dell’Europa, accusata di aver lasciato sola l’Italia, paese degli arrivi (ma anche delle partenze a quanto pare), di fronte alla difficile realtà.
Di dati di fatto ce ne sono alcuni, sono quelli riportati sul web e sui giornali che mostrano l’evidenza di fondi europei stanziati ma non completamente utilizzati, di soldi che dovranno essere restituiti se non si troverà il modo di investirli o meglio se non si sapranno tradurre in investimenti, visto che di gap su cui intervenire ce ne sono parecchi.
C’è poi un’Europa che si è dotata di agenzie attive sul fronte della gestione dei flussi migratori, come Frontex, che ha sede a Varsavia e dispone di mezzi per il controllo delle frontiere terrestri e marittime. Si tratta certamente di soluzioni “militarizzate”, volte a tenere  chiuse le porte piuttosto che ad aprirle, a consolidare il fortino europeo mediante costosi pattugliamenti aerei, marittimi e terrestri.
Tra gli obiettivi rivendicati dall’agenzia, oltre al rafforzamento della sicurezza interna dell’Unione e alla riduzione degli ingressi non controllati alle frontiere, c’è anche e soprattutto la significativa diminuzione dei morti in mare. Certo questo è un obiettivo nobile, forse però è anche l’unico sul quale occorre interrogarsi profondamente visto che, al di là dei fondi e dei mezzi militari buttati sul tavolo da gioco, le persone continuano a morire.
Sempre col senno dei forse ci si incomincia a chiedere se non sia opportuno pensare a qualche modifica nella legislazione, intanto nazionale, per rendere più ragionevoli ed umane le previsioni legislative in materia di immigrazione. Perché non pensare, per esempio, alla possibilità di concedere la regolarizzazione già nei paesi di origine, per tentare di bloccare il traffico degli esseri umani?
A livello europeo, inoltre, c’è la necessità di ridefinire il regolamento di Dublino in materia di asilo, già modificato con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Regolamento (UE) n. 604/2013, che abrogava il precedente Regolamento (CE) n. 343/2003.
Nel nuovo testo si lascia immutata la previsione per cui sono gli Stati e non le persone a decidere in quale paese debbano essere esaminate le domande di asilo: il paese in cui sono avviate le procedure di identificazione è lo stesso in cui viene esaminata la domanda di asilo ed è lì che l’immigrato deve, poi, soggiornare.
In Italia le cronache ci raccontano di tempi biblici impiegati per le identificazioni, occorrono infatti troppi mesi per riconoscere lo status di rifugiato ed è qui che si innesca un ulteriore business. I centri di accoglienza rappresentano delle vere e proprie miniere d’oro per le cooperative che li gestiscono, che finiscono per trattenere i propri ospiti il più a lungo possibile, durante l’attesa per l’esame delle richieste di asilo.
Le diarie pagate dal ministero del tesoro come rimborso per la “detenzione” dei migranti rappresentano, infatti, un profitto interessante, contribuendo a generare una vera e propria forma di economia della disperazione.
Di costi si parla anche quando si fa riferimento all’operazione militare avviata, sempre per fronteggiare l’emergenza, nell’ottobre del 2013 nel Mediterraneo meridionale e denominata, con un’espressione che rende omaggio al modo latino di chiamare quel mare tanto importante, “Mare Nostrum”.
Il “Mare nostrum”, inteso come il Mediterraneo e non come l’operazione militare,  lo cita anche Renzi in occasione della visita di Obama a Roma, per poi tradurlo con un goffo inglese nell’espressione“Our sea”.
Si ma cos’è il nostro mare? E dov’è soprattutto la nostra tanto invocata civiltà?
Ricordiamoci che da quelle acque transitano persone che con ogni probabilità verranno a svolgere in Italia i lavori più umili, difficilmente svolgeranno infatti professioni intellettuali ed impiegatizie. Ricordiamocelo perché spesso lo si dimentica, accettando la lettura agiografica per cui siamo solo la terra di chi accoglie, di chi dà assistenza e offre quelle possibilità che anche per noi italiani cominciano a mancare. Sono i dati economici che rendono fragile questa ricostruzione favolistica: il nostro welfare e la nostra industria manifatturiera hanno profondamente bisogno degli immigrati, che al nostro paese, ormai è chiaro, danno di più di quello che ricevono.
Il 10 per cento del Pil nazionale è prodotto da chi arriva in cerca di una vita diversa e magari certo una vita diversa la trova davvero.
Si tratta di persone che meglio si prestano ad essere sfruttate e in fondo chi le sappia sfruttare nella nostra Italia c’è sempre.
Ogni tanto certe storie vengono raccontate, qualcuno fa in modo che questo accada: ci sono la rivolta di Rosarno, gli scioperi di Castel Volturno e di Nardò, ci sono persone che chiedono di essere guardate più come tali che come semplici dati numerici.
Se li guardiamo come persone, gli immigrati, qualche interrogativo, però, dobbiamo porcelo.
Basta pensare alla spinosa questione dei contributi pensionistici.
Quando una persona straniera dopo anni di lavoro in Italia fa ritorno nel proprio paese perde i contributi versati, a meno che lo Stato di origine non abbia stipulato con il nostro Stato un accordo bilaterale, che permette poi, allo straniero, di richiedere, all’età di sessantacinque anni, il trattamento dovuto.
Sempre in materia di diritti sociali negati, emblematicamente si possono citare due sentenze della Corte Costituzionale, che dapprima nel 2005 e poi nel 2008 interveniva a sancire l’incostituzionalità di alcune norme volte a negare determinate garanzie ai cosiddetti stranieri.
Con la sentenza n. 432 del 2005, la Consulta accoglieva la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tar Lombardia in merito ad un articolo di una legge regionale lombarda nella parte in cui quest’ultima escludeva gli stranieri residenti nella regione dagli aventi diritto alla circolazione gratuita sui servizi di trasporto pubblico di linea riconosciuta alle persone totalmente invalide per cause civili. Secondo la Corte, infatti, non c’è alcuna ragionevole correlazione tra la cittadinanza italiana e gli altri requisiti, quali appunto l’invalidità totale e la residenza, essendo il diritto alla salute riferito all’individuo in quanto tale e non in quanto cittadino o straniero.
Del pari, con la sentenza n. 306 del 2008, la Consulta stabiliva che l’indennità di accompagnamento non può essere subordinata al possesso di un titolo di legittimazione alla permanenza del soggiorno in Italia, che oltretutto richiede per il rilascio la titolarità di un reddito.
Questa è la storia delle persone, non il racconto o la narrazione di un flusso indistinto ma l’amara constatazione che prima dei morti sono i vivi che chiedono di essere considerati.
In fondo è proprio vero che è impossibile scattare una fotografia unica di questo quadro immane fatto di individui, migranti in generale, di gente che si nutre di altra gente o della fertilità delle terre altrui, ma anche della speranza che altrove si possa costruire quello che in patria non trova più spazi.
Il movimento, non certo a senso unico, è l’elemento neutro, fuori da ogni tentativo di sintesi, che rende impossibile catturare con immagini la realtà che affiora a tratti e a tratti chiede di essere riconosciuta. La direzione di questo movimento però non è un fenomeno impossibile da decifrare, occorre riflettere sui dati, essere onesti sulle conseguenze, se si vuol tentare almeno in parte di penetrare il velo ipocrita delle letture univoche.
A sud del paradiso si muovono le persone, si incrociano le speranze e si spostano guadagni.


Pisa, 20/05/13                                                                                 Benedetta Celati

sabato 3 maggio 2014

Project Finance? Come finanziare le infrastrutture in assenza di fondi pubblici


Nell'Europa dell'austerity incentivare l'utilizzo del Project Finance può essere una soluzione ottimale per conciliare la duplice esigenza del rigore di bilancio e della crescita. Il finanziatore di un’ infrastruttura passerebbe ad essere il privato lasciando allo stato il mero ruolo di regolatore. Si tratta della stessa formula che in Italia si voleva utilizzare per il ponte sullo stretto di Messina. Ho colto al volo l'opportunità di effettuare un intervista a Tomas Casanova che, grazie alla notevolissima esperienza maturata ai massimi livelli di La Caixa, ci permetterà di comprendere meglio il funzionamento di questa tecnica.

Mi può dare una definizione di Project Finance? Di cosa si tratta e quali sono le sue finalità?
L'obiettivo del Project Finance è il finanziamento a lungo termine di investimenti in una forma distinta rispetto ai finanziamenti corporate tradizionali. Le sue principali caratteristiche sono le seguenti:
Ø  Finanziamento di un progetto concreto, ben definito e canalizzato attraverso una società veicolo, normalmente di nuova costituzione. Questa società avrà l'unico ed esclusivo scopo di sviluppare il progetto. L'investimento dovrà essere necessariamente in attivo fisso. Si escludono pertanto progetto commerciali.
Ø  I flussi che genererà il progetto devono essere predicibili con un certo margine di sicurezza.
Ø  Il progetto dev'essere viabile a livello finanziario, ambientale, giuridico e tecnologico.
Ø  La garanzia è il progetto stesso. Lo Sponsor non apporta nessuna garanzia suppletiva.
Ø  Il finanziamento è a lunghissimo termine. Fino a 40 anni o persino superiore.
Ø  Permette un leverage molto elevato. E' molto comune un 20% di equity a fronte di un 80% caratteristico delle operazione di settore.
Quali sono i tre principali vantaggi e svantaggi del Project Finance?
Iniziamo con i vantaggi:
1.      Lo Sponsor può sviluppare un progetto di dimensioni assai maggiori di quello che gli permetterebbe il suo potenziale finanziario, grazie al maggior leverage applicabile.
2.      Le agenzie di rating non sono solite modificare il merito di credito dello Sponsor, visto che non consolidano nella matrice il debito della società veicolo.
3.      Permette l'ottenimento di un finanziamento a lungo termine, senza richiedere risorse agli azionisti.
I tre principali svantaggi sono invece i seguenti:
1.      I costi sono superiori rispetto ad un finanziamento tradizionale.
2.      Le banche controllano i conti del progetto.
3.      E' necessaria una relazione da parte di un tecnico indipendente. Ciò comporta un costo addizionale per il progetto così come lo comporta il pacchetto di assicurazioni da porre in essere.
Perchè Basilea III considera il Project Finance più rischioso rispetto ad un finanziamento tradizionale?
A mio modesto parere, il regolatore di Basilea II e III non ha valutato correttamente la sicurezza che offre il Project Finance e l'alta percentuale di recupero ottenibile nei pochi casi in cui si produce un'insolvenza.
Basilea III è più severa rispetto a Basilea II. La sua implementazione avrà ricadute sul Project Finance?
Sul trattamento del Project Finance non si hanno cambi sostanziali fra Basilea II e III. Il numero di operazioni non dovrebbe quasi risentire di questo indurimento normativo.
45 miliardi di euro è l'importo dei crediti che l'Expansion, in un inchiesta pubblicata il 4 aprile, calcola sarà necessario rifinanziare per salvare il settore delle energie rinnovabili. Un 40% delle installazioni sembrano finanziariamente irrecuperabili . Quali potrebbero essere le condizioni di rifinanziamento e il futuro degli assets delle fallite?
Anche se la cifra mi pare eccessiva, bisogna tenere in considerazione che il settore delle energie rinnovabili è stato colpito da un cambio inaccettabile del marco normativo spagnolo, con effetti per di più retroattivi. Le centinaia di denunce presentate a livello planetario contro questo cambiamento daranno con molta probabilità ragione ai titolari dei progetti pregiudicati. L'immagine dello stato spagnolo a livello internazionale è stata fortemente danneggiata. Ció che succederà agli attivi delle imprese fallite va ricercato unicamente all'interno di tale contesto. Per fortuna il caso spagnolo è un eccezione. Il Project Finance continua a crescere a livello globale.
Il Project Finance è fortemente relazionato con il settore delle infrastrutture. Quanto può incidere sopra la ripresa spagnola la perdita di investimenti causata dalla pessima esperienza del comparto elettrico?
L'impatto sarà enorme. La posizione dei potenziali investitori in Project Finance nel nostro paese è di assoluta riserva. Si sentono truffati dal cambio regolamentare al quale mi sono riferito precedentemente.
La ministra Pastor ha detto che il riscatto delle circonvallazioni di Madrid non peserà sopra i conti pubblici. Quale potrebbe essere la meravigliosa soluzione che si è prefissata la ministra?
Le banche sono interessate ad arrivare ad un accordo, però in nessun caso con le drastiche condizioni proposte. La soluzione magica che propone la mistra dovrà essere rivista e finirà certamente constando denaro al contribuente spagnolo.
Perchè le banche hanno finanziato tante autostrade in prossimità di una sola città? Non era prevedibile questo disastro?
L'esperienza dimostra che gli studi sui flussi di traffico sono poco attendibili. Le operazioni si concedono in base alla clausola Responsabilidad Patrimonial de la Administración, che obbliga lo stato a ricomprare le concessioni, se di interesse pubblico (le autostrade lo sono), quando si produce l'insolvenza della concessionaria per cause non imputabili alla stessa. L'importo del riscatto sarà pari all'investimento iniziale meno le quote di debito già ammortizzato fino alla nazionalizzazione della concessione. La signora Pastor non può dimenticarsi questo circuito.
Quali sono i paesi con il migliore trade-off tra rischio politico e rendimento per fare Project Finance?
Qualsiasi paese dell'Unione Europea, eccetto Spagna e Grecia, offre un trade-off, in questo senso, accettabile. Alcuni paesi sud americani come Cile, Brasile e Colombia offrono buone opportunità d'investimento. Anche se il rischio politico è maggiore lo è anche il rendimento economico.
In Europa si parla, già da molto tempo, di bond infrastrutturali il cui importo non si computerebbe a quello del debito pubblico. Quali sarebbero i benefici per la Spagna?
Qualsiasi tipo di emissione a livello UE supporrebbe un beneficio per tutti gli stati membri. Germania inclusa, anche se a prima vista parrebbe di no.
Quali saranno i settori, in un futuro prossimo, maggiormente interessati da operazioni di Project Finance?
I settori maggiormente interessati continueranno ad essere quelli tipici per questa forma di operazioni: elettricità, che da sola nel 2013 pesava per il 35% del totale mondiale, infrastrutture (20%) e Oil&Gas (13%).
Qual'è stata l'operazione di Project Finance più appassionante della sua carriera professionale?
Probabilmente quella dei parchi eolici promossi dal proprietario di Forlasa, D. Juan Domingo Ortega. L'investimento superò i 500 milioni di euro. Fu un operazione ad alta complessità che risolsi e sindacai perfettamente.

Ringrazio Tomas Casanova per l'intervento.

Gianluigi Usai 
Il calderone politico italiano

Risulta sempre più complesso comprendere le dinamiche del sistema politico italiano. Binario 13 ha deciso di compiere un esperimento. Si tratta di un brainstorming fra noi membri del blog su alcune delle principali tematiche oggi all'ordine del giorno.

Che giudizio dareste al Renzi persona?
Alberto: E' ambizioso, e non è certo un difetto, ha doti di comunicatore superiori a Berlusconi ed ha l'atteggiamento da fiorentino, anzi da dinastia dei Medici direi. Ha fatto gli scout, questo si che è il lato peggiore. Di certo ci voleva, è un po' come Mourinho.
Benedetta: Matteo Renzi è indubbiamente un uomo ambizioso, convinto da sempre della propria capacità di avere successo. Molto del suo carisma è fondato sulle sue doti comunicative, nonché sui molti slogan che hanno caratterizzato la campagna elettorale ma anche la successiva attività di premier. L'approccio alla Renzi per cui la politica non può più essere letta come dialettica e sintesi della complessità delle idee ma come rapido raggiungimento di obiettivi posti in successione, si allontana molto dal mio modo di vedere le cose
Michela: Al suo debutto (primarie contro Bersani) non mi era dispiaciuto. Nel suo ruolo di “rottamatore” mi sembrava promettere bene. Ora mi convince un po’ meno: proposte di “riforma” che sembrano più che altro trovate pubblicitarie, inidonee ad incidere granché sullo status quo.  
La mossa di Renzi contro Letta è stata eticamente corretta o necessaria?
Alberto: L'etica non esiste. Non rispondo alla domanda. Il fine giustifica i mezzi.
Benedetta: La mossa contro Letta non riesco a giudicarla come una mossa di realpolitik, vi leggo infatti anche un significato etico. Renzi ha passato il messaggio che  cambiamento per lui significa rapido rinnovamento, inteso come totale superamento dell'idea di processo, nonché dell'idea del rispetto di alcuni valori che nell'era della rapidità sembrano non poter essere più attuali
Michela: Politicamente scorretta (che le lotte fratricide rimangano interne al PD!) e forse anche poco oculata. Non si comprende se i peggiori nemici di Renzi siano i partiti all’opposizione, i partiti che sostengono il governo o il partito di cui egli è leader. Una vittoria elettorale forse avrebbe dato maggiore stabilità (e credibilità) al governo.
Quali dovrebbero essere le prime tre priorità di questo governo?
Alberto: (1) Fare cassa di almeno 30, 40 miliardi di privatizzazioni e liberalizzazioni. Sai bene che i soldi ci sono per farlo, a partire dalla RAI. (2) Eliminare un livello di amministrazione locale. Comuni, province e regioni sono troppi livelli.  Abolirei anche una camera. (3)Togliere i sussidi alle industrie e ai sindacati. Benedetta: Prima di tutto il lavoro e le riforme dello Stato sociale, alla luce dei vincoli di bilancio attuali occorre infatti capire come fare per continuare a garantire il rispetto dei diritti garanzie enunciate dalla nostra Costituzione. Poi la definizione di un progetto di politica industriale per il nostro paese, sopratutto in considerazioni delle numerose crisi che lo attraversano. La priorità investe anche la questione della definizione di un nuovo modello di sviluppo, questione necessariamente da affrontare in collaborazione con gli altri Paesi europei. Infine i diritti civili, se il governo fosse davvero un governo di sinistra dovrebbe impegnarsi a mettere dei punti fermi rispetto a molte questioni calde, quali la 194 e il suo effettivo rispetto, il riconoscimento delle coppie omosessuali, i problemi dell'integrazione delle seconde generazioni, la parità di genere.
Michela: Legge elettorale, in assoluto. Riforma del lavoro e riforma delle autonomie locali.
Quale vorreste fosse la conformazione del futuro senato?
Alberto: 100 senatori, se possibile eletti.
Benedetta:  Sul senato non ho ancora le idee chiare. Risponderò quando potrò meglio argomentare la mia posizione. 
Michela: Senato elettivo, formato dalle rappresentanze delle Regioni, con uguale numero di Senatori per ciascuna regione, chiamato ad esprimersi sia in relazione alle autonomie locali sia rispetto ad materie sensibili, su cui la garanzia del voto di una seconda camera, la cui maggioranza sia formata su una base diversa, potrebbe essere auspicabile.
Il centro destra che abbiamo conosciuto fino ad oggi è finito?
Alberto: Il centro destra che abbiamo conosciuto fino ad oggi non è mai esistito, è esistito Berlusconi e una serie di mezze seghe che venivano elette grazie ai suoi voti. In Italia la “destra” non liberale è una sorta di socialismo.
Benedetta: Il centro destra sta affrontando il dopo Berlusconi ma anche la nuova scena disegnata da Renzi. Occorre capire se prevarranno i modelli europei o ci sarà un assestamento su vecchie impostazioni poco lungimiranti e populiste. Lo scenario è poi reso complesso dal grande successo di movimenti e organizzazioni alquanto pericolose per la stabilità di questo Paese, che rappresentano anche per la nuova destra che va costruendosi un elemento di riflessione profonda.
Michela: Negli ultimi vent’anni in Italia (ma forse in tutto il secondo dopoguerra) non c’è stato un vero centrodestra, ma un partito personalista, portavoce di valori ideologicamente collocabili “a destra”. Non c’è centrodestra senza B., ma solo partitelli destinati a rimpasti vari e poi a morte certa. Simul stabunt simul cadent.
A livello internazionale, con quale paese l'Italia dovrebbe stringere un asse di ferro?
Alberto: Qualcuno fuori dall'asse Germania-Francia, ma che non sia una sorta di lega del Sud Europa. Io guarderei alla Russia..
Benedetta: Immagino che al di là dell'Italia la questione delle alleanze debba essere posta a livello europeo, è ora che l'Unione assuma una configurazione pienamente federale e si ponga l 'obiettivo  di sviluppare una politica estera comune fuori dalle logiche intergovernative. Oltretutto la posizione geografica dell'Europa impone questo importante cambiamento, sia per la definizione di soluzioni mutualistiche rispetto alla questione migratoria sia per i problemi legati alla sicurezza,  a fronte di una Russia sempre più ruggente e degli Stati Uniti che ancora ci ricordano il proprio rilevante peso.  
Michela: Difficile dirlo. In Europa, l’Italia è piuttosto lontana, quanto a esigenze e problematiche, dai Paesi che detengono la leadership economica e politica. 

Binario13
B. VS S. parte seconda

Nonostante il peso degli anni che si porta sul groppone, nonostante le tante e tali fatiche che in questi ultimi vent'anni ha dovuto affrontare (che Ercole, al confronto, impallidirebbe), nonostante una condanna penale alle spalle (e altre incombenti minacciose) e i servizi sociali in vista, non ha perso la straordinaria capacità di far parlare di sé.
E non c’è bisogno che vi dica a chi mi riferisco. Perché è sulla bocca di tutti, su tutti i giornali, su tutte le televisioni, e non solo le sue.
Un altro polverone, l’ennesimo tormentone mediatico: direi quasi virale. Perché poi, diciamocelo, a noi italiani i polveroni piacciono proprio. Siamo davvero bravi a parlare, a polemizzare, a discutere ed infervorarci per tutto. Qualunque cosa. E, diciamoci anche questo, pare che ultimamente tutta l’Eurozona ci abbia preso gusto. Tutto sommato siamo stati dei bravi maestri.
Insomma, a undici anni dall’increscioso diverbio che contrappose il nostro eroe al politico tedesco Martin Schulz, quando ormai tutti speravamo di poter consegnare quegli attimi di tensione al sonno dell’oblio, ecco che l’episodio torna, prorompente, all’attenzione di tutti. E la dose è naturalmente rincarata.
All’epoca dei fatti, Schulz non aveva mandato giù l’idea di poter essere suggerito per il ruolo di kapo. Figurarsi se oggi possa far piacere all’intero popolo tedesco sentirsi accusato di non riconoscere l’esistenza dei campi di concentramento.
Ma andiamo con ordine.
Questa storia ha inizio nel 2003, durante la seduta di insediamento dell’Italia alla presidenza del Consiglio  dell’Unione Europea.
Presa la parola, Martin Schulz scagliò i suoi dardi infuocati contro l’Italia, il suo presidente del Consiglio, i suoi ministri. Ironizzò sulla “squadra di governo” giunta a Bruxelles dall’Italia, Martin Schulz. Si aspettava anche Del Piero e Maldini scendere sul campo accanto ai politici italiani. Ironia spicciola. Forse ai tedeschi brucia ancora la superiorità italiana sul campo da calcio.
Ad ogni modo, Schulz non si fa scrupoli: dileggia il quoziente intellettivo di Mr. Bossi, deplorando le sue politiche per l’immigrazione, contrarie alle solenni affermazioni della Carta dei Diritti dell’uomo dell’Unione Europea. Certo, dimentica Schulz, se l’Unione Europea prendesse provvedimenti concreti in fatto di immigrazione, considerandolo davvero un tema di interesse comune (di tutta l’Unione), forse i diritti dell’uomo potrebbero davvero trovare maggiore rispetto. Ma certo, è più facile leggere sui giornali dell’ennesimo barcone entrato nel mare territoriale dell’Italia e indignarsi per le condizioni dei migranti nei nostri centri di accoglienza. Poi, si gira la pagina del giornale, si spegne la tv, l’intervista finisce: la coscienza si rilassa e ognuno torna alle sue occupazioni. Le colpe, naturalmente, ricadono sullo Stivale, che paga oggi il fio di quella posizione felice al centro del Mediterraneo, che un tempo fece la sua fortuna.
Poi, lo ammetto, i consigli sul programma di riforme che l’Italia dovrebbe perseguire per rendere più efficiente il suo sistema interno non solo non sono andati giù all’interlocutore di Mr. Sculz, ma neanche a me.
Certamente, l’Italia ha molta strada da fare, sulla via delle riforme. Ma insomma, non deve essere l’europarlamentare tedesco ad indicare la via da seguire per migliorare l’ordinamento interno. Certo, dice lui, se l’Italia prendesse i provvedimenti opportuni ne gioverebbe l’Europa. Ma diciamoci la verità, se l’Europa avesse davvero intenzione di perseguire la via dell’armonizzazione avrebbe gli strumenti per imporre le riforme. Ma forse è proprio la volontà che manca e non solo quella dell’Italia.
Il sarcasmo sull’immunità al presidente del Consiglio ed al suo fido consigliere Dell’Utri, offensiva, al limite della calunnia, è stata facilmente perdonata al tedesco. In primis dagli italiani: mai vi fu tanta sintonia tra i due popoli, altro che Asse!
Ma nessuno è stato disposto a perdonare al nostro eroe la sua battuta (infelice, ahimè!) sul kapo.
Non si discute l’inopportunità dell’ironica e provocatoria associazione del simpatico Schulz ai gerarchi nazisti.
Ma insomma, tutta l’Europa si è destata a difesa dell’onor ferito del suo parlamentare tedesco, mentre nessuno ha avuto quanto meno la delicatezza di sussurrare che forse i toni aggressivi, il linguaggio e l’atteggiamento canzonatori dell’offeso erano stati, a loro volta, offensivi. Certo che no.
Si può mancare di rispetto al presidente del Consiglio dell’Unione, al premier di una delle maggiori potenze d’Europa, all’Italia stessa; si può fare del feroce sarcasmo sul governo del partner italiano, sulle asserite carenze del suo sistema, si può offendere tutto e tutti senza pagare pegno, se a farlo è la Germania.
Ma se l’offeso offende a sua volta, si è subito pronti a gridare al sacrilegio.
Insomma, per farla breve, a conferma dei ben noti cicli e ricicli della storia, l’offeso ritorna a fare dell’ironia. Nel presentare i suoi candidati alle elezioni europee, proprio l’altro ieri il nostro eroe è tornato a ridere sotto i baffi di quel diverbio di undici anni or sono. Non diceva mica sul serio! Il problema è che per i tedeschi i campi di concentramento non ci sono mai stati.
Adesso il popolo tedesco ha ben ragione di sentirsi offeso e non per solidarietà con il suo parlamentare, ma in prima persona.
Ora, la sconvenienza è lapalissiana. Il tema merita troppo rispetto per poter essere banalizzato in questo modo.  Ma forse è vero che ancora oggi non si riesce a dare il giusto peso alle parole di un uomo che cerca disperatamente di catalizzare l’attenzione su di sé, ora che il nuovo Premier e il Ciclone dell’antipolitica gli contendono la scena (con successo).
Le sue manie di protagonismo non gli consentono di stare in disparte.

Un’altra trovata pubblicitaria? Il tempo dirà se ben riuscita: ai posteri l’ardua sentenza. Intanto, oggi, si continua a parlare di lui. A riprova del fatto che il terreno per le polemiche è sempre fertile. 

Michela Boi

martedì 28 gennaio 2014

 A lezione di italiano.

La mia classe, film di Daniele Gaglianone, uscito nelle sale cinematografiche l’11 gennaio..
Benissimo: ti siedi sulla poltrona rossa, sprofondi quel minimo che ti fa sentire al cinema e pensi distrattamente ai film che hai visto nelle ultime due settimane, tutti prepotentemente insoddisfacenti.
Eh si, che cavolo, speriamo che questo mi convinca di più.. In fondo oggi, in mezzo al grigio di quella stanza, quando ho visto il trailer ho pensato: “Guarda un po’ lui, sembra quasi il mio babbo”.
Mastandrea, il prof., mi ricorda, in generale, certi personaggi belli della vita normale, quelli le cui storie mi danno sempre un piacevole senso di fastidio, perché, per intendersi, mi riportano al sano entusiasmo di chi si impegna nel proprio piccolo, onesto modo, a far andare dritte le cose che ahimè son proprio storte.
A me quel tipo di impegno, vissuto come un’esigenza, mi affascina davvero tanto, mi spinge a credere che io lo condivido, che io mi posso impegnare altrettanto, in quel modo.
Allora seduta comoda e ben sprofondata, mi si svela un bel film, con una sua intima forza, una sua capacità di farsi apprezzare.
Un metafilm, con velleità di documentario, pieno d’attori che hanno il grande patrimonio del proprio vissuto da interpretare.
I toni sono palesemente quelli della trasparenza, ti chiedi che cosa ti nasconda il regista, perché scena dopo scena, a partire dall’avvio con il lavoro dei fonici in bella mostra, da spettatore ti abitui a conoscere e fare i conti con la realtà delle riprese. Quindi forse qualcosa rimane “finto”, non evidente a noi, ma non importa perché una volta rotto il patto, sembra tutto così naturale, vero nella sua finzione di storia narrata.
La gente in sala ride, infatti le battute sono divertenti, un po’ come se a fartele fosse il tuo vicino di posto, in mezzo ad una conversazione improvvisata. Invece un po’ di distanza c’è: il film è ambientato a Pigneto, quartiere multietnico di Roma, in una classe sgangherata, e per questo familiare, di emigrati che vogliono imparare l’italiano.
Ci sono tutte quelle persone, senza dire cretinate retoriche, tutta quella umanità.
In sintesi non si potrebbe dire altro.. Riducendo all’osso la trama, il tutto, si può affermare, si compone delle storie della gente, di chi ascolta, di chi chiede, di chi cerca di fare appunto qualcosa.
I corsi di lingua, scrivo per esperienza, per qualunque motivo si scelga di frequentarli, scombinano sempre le righe dei quaderni, ti insegnano a scrivere sul bordo, a parlare di te in modo prima elementare, e poi a poco a poco, semplicemente autentico. Impari l’essenziale di ciò che vuoi esprimere e forse insegnare può essere altrettanto un gioco di scoperte, perché qualche domanda investe anche te, che stai li a dare una direzione, a dire come si fa, come si dice, come si scrive.. Ci sono tanti sé e provare ad esprimerli è un’impresa affascinante, una maniera meno contorta per capire, se non proprio chi siamo, almeno l’identità che ci diamo.
“Tu di cosa ha paura e cosa ti da coraggio?” chiedono gli studenti al maestro.. “Io ho paura di voi ed ho il coraggio di venire qui, ogni giorno, nonostante la paura”. Nulla di più chiaro, nulla di più semplice.
E poi, tra le pieghe di quest’umanità parlante, viene fuori il groviglio burocratico delle nostre regole, delle nostre leggi. Se le vai a leggere le norme sono solo parole, parole cinicamente rassicuranti: come si risolve la questione? Qual è la soluzione? Si fa così, lo dice la legge.
C’è invece una malinconia spontanea, che sorge inevitabilmente, quando quelle norme le devi spiegare, decifrare per chi ne è il destinatario, per chi ti chiede, dopo una bella lezione sui principi, sulla dignità, sul coraggio, come può fare a non tornare a casa, a restare semplicemente li a continuare quel film, ovvero quello che aveva iniziato a fare.
Le soluzioni pratiche le vorremmo tutti, si potrebbe obiettare, le chiederemmo tutti, se qualcuno ce le potesse fornire a semplice richiesta. Ebbene no, non si tratta solo di dare qualche risposta, si tratta di capire quanto ci va di farci toccare dal problema, perché di problemi ce ne sono poi così tanti, per noi che nelle confusione delle non soluzioni ci viviamo.
E va bene, pazienza..Poi ripartono tristi così come sono arrivati. Sono parole prese in prestito da una canzone di Daniele Silvestri, sono parole che ci danno “pace”, ci fanno mettere il punto … Si ascoltano nel film e si canticchiano anche dopo, quando la pellicola non viene proiettata più.
Se proprio non si può fare niente, non si farà niente, non era colpa mia prima e non è colpa mia adesso.
Io ci metto l’impegno, quello vissuto come un’esigenza, per cercare di sistemare quel che posso nel mezzo di tutta quanta questa tristezza. Mastandrea ti guarda e, alla fine, più o meno abbozza una riflessione così.
Il Senato, nei giorni scorsi, ha approvato il disegno di legge sulle pene alternative al carcere e sulla messa alla prova, all’interno del quale il Governo ha inserito un emendamento, il 2.800, per limitare il reato di clandestinità ai casi di recidiva. Se il reato viene abrogato, lo stesso è al contempo trasformato(ovvero confermato) in un illecito amministrativo: il clandestino non viene sottoposto a procedimento penale ma viene solo, sottolineo con sarcasmo, espulso; certo, se però poi rientrasse nel nostro Paese, allora si commetterebbe reato.
La mediazione politica, una delle tante di queste larghe intese necessarie al Paese, è avvenuta e a portato a questo risultato: abrogazione del reato di ingresso illecito in Italia dello straniero, con il mantenimento del rilievo penale di tutte le altre condotte che violano i provvedimenti amministrativi in materia. Adesso tocca alla Camera e poi chissà che cosa verrà fuori alla fine.
Ma facciamo un passo indietro, ritorniamo alle regole che ci sono, che ci spiegano come si deve agire.
Per ottenere il permesso di soggiorno bisogna dimostrare di conoscere l’italiano.
È qui che si infrange la parete di cartongesso della burocrazia, delle norme che si leggono e che ci dicono come fare. Qui compare la rabbia e la tenerezza che una lingua può tirare fuori, che tu, adesso, nessuno in mezzo ai nessuno, puoi esprimere e far arrivare anche a chi probabilmente non ti ascolta ma di certo ti sente.
Le parole, si sa, possono far mille schifezze, possono rendere irreversibili situazioni, storie di gente.

Le parole però sono, in fondo, un po’ di silenzio in meno, una chiacchiera in più, una domanda e una risposta che ti racconta tutta la paura e tutto il coraggio di chi ha, almeno per un attimo, il grande potere di parlare.

Benedetta Celati
Dar voce ai bisognosi.

In Sardegna circa il 60% dei giovani con un età compresa fra i 15 e i 34 anni è disoccupato o  inattivo. Le politiche varate durante gli ultimi anni non sono riuscite in nessun modo ad affrontare questa calamità. Donatella Meloni, una giovane self women, vuole rappresentare questa scoraggiata generazione.

Donatella: La Sardegna si incontra al bordo di una voragine. Centinaia di famiglie sono alla fame. Il 40% dei sardi con un età compresa tra i 15 e i 24 anni è disoccupato. Fra i 25 e 34 anni  siamo ben oltre il 20%. Dati aberranti che fanno intuire la gravità della situazione in cui verte l'economia Sarda. I giovani sono scoraggiati da questo sistema che non lascia loro spazio e li spinge a vedere, come unica via d'uscita, l'espatrio. Noi diciamo no a questo scempio. Vogliamo ridare respiro alle famiglie, offrendo loro prospettive concrete per costruirsi un futuro qui, nella nostra Terra.
Gianluigi: ci puoi raccontare la tua esperienza?
D: Fin da quando avevo diciassette anni mi sono dovuta rimboccare le maniche lavorando durante le estati, le feste e quando, avevo fortuna, durante i fine settimana. Ho dovuto farlo perché la mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi negli studi. Sono orgogliosa di esserci riuscita. Tutto questo mi ha dato un esperienza diretta delle difficoltà e delle aberrazioni contrattuali che incontrano i giovani che entrano nel mercato del lavoro.
G: Da quanti anni fai politica?
D: Milito nel Partito Sardo D'Azione da più' di due anni. Non è stata una scelta facile. Presa alla leggera. Per me tesserarsi a un partito significa dichiarare la propria identità. Il PSD'AZ è una parte importantissima della storia di noi Sardi. Incarna l'eterna ricerca dell'indipendenza e dell'autonomia della nostra terra.
G: Perché pensi sia stata scelta dal partito?
D: La mia costanza nel seguire le dinamiche e i progetti del PSD'AZ mi ha senza alcun dubbio aiutato. La mia candidatura è rivolta a tutti quei ragazzi che, come me, studiano e lo fanno nella speranza di un futuro migliore. Di un' opportunità di lavoro. Tantissimi ragazzi lavorano stagionalmente e parsimoniosamente usano i soldi racimolati per tirare avanti, cercando di non pesare sulle famiglie. E' difficile conciliare studio e lavoro ottenendo al contempo buoni voti ma il conseguirlo fa sentire noi giovani forti e indipendenti. Vogliamo essere autonomi. Abbiamo bisogno delle condizioni per divenirlo. Noi del PSD'AZ offriamo una strada per esserlo. Sono consapevole che le chance di essere eletta siano limitate ma ho voluto dare un segnale forte alla mia generazione. Noi giovani abbiamo tante energie e le vogliamo usare per migliorare la nostra Sardegna.
G: Quali sono i punti del programma del PSD'AZ che ti stanno più a cuore?
D: I punti programmatici sono diversi e tutti di grande spessore. Il nostro obiettivo più importante è la costituzione di una zona franca integrale. La zona franca risolleverebbe le sorti della Sardegna, permettendoci di uscire da quella povertà che da anni sta condannando intere generazioni di giovani.
A breve termine chiediamo l'approvazione di un piano energetico regionale, indispensabile per impedire lo scippo delle nostre risorse e lottare contro le concentrazioni monopolistiche nonché ridare competitività alle nostre imprese ed evitare che altre, seguendo la stessa strada dell'Alcoa, vadano via. Chiediamo di rilanciare la continuità territoriale tanto per le persone che per le merci. Vogliamo un un nuovo modello di sviluppo. Che non snaturi la natura del nostro territorio ma bensì che faccia perno sui nostri punti di forza. Sulla nostra pastorizia e agricoltura. Sui nostri talenti.
G: Pensi che quindi la zona franca sia la soluzione più valida per rilanciare la competitività del sistema produttivo sardo?
D: Si, perchè permetterebbe di ridurre quel gap competitivo che azzoppa la nostra economia. Rilanciare la competitività è la base per attrarre imprese e di conseguenza creare posti di lavoro. Apprezziamo lo sforzo che sta facendo la regione Sardegna a livello di formazione con programmi come il Master&Back. Indispensabili per formare le future classi dirigenti sarde.


Grazie Donatella. 

Gianluigi Usai