mercoledì 13 novembre 2013


Convergenza al Centro.

All'interno di qualsiasi movimento o partito politico democratico è norma che convivano componenti più radicali e altre moderate.
Nei partiti di destra i confronti interni vi sono ma hanno delle conseguenze più limitate. Quando però la base ideologica inizia a traballare, le conseguenze possono essere imprevedibili. La spaccatura nel Great Old Party o le lotte intestine all'interno del Pdl sono solo alcuni degli ultimi episodi di questo fenomeno.
Se la destra non piange la sinistra di certo non ride. Le forze socialiste, per loro stessa natura, hanno dei problemi di conflittualità interna. Tutti hanno un idea e al suo altare sono disposti a sacrificare qualsiasi risultato elettorale. Anche la motivazione più banale può portare ad una scissione. Il teatrino di scontri quotidiani è patetico. Si pensi, per esempio, alla soap opera rosa fra Hollande, la sua compagnia e Ségolène Royal. Alle deprimenti peripezie dei socialisti spagnoli nel periodo incorso fra Felipe González e Zapatero o all'avvilente situazione del PD in Italia.
I grandi partiti, controllati da una burocrazia interna gerontologica, fanno di tutto per osteggiare l'ascesa delle forze nuove. A destra, i giovani, solo dopo molti anni di devota militanza si permettono di attaccare il leader e lo fanno quando questi è ormai lungo il viale del tramonto. Ne sono esempi Sarkozy con Chirac o Alfano con Berlusconi.
A sinistra, le nuove anime, vista la perenne debolezza del “capo”, continuamente attaccato da tutte le correnti interne, possono immediatamente ambire a rimpiazzarlo. La geronto-burocrazia, per preservare se stessa, però, si mette immediatamente in moto e tenta, non tramite giuste esplicazioni ma attraverso ridicole regole e insulsi maneggi, di bloccare il nuovo che avanza. Risultato? La gente percepisce la Sinistra come retrograda, vecchia e inadeguata.
Oggi i tradizionali shareholders dei partiti hanno perso peso. Il gioco è diventato dinamico e le alleanze mutevoli a seconda del tempo. La base ideologica si è fatta più flebile e destra e sinistra, quasi a ripudiare se stesse, si fanno chiamare centro destra e centro sinistra. Sono diventate frequenti le convergenze fra le anime moderate dei vari schieramenti, il cui pensiero diverge ormai maggiormente da quello delle anime radicali del proprio partito che da quello degli avversari moderati.
La vera dote di un uomo politico consiste nel saper cogliere l'attimo. Il momento propizio. Quello in cui la forza cumulata di tutti i fattori avversi sia al minimo. Lo seppe cogliere la Thatcher che, con piglio forte e deciso, sconfisse forze le forze prevaricatrici che paralizzavano il paese. La classe media era spaventata e preoccupata. La Thatcher seppe vedere e sfruttare per i propri scopi, la convergenza di pensiero in atto fra le anime moderate di destra e sinistra, trovando, così, l'energia necessaria per travolgere completamente i nemici.
Se ne rese conto persino Napoleone nel 1814, quando, desideroso di continuare la guerra dentro i patri confini, fu bruscamente destituito con un colpo di stato istituzionale, campeggiato sia dalle anime tradizionali che da quelle del bonapartismo moderato. La borghesia aveva paura. I suoi referenti politici ne trassero le debite conseguenze.
Anche i movimenti indipendentisti, quando non sono maturi e legittimati da solide argomentazioni socio economiche rischiano il fracassano.

La convergenza fra le forze moderate è ormai una realtà. E' figlia della balcanizzazione politica. Del sempre maggiore radicalismo della destra e della sinistra estrema nonché del cinismo delle persone, ormai maggiormente interessate a questioni pratico-economiche che all'ideologia. Solo chi riuscirà a parlare al cuore dei moderati potrà votarli alla sua causa.  

Gianluigi Usai
La cacciata degli italiani dalla Libia.
 La storia infinita degli indennizzi.

Il 1° settembre 1969, un colpo di stato in Libia portava alla caduta della monarchia e all'ascesa al potere il colonnello Gheddafi, rimasto alla guida del Paese per quarantadue anni.
Il 20 ottobre 2011, una guerra civile, sviluppatasi nel solco di una serie di insurrezioni popolari che hanno coinvolto l’intero  mondo islamico, note alla cronaca come Primavera Araba, sconvolgeva la Libia e culminava nella deposizione e morte del Ra’ìs.
Cosa sia accaduto in Libia in questi quarantadue anni in cui Gheddafi, pur non ricoprendo cariche ufficiali, ha governato il Paese senza limiti né vincoli, è storia poco nota.
Soprattutto per noi, italiani, europei, “occidentali”, così abituati a trascurare tutto quanto non ci tocca personalmente.
Tristemente noti alla nostra opinione pubblica sono solo quegli episodi che, volenti o nolenti, si sono intrecciati con la nostra Storia. Quegli atti prevaricatori e provocatori compiuti dal Ra’ìs nei confronti del nostro Paese, l’ex potenza coloniale che a partire dal 1912 aveva fatto della Libia un suo possedimento coloniale.
C’è, tuttavia, una vicenda in cui la storia libica e quella italiana si intrecciano inestricabilmente, una storia che ha riguardato da vicino molti nostri connazionali, ma a cui forse non è stata data adeguata visibilità. Forse perché, a volerla ripercorrere, è testimonianza e dimostrazione di una grave carenza (l’ennesima) imputabile allo stato italiano.
Nel 1970, Gheddafi, sull'onda di una politica populista, e fortemente nazionalista, adottò un atteggiamento di ostilità nei confronti di quegli italiani che negli anni della colonizzazione avevano stabilito in Libia la loro dimora, intraprendendo attività economiche di varia natura. L’astio sempre manifestato da Gheddafi nei confronti dei colonizzatori sfociò nell'adozione di provvedimenti di confisca di tutti i beni appartenenti a cittadini italiani, con conseguente espulsione dal Paese.
Tali atti, unanimemente condannati dal diritto internazionale, furono adottati in aperta violazione dell’accordo tra Italia e Libia del 1956 e della risoluzione ONU del 1950, che subordinava l’indipendenza della Libia al rispetto delle minoranze etniche.
L’Italia, davanti a un simile affronto, ispirato a intenti chiaramente provocatori, rinunciò a far valere i diritti dei suoi cittadini sul piano del diritto internazionale. In particolare, rinunciò a chiedere la risoluzione della controversia in base al diritto internazionale, nonché a far valere, per conto dei suoi esuli, il diritto all'indennizzo per le perdite subite.
Chiaramente, non potendo subordinare a scelte di natura squisitamente politica la tutela dei diritti dei suoi cittadini, lo Stato italiano si impegnò a indennizzare personalmente le vittime delle espulsioni attuate da Gheddafi.
Purtroppo, questa vicenda non ha avuto l’epilogo che ci si sarebbe aspettati.
Il dichiarato impegno dello Stato italiano si è dimostrato estremamente timido e quanto mai tardivo. Solo nel 1980 è intervenuta la prima legge (modificata e integrata nel 1985 e 1994) che garantiva un ristoro parametrizzato al valore dei beni, secondo i prezzi di comune commercio al momento degli espropri, escluse rivalutazioni (poi riconosciute nell'irrisorio limite di 1.90) né interessi.
Ma soprattutto, la promessa di tenere indenni i suoi cittadini si è dimostrata spesso vana e inconsistente, alla luce dei molti ostacoli che si sono frapposti al rilascio di tali indennizzi.
Condizione soggettiva perché venisse riconosciuto e liquidato il diritto all'indennizzo era infatti la cittadinanza italiana. Tuttavia, il suo riconoscimento a favore di soggetti che avevano lasciato il Paese per trasferirsi nelle Colonie, vigente il regime monarchico e poi il fascismo, non fu sempre agevole.
In particolare per talune minoranze tra cui, in primis, quella ebraica. Vittime di quella triste pagina della nostra storia connessa con le leggi razziali, le genti di stirpe israelita, sotto la dittatura fascista, non godevano della piena cittadinanza italiana, ma di uno status minoritario, quello di cittadini italo-libici.
La fine del secondo conflitto mondiale e l’indipendenza della Libia non migliorò le loro sorti.
Se da un lato, la loro condizione non fu presa in considerazione dal trattato di pace, cosa che impedì loro di divenire cittadini del nuovo stato repubblicano; dall'altro essi non poterono ottenere la cittadinanza del nuovo stato libico in ragione delle discriminazioni razziali di cui gli ebrei erano chiaramente vittime in uno stato confessionale di religione mussulmana qual era la Libia Indipendente.
Anche il legislatore repubblicano negli anni a venire omise totalmente di definire le sorti di chi, vittima delle discriminazioni razziali di epoca fascista, continuava a pagarne il fio anche dopo l’avvento della Costituzione.
Tale incuria non venne meno neanche di fronte all'impellente esigenza di indennizzare e tutelare gli espatriati dalla Libia.
La giurisprudenza, chiamata a far giustizia a fronte di questa evidente iniquità, gradatamente riconobbe agli italo-libici la cittadinanza italiana, a far data del 1° gennaio 1948.
Solo nel 1987, il Governo, con circolare, definì una procedura amministrativa che consentisse il riconoscimento della cittadinanza degli ebrei italo-libici, imponendo però improbabili verifiche nello stato di precedente residenza.
Queste vicende hanno portato tanti cittadini italiani, vittime del fascismo prima e del regime di Gheddafi poi, a subire un’ulteriore umiliazione e discriminazione. Questa volta ad opera del nostro Stato costituzionale. Con buona pace del principio di uguaglianza e in spregio al solenne impegno della Repubblica a garantire i diritti dell’uomo.
La questione, che si vorrebbe conclusa, stenta in realtà a trovare un epilogo. Un giusto epilogo.
Infatti, mentre da un lato pendono ancora numerosi contenziosi giurisdizionali di chi, ancora nel 2013 attende l’indennizzo per dei fatti risalenti al 1970, dall'altro lo Stato, non contento delle tante promesse fatte e non mantenute, ha ancora una volta vanamente cercato porre ammenda a un’ingiustizia cui ha grandemente contribuito.
Com'è noto, nel 2008, i rinnovati rapporti con la Libia sono sfociati in un nuovo Trattato di amicizia.
Noto alle cronache nostrane perché associato ai costumi esotici importati e recepiti nelle serate di Arcore, in virtù e in omaggio alla neo nata amicizia tra l’allora Premier italiano e il Ra’is,  il Trattato prevedeva anche un discusso e discutibile impegno (morale e, soprattutto, finanziario!) dell’Italia a risarcire la Libia per i danni derivanti dalla colonizzazione!
Naturalmente, nessun impegno da parte della Libia a risarcire i cittadini italiani per le illegittime confische ed espulsioni. Solo la promessa di non discriminare, pro futuro, i connazionali che avessero voluto investire nel Paese.
Tuttavia, il problema degli indennizzi ai profughi libici in quell'occasione tornò alla ribalta.
Un emendamento alla legge di ratifica del Trattato, approvato dalla camera nel 2009, prevedeva un fondo di 50.000.000 di euro, al fine di porre la parola fine sulla questione. In modo degno per uno Stato che pretende di essere democratico e garantista.
L’esito di questa nuova promessa?
Ahimè, è sotto gli occhi di tutti! La crisi di governo, lo spread alle stelle, l’Italia commissionata dall'UE. E ancora, la crisi economica, il governo tecnico e i tagli alla spesa pubblica.
I nuovi e più impellenti problemi hanno fatto dimenticare i vecchi.
Così, dopo oltre quarant'anni, gli italo-libici ancora attendono. O, più probabilmente, hanno smesso di sperare. Forse già da un po’.
Nel frattempo, tornati in Italia, si sono rimboccati le maniche e hanno ricominciato da capo. Con le loro sole forze. 

Michela Boi

domenica 29 settembre 2013

Peacock in his pride

Le notizie di questi tempi si leggono distrattamente, a colpi di scorrimento veloce, pensando ad altro e magari credendo che siano soltanto brevi informazioni, non per forza elementi su cui riflettere, da cui trarre una qualche prospettiva.
Quando si rimane colpiti, ci si stabilizza su una tematica, non necessariamente si tratta di questioni epocali, di roba da rivoluzione copernicana: generalmente il fatto di sentirsi più interessati a qualcosa, nel mare vasto di informazioni travolgenti, denota il passaggio ad un secondo livello. La notizia ha sbattuto contro la parete cognitiva, l’ha incrinata, forse infranta ed è entrata con abilità nello strato meno epidermico della sfera emotiva. C’è della retorica nel dire che banalmente si sta parlando di sensibilità, vale però la pena di riscoprire le deduzioni più semplici.
Io ho dedotto più o meno questo: che sono un essere sensibile e che, per quanto la eviti sin dalla prima infanzia, in fondo amo la retorica.  
Leggo e mi sento subito ammorbata, leggo una seconda volta e poi mi sento meno ammorbata e piuttosto infastidita. “Scritte omofobe e proclami delle organizzazioni di ultra-destra contro il Gay Pride”. Casualmente circoscrivo la notizia al luogo fisico di riferimento, Belgrado, solo perché nel titoletto lo si riporta, alla fine comunque non è questo il dato più rilevante.
Rilevante mi pare il fatto che dal link che clicco esce fuori una dimensione più articolata di quella che in prima battuta credevo di aver intuito: emerge infatti un mondo fatto di “sette” o almeno, in senso meno evocativo, di organizzazioni contro le manifestazioni “dell’orgoglio gay”, pronte ad imbastire scontri durante la parata di sabato. Le autorità potrebbero persino decidere per la sospensione, come se le cose dovessero assumere una tinta improvvisamente scura, come se tutto diventasse una sorta di macchia.
Dopo il 2010, a Belgrado, il Gay Pride non è stato più consentito, per il timore che la violenza di quell’anno potesse ripetersi. Si parla di ragioni di sicurezza, di ordine pubblico come chiave magica per chiudere tutte le porte; si deve fare attenzione perché gruppi estremisti delle tifoserie e di ultranazionalisti si schiereranno, quasi certamente, in difesa dei valori tradizionali serbi minacciati dall’orgoglio omosessuale, creando grande probabilità di disordini organizzati.
Ma le scosse non sono mai tali fino a quando non ti toccano da vicino. Se la storia di come una manifestazione, mera espressione della libertà di ciascuno di dar conto di sé, possa diventare  teatro di guerriglia e occasione per ricordarsi della pochezza umana, già mi rende alquanto mesta, di più sul mio umore( allo strato meno epidermico appunto) incide la dichiarazione anacronistica di Guido Barilla. Il signore della pasta interveniva ieri alla Zanzara, programma radiofonico noto per il carattere poco amabile del suo conduttore, regalando questa dichiarazione: “Non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d'accordo, possono sempre mangiare la pasta di un'altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri". Lasciando perdere la campagna di marketing avviata dalle altre aziende concorrenti e non, tutte pronte a dimostrare la propria attitudine gay friendly e ad esporre il proprio volto progressista, niente di salvabile si rintraccia nelle tre righe citate.
Ma possibile che ci tocchi anche l’omofobia alimentare? Non so se questa la digerisco, sono di stomaco sensibile e sono ammorbata, perché come sempre vorrei già esser oltre, in un presente futuribile dove certi sconvolgimenti siano impossibili da concepire.
Barilla, oggetto di aspre critiche sui social network (ormai fondamentali per chi vive nel modo e magari vuol pure continuare a viverci e a farci affari), ha cercato di rattoppare lo strappo, probabilmente rischiando di allargarlo ulteriormente. “Nell'intervista volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all'interno della famiglia". Si, dico io, interessante, ma che cavolo c’entra, che peripezia si deve compiere per rimediare ad una caduta di stile che, forse, merita solo un no comment?
Tanto adesso verrà intavolato un pedante teatrino di hashtag e boicottaggi: nessuno mangerà più spaghetti e farfalle, in molti giustamente sottolineeranno lo scollamento che la dichiarazione dell’industriale di turno ci impone di registrare tra un’Italia che non c’è più e una che vorrebbe almeno provare ad esserci. Si tratta di capire che ci si rivolge pur sempre a dei consumatori, a dei soggetti che alla fine fanno parte del sistema. La comunicazione, nell’Italia di sempre, resta un elemento incontrovertibile di buona riuscita: O ci sai fare o sei fuori.
In questo Paese, vent’anni orsono, veniva varata la legge Mancino recante: "Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa". In buona sostanza dal 1993 veniva posto nero su bianco un limite alla libertà di opinione, come a dire che si è liberi di esprimere il proprio pensiero finché questo non offende un’altra persona.
Negli ultimi anni un termine ha decisamente segnato il passo, affermandosi con stabile preponderanza nei discorsi e nelle bocche di molti. Si chiama “omofobia”, si potrebbe semplicemente declinare come vera e propria forma di razzismo. Per alcuni è una “parola gentile”, troppo ingenua nell’incentrare la propria specificità su un fenomeno che finisce così per apparire come una sorta di patologia.
In Francia il problema, in termini tutt’altro che semantici, si è espanso in maniera decisamente esponenziale in occasione dell’approvazione della legge relativa al cosiddetto “matrimonio per tutti”, ovvero la normativa volta a disciplinare la richiesta di equiparazione legale tra le coppie formate da persone dello stesso sesso, rispetto a quelle eterosessuali.
Grandi manifestazioni sono state indette per le vie di Parigi, da parte di organizzazioni prevalentemente religiose, in difesa della famiglia tradizionale, minacciata, a detta di molti, dalla legge del “Mariage pour tous”, che introduce norme che equiparano il matrimonio, e conseguentemente le adozioni, tra coppie etero e omosessuali. Qualcuno è arrivato addirittura ad uccidersi per dimostrare la propria contrarietà alla normativa progressista francese, sparandosi un colpo di pistola nella cattedrale di Notre Dame gremita di fedeli e turisti. È il caso di Dominique Venner, 78 anni, una delle figure più note dell’estrema destra locale, che, da utente attivo della rete, postava poche ore prima del gesto queste frasi sul suo blog: «Per continuare la mobilitazione saranno necessari dei gesti nuovi, spettacolari e simbolici che […] risveglino la memoria delle nostre origini: stiamo entrando in un tempo in cui le parole devono essere sostenute dagli atti». Estrapolate dal contesto certe affermazioni di veemenza possono pure suscitare un discreto entusiasmo, in fondo sanno di partecipazione e di coinvolgimento.
La Francia nera non è solo quella del Front National, c’è infatti tutto un sottobosco di nazionalismi rivolti alla difesa delle radici identitarie, una galassia che spinge perché l’affermazione di altri diritti o dei diritti degli “altri” non leda le basi più intime e solide del Paese, deturpando l’identità cosiddetta nazionale.
Malgrado tutto.
Mi viene da scrivere così perché vedo chiara la differenza tra un Paese dove le leggi si fanno e creano frattura ed un Paese dove la frattura impedisce alle leggi di esser, non solo prodotte, ma persino concepite. Le lacune se son colmate, sono colmate male, con finali compromissori a dir poco insoddisfacenti.
Il 15 marzo 2013 veniva presentata alla Camera una proposta di legge recante “Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, per il contrasto dell’omofobia e della transfobia”.
Si prevede in primo luogo, con essa, un’estensione dei reati puniti dalla legge Mancino-Reale anche alle discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere della vittima.
Il testo originario della legge 13 ottobre 1975, n. 654 (cosiddetta « legge Reale »), stabiliva l’applicazione della sanzione penale solo per le discriminazioni e le violenze « nei confronti di persone perché appartenenti ad un gruppo nazionale, etnico o razziale ». Con il decreto-legge n. 122 del 1993, convertito, con modificazioni dalla legge n. 205 del 1993, cosiddetto « decreto Mancino », venne introdotto il fattore religioso, e successivamente furono introdotte altre fattispecie, fino ad arrivare all’elenco attualmente presente nell’articolo 3 della legge n. 654 del 1975. Ai fattori di discriminazione considerati dall’articolo 3 della legge Mancino-Reale la proposta di legge, del 15 marzo, aggiunge l’identità sessuale.
 Polemiche si son levate attorno alla questione dell’emendamento, presentato durante la seduta di votazione della legge alla Camera, negli scorsi giorni, in base al quale sarebbero esentate dalle sanzioni previste dalla legge Mancino "le organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all'attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni". In buona (o cattiva) sostanza si relativizzano i termini “discriminazione” ed “istigazione alla discriminazione”, dando modo a certi movimenti di culto, politici o sindacali, che dir si voglia, di aver totale libertà di condotta.
 Il testo passa così al Senato, con molto disincanto, diffondendo intorno a sé il familiare profumo del compromesso, del “si va bene, però..”.
Del resto, la nostra stessa Costituzione, all'articolo 3, già esclude la discriminazione per ragioni di sesso, oltre che religiose, politiche e sociali. Impone altresì allo Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Basterebbe quindi sì ricordarci semplicemente di rispettarlo quell’articolo della Costituzione, soprattutto però, aggiungo io, quando si votano le leggi e improvvisamente si attuano alchimie e forzature, che altro non fanno che eludere lo spirito vero dei principi cosiddetti fondamentali.
E infatti è già pronta una petizione per chiedere ai capigruppo di tutti i partiti presenti al Senato che il reato di omofobia approvato alla Camera sia esteso anche alle organizzazioni politiche, sociali, culturali e religiose che, tra l'altro, sottolinea Stefano Corradino, ancor più dei singoli individui dovrebbero essere ispirate, nei propri statuti e codici etici, a criteri di tolleranza e di rispetto delle differenze.
La petizione è collocata all’interno del “format” Change.org, a proporla è il giornalista Stefano Corradino, direttore del giornale online dedicato alla libertà di espressione , Articolo 21.
Change. org è una piattaforma online per l’attivismo che permette a chiunque di promuovere e vincere una campagna per realizzare il tipo di cambiamento che spera di vedere. Vi son oltre 20 milioni di membri in tutto il mondo, di cui circa 200.000 nel nostro Paese, nel quale è presente con un sito in italiano dal luglio 2012.
La stagione è poco propizia per fare la ruota, i pavoni attendano.. Cosa non lo so, forse giusto un leggero buon senso, per rimanere retorici sino alla fine.


Benedetta Celati

giovedì 26 settembre 2013

Gli albori dell'educazione finanziaria


Il 9 agosto 1862 l'editoriale del settimanale The Economist conteneva quattro regole che avrebbero dovuto supportare gli investitori nel selezionare un bond governativo rispetto che un altro. Allora come oggi i mercati più liquidi e sofisticati, a quel tempo Londra e Parigi, erano invasi da strumenti finanziari emessi dai paesi periferici.

Oggi giorno i derivati e le pericolose cartolarizzazioni di mutui immobiliari sono sinonimo di rischio così come a quel tempo lo erano i bond esteri. L'emissione di questi titoli, effettuata dagli stati tramite la collaborazione delle prestigiose merchant bank, includeva un gran numero di insidie per i piccoli investitori. Vi erano quelle che erano state fatte al solo scopo di generare commissioni e di cui solo una piccola parte finiva nelle casse dell'emittente, evidentemente troppo a corto di liquidità per evitare questa ruberia. Le collusioni fra gli agenti dello stato debitore e gli intermediari erano infinite. Le grandi banche erano consapevoli che, affinché un'emissione avesse successo, andava sostenuta costruendogli attorno un mercato “segreto”. Sostanzialmente si formava un sindacato occulto fra operatori che, formalmente sottoscrivevano quote ingenti di un prestito, ad un valore superiore a quello di asta, facendo lievitare così i prezzi e accendendo la brama del pubblico, per poi scaricarle subito dopo sul mercato, realizzando così forti guadagni e trascinando al ribasso il prezzo. Molto spesso, in una seconda fase, con la connivenza degli intermediari, interveniva lo stato emittente che, visto il disallineamento fra prezzo e cedola del bond, ritoccava unilateralmente al ribasso il tasso d'interesse inizialmente pattuito.

Vista la situazione l'Economist decise di intervenire con la definizione di una sorta di manuale per il cassettista. La prima delle regole prescriveva una completa indifferenza per lo scopo per il quale il prestito veniva emesso. “Meglio prestare (...) a una grande nazione solvibile per il peggiore degli scopi, come una guerra ingiusta, che a una nuova, piccola nazione per creare una grande capacità produttiva sproporzionata alle sue condizioni”. La seconda regola concerneva le garanzie. Esse avevano senso solo nel caso in cui il debitore non fosse riuscito a pagare gli interessi pattuiti e a restituire il capitale. Una ristrutturazione avrebbe, sicuramente comportato, una perdita per l'investitore. Si consigliava, quindi, di utilizzare come barometro, fra un bond e l'altro, la reputazione dell'emittente. La terza regola era legata ad aspetti politici. “Preferite, e di gran lunga, uno stato che sia omogeneo a uno che sia composito ed eterogeneo”. Gli stati organizzati secondo il modello confederale o su base tribale, secondo il settimanale, non erano affidabili viste la debolezza politica intrinseca nella loro formula istituzionale e dove le divisioni erano più di sangue che ideologiche. Preferibili le democrazie rispetto alle satrapie visto il ruolo di controllo svolto dal popolo sulla gestione della cosa pubblica. Meglio ancora se i cittadini erano titolari di un gran numero di buoni nazionali. In quel caso scelte unilaterali del governo su di essi avrebbe provocato grossi sommovimenti politici interni. La quarta regola era una sorta di monito contro i salti nel buio. Consigliava di dare la precedenza agli stati i cui titoli erano noti al mercato.

Di per se le quattro regole non erano rivoluzionarie. Consistevano nella semplice trasposizione per iscritto del modo di operare di un normale operatore di borsa. Lo era il fatto che un settimanale, per la prima volta, si fosse sentito in dovere di educare finanziariamente i suoi lettori codificando un codice con cui andare a valutare le varie emissioni. Sotto le scuri del giornale finirono spesso le emissioni del Perù, della Russia, dell'Egitto e ahimè, qualche volta, anche dell'Italia. Il cantiere dell'educazione finanziaria degli investitori, aperto qualche secolo fa è tutt'ora in alto mare.


Gianluigi Usai
…if you with patient ears attend/ what here shall miss, our toil shall strive to mend

Se in una calda notte di mezz’estate deciderai di profittare delle piacevoli sorprese che la Capitale sa riservare a quei pochi eletti che l’hanno preferita alle mete esotiche e caraibiche, potrai star certo che riuscirà ancora una volta a sbalordirti. Roma, d’estate, nonostante il caldo afoso, riesce ad attrarre e incantare visitatori ed autoctoni, con le innumerevoli iniziative che la rendono viva e vitale, ma un po’ meno delirante.
C’è solo l’imbarazzo della scelta, tra notti bianche, concerti per tutti i gusti, serate sul lungo Tevere, suggestivi teatri ospitati nei luoghi che, in un remoto passato, hanno scritto la storia del mondo: nessuno rimarrà insoddisfatto.
Se poi opterai per una romantica passeggiata in uno degli angoli verdi più suggestivi della città, scoprirai piacevolmente che non ti verrà proposta solo una divertente corsa sul risciò o una pedalata rinfrancante. I sentieri di Villa Borghese offrono infatti ai suoi visitatori numerose e varie iniziative culturali. Tra le tante, una certamente non mancherà di attirare la tua attenzione.
 The Globe Theatre. Fratello minore dell’omonimo londinese che quattro secoli or sono ebbe l’onore e il privilegio di veder recitare la Compagnia teatrale shakespeariana.
Pensato e realizzato come i teatri di epoca elisabettiana, forma circolare e struttura lignea, il cielo stellato la sola copertura dei posti in platea. E se ancora avessi bisogno di qualcosa per sentirti trascinare inesorabilmente indietro nel tempo, ti accorgerai che la platea, come vuole la miglior tradizione, altro non è che un nudo pavimento di pietra, dove i più accorti o avveduti, poggiano un cuscino portato con sé  da casa. Certo, non saprai dove e come mettere le gambe!  Ma l’angustia degli spazi è un misero prezzo da corrispondersi per la magia che quel luogo saprà regalarti.
Nel cuore palpitante del parco, col canto dei grilli sullo sfondo, nel teatro più pittoresco che Roma possa offrire, seduto sulla nuda pietra, potrai ammirare, col naso all’insù, una compagnia d’attori recitare le più travolgenti opere shakespeariane.
Infatti, com’è giusto che sia, il teatro ospita solo le commedie e le tragedie firmate con la penna del noto drammaturgo inglese.
A dieci anni dall’inaugurazione di questo luogo incantevole e stimolante, se ne festeggia l’anniversario con la prima opera messa in scena nel 2003, che racconta l’invincibile e tragico sentimento che unì nella morte i due più noti amanti veronesi.  
Nell’ilarità generale, la compagnia, per tutto il primo atto mette in scena una simpatica rivisitazione moderna della storia a tutti nota. In pieno stile rapper i protagonisti suscitano le risate del pubblico, con battute impertinenti e allusive,  cantando su quelle musiche che non ci si aspetterebbe. Poi d’un tratto, con l’incontro dei due amanti la scena cambia registro e recupera la solennità che le è propria,narrando la dolcezza dell’amore più struggente che la letteratura abbia mai raccontato.
Riuscitissima la sperimentazione, diretta dalla regia di un Gigi Proietti, che, commosso e nostalgico, apre la scena recitando le parole del coro:
“E se ad esso prestar vorrete orecchio pazientemente, noi faremo in modo,
con le risorse del nostro mestiere, di sopperire alle manchevolezze

dell’angustia di questa nostra scena”.

Michela Boi

giovedì 19 settembre 2013

Una questione di punti di vista


Qualche settimana fa ho avuto il piacere di partecipare ad un giro di conferenze incentrate sul Sud America. Mi ha colpito particolarmente constatare come i diversi relatori abbiano affrontato l'argomento. Su quali dettagli abbiano calcato la mano. Come abbiano costruito il loro discorso. In quale modo abbiano raccontato le loro esperienze.

Lo storico trovava un immenso piacere nel fare continue citazioni usate qua e là per rendere più grottesca una situazione o per esprimere un giudizio, se pur attraverso le parole altrui. Grande furbata questa. Sottile gioco del dico e non dico. Come ben si sa non è ben visto nell'ambiente uno storico che esprime palesemente un parere. Passerebbe dall'essere uno studioso imparziale all'essere un qualunque opinionista.
L'intellettuale idealistico era il più divertente di tutti. Raccontava viaggi e avventure colorite, spesso borderline. Il suo discorso era intriso di giudizi di parte. Prevaleva completamente la dimensione politica e di lotta, che, faceva si che la sua mente prendesse in considerazione solo gli aspetti positivi dei fenomeni, oscurando completamente tutto il resto. Meravigliosamente radical chic. Terribilmente poco realistico.
Mi ha sedotto il sociologo. Tramite un mix di letteratura, modi di vivere e architettura è riuscito a spiegarci tanti perchè, portando, contemporaneamente, la nostra mente ad immaginare scenari esotici e avvicinandoci alla cultura di popoli lontani.
Il diplomatico, visto il ruolo centrale e in prima persona che aveva giocato in molte situazioni, anche tramite ad alcune indiscrezioni, coinvolgeva l'ascoltatore, trascinandolo nel gioco dietrologico e ambiguo della diplomazia. Di qualsiasi attore coinvolto nel racconto presentava i pro e i contro di una scelta politica rispetto ad un'altra permettendo al pubblico di immergersi nel gioco della politica.
L'economista secondo molti è una sorta di guru. Per altri un ciarlatano che presenta oscure teorie che, tra l'altro, adatta di continuo alle circostanze. Lontano da grafici e calcoli non mi è parso così fuor d'acqua. Il pubblico ha dimostrato di apprezzare l'opportunità di aver qualcuno che gli spiegasse fenomeni che spesso sente alla tv ma non riesce a comprendere.


Il bello delle conferenze è vedere lo stesso tema discusso da differenti prospettive. Ciò permette di aprire la mente e di esulare dal solito modo di pensare figlio della nostra formazione. Bello avere punti di vista differenti!

Gianluigi Usai

domenica 7 luglio 2013

Saremo costruttori di cambiamento

La gente da ormai troppi anni percepisce la politica come un parassita che succhia la linfa vitale del nostro paese. Mi piace pensare che ci siano delle speranze. La possibilità di ritornare a vedere la res publica come un bene da salvaguardare e non da spogliare sistematicamente per raggiungere meschini interessi personali. Ho avuto modo di venire a conoscenza dell'esperienza di Nicola quasi un po per caso e subito, spinto dalla mia innata curiosità, ho deciso di proporgli un intervista.

Nicola: Inizialmente siamo partiti in 4, io studente di economia, uno studente di psicologia interessato alle politiche sociali, un musicista e uno studente di scienza politiche. Successivamente si sono aggiunti altri due studenti di scienze politiche. Questo è il gruppo dirigente ma nella nostra esperienza possiamo contare su molti simpatizzanti, come poi è risultato dalle elezioni. Abbiamo cercato, muovendoci con articoli di giornale, riguardanti le cose che secondo noi non andavano bene, di portare la voce dei cittadini alle autorità. Adesso che ci sono state le elezioni il nostro percorso non cambierà, avremo semplicemente meno difficoltà a incontrare le persone che potranno aiutarci a risolvere problemi oppure fare proposte che possano essere agevolmente ascoltate. Avremo anche l'opportunità di vedere da vicino come funziona effettivamente la macchina amministrativa.

G: Come ti sei avvicinato al mondo della politica locale? Quali sono stati gli impulsi che ti hanno spinto a farlo?
N: Mi sono sempre interessato alla politica, i miei genitori pur non praticandola mi hanno sempre fatto capire l’importanza dell’amministrare e della scelta del bene comune. Il mio impegno attivo è cominciato 2 anni fa, io come alcuni amici eravamo stanchi del modo di fare politica nella nostra città, logiche di partito portavano persone poco preparate a ricoprire incarichi nevralgici e la partecipazione della cittadinanza alle scelte comuni era ridotta al minimo. L’idea era quindi quella di contribuire al rinnovamento della classe dirigente cittadina con un ottica di lungo periodo. Inizialmente il progetto doveva infatti prevedere la costituzione di una lista civica autonoma chiamata "La voce in comune’’ composta da tutti ragazzi esperti o quantomeno interessati a diversi campi. Volevamo dare un taglio netto e un segnale forte pur consci del fatto che ottenere un buon risultato sarebbe stato difficile. Cominciando a conoscere gli amministratori della nostra città abbiamo avuto il piacere di lavorare, per l’organizzazione dell’evento letterario ‘’inchiostro e parole’’ con il professore Alessandro Volpi. La collaborazione fu proficua e il modo di concepire la politica da parte di Alessandro ci ha subito interessato, per questo abbiamo deciso di cominciare a ragionare su una sue eventuale candidatura a sindaco da appoggiare come associazione. Gli obbiettivi erano primarie aperte del centro sinistra e vittoria delle amministrative, entrambi centrati pienamente. Posso dire che i risultati dell’associazione per ora sono stati notevoli.

G: Qual'è il tuo progetto per Massa e verso quale direzione dovrebbe evolvere la città? 
N: voglio subito mettere in chiaro che le mie idee vengono discusse all'interno dell’associazione. Come "La voce in comune"  abbiamo contribuito alla stesura del programma Volpi per le primarie, ci siamo chiaramente concentrati su qualcosa sulla quale avevamo più idee. Partendo dal grande successo di "Inchiostro e parole" abbiamo cercato di capire cosa poteva essere portato anche a livello cittadino. In questo senso la parte sull’autoproduzione della cultura e la messa a disposizione degli spazi da parte del comune per le iniziative giovanili ci ha reso molto soddisfatti così come il tentativo di sburocratizzare i processi per l’organizzazione di eventi o l’ipotesi di una convenzione SIAE per contribuire alle spese in quelle manifestazioni che prevedono una parte musicale. Vogliamo una città più moderna, che si riveli più attrattiva per i turisti e più viva per i cittadini che la abitano. 


G: Pensi che nella politica locale sia meglio guardare alle persone o ai partiti? Mi spiego meglio: la politica ha un peso molto forte nella scelta della persona a cui destinare il proprio voto o prevale la sfera delle conoscenze?
N: La nostra associazione è formata da ragazzi che non hanno tessere di partito, crediamo che in questo momento storico, caratterizzato da una forte crisi, a livello comunale si debba guardare più alle persone. La capacità di mediazione deve quindi essere più forte che in passato. Le idee rimangono sempre a guidarci, ma a livello comunale il loro peso è molto minore, inoltre è inutile avere delle idee che teoricamente possono essere giustissime ma non avere le persone in grado di portarle avanti, nel periodo storico che stiamo vivendo è palese la mancanza di morale da parte dei politici, ripartiamo da persone oneste e che abbiano a cuore il bene della collettività per poi poter attuare le idee.

G: Cosa ne pensi del Movimento 5Stelle?
N: Lo voglio dire subito. Non sono un gran simpatizzante del movimento 5 stelle. Capisco i motivi che lo hanno fatto nascere, l’idea del "tutti a casa" dopo gli scandali della nostra politica è, se non appieno condivisibile, quantomeno comprensibile. Anche io credo fortemente nel rinnovamento della classe dirigente, credo che chi ha sbagliato o non è riuscito a migliorare le cose debba farsi da parte. Detto questo il rinnovamento non deve essere considerato come una mannaia che colpisce tutti in modo indiscriminato. Inoltre non condivido molti aspetti del movimento, dal non rilasciare dichiarazioni ai media all'avere un capo e un guru che ne decidono la politica senza contraddittorio  Chi è contrario a una linea decisa dal capo rischia l’espulsione. Nonostante questi aspetti negativi però una sua presenza in parlamento potrebbe servire a responsabilizzare le altre forze politiche.

Grazie Nicola.

Gianluigi Usai

Quando la Turchia chiama...

Ebru è una giovane Turca di 29 anni che abita da qualche tempo a Parigi.

Proprio in Francia ci siamo conosciute, durante la mia breve esperienza di studentessa all’estero. La mia amica invece è ormai una “radicata” straniera, una che fuori dal proprio Paese ci vive da tempo. Istanbul doveva essere il mio viaggio estivo, solo questo, o meglio proprio questo. Dopo aver deciso la destinazione mai avrei pensato di dover fare i conti con una serie di contingenze, che stavano per rendere questa vacanza qualcosa di più..
Eppure un giorno intercetto brevi notizie via Facebook. Poi intravedo immagini e qualche ansa, preludio di un’ abbondante emorragia di informazioni, di un’inarrestabile fiume in piena di parole e scatti impressionanti.
“Che succede in Turchia? C’è la rivoluzione? “.. Ce lo chiediamo io la mia compagna di viaggio in una stramba conversazione telefonica, al termine di una pesante giornata di altre contingenze..
Penso allora ad Ebru, so che è a Parigi ed immagino che forse, nonostante la lontananza, sia ben più informata di me e di tanti amabili utenti di Twitter.
Non mi sbaglio perchè nel giro di poche ore mi vedo raggiungere da una serie di link che la mia amica decide di girare a me, come ad altri ragazzi italiani conosciuti in Francia.
Il mio forse è un interesse per così dire particolare: voglio davvero partire, magari con una spinta in più, col rumore di fondo della situazione diversa e meno “comune” che si va presentando. Ma a parte questo, desidero come sempre conoscere, perchè sono solo molto curiosa.
Ebru è nata ad Istanbul,  città nella quale ha compiuto i suoi studi universitari ed è diventata psicologa clinica. Per il dottorato ha scelto di lasciare la Turchia e di venire a completare la sua formazione in psicologia proprio a Parigi, città che per molti rappresenta la meta, quando si tratta di andare a studiare fuori.
Mi viene naturale chiedermi come si possa vivere la lontananza da casa in un simile momento.

Chiedo a Ebru che significa per lei essere turca e vivere a Parigi, quando in Turchia scoppia la protesta.
E: E’ difficile non essere adesso in Turchia e non partecipare direttamente alle manifestazioni. Condivido questi sentimenti con altri studenti ed amici che vivono all’estero. Da settimane siamo tutti davanti al pc, seguiamo le notizie, facciamo traduzioni e cerchiamo di diffondere le informazioni il più possibile. È veramente impossibile rimanere insensibili di fronte alla violenza sproporzionata mostrata dalla polizia nei confronti dei manifestanti sin dai primi giorni.
La censura  imposta dal governo turco ai media è diabolicamente forte. Io credo che i turchi che adesso si trovano fuori dal proprio Paese stiano facendo del loro meglio per difforndere le notizie e raggiungere i media internazionali. A titolo di esempio, per far capire la dolorosa forza della censura, basta dire che le manifestazioni sono cominciate ovunque nel Paese il  venerdì mattina presto ma in Francia le persone hanno saputo della loro esistenza solo il sabato, a giornata inoltrata.
Ebru continua a rispondere alle mie domande da Istanbul, città nella quale è rientrata solo da pochi giorni

E: Ora che sono ad Istanbul da circa una settimana, partecipo attivamente ai forum ed alle manifestazioni. Posso concretamente avvertire il diverso punto di vista, dopo aver vissuto dall’estero la situazione, quello che però in fondo non cambia è il risultato. Si tratta del movimento più democratico che io abbia mai visto nella storia del mio Paese, che riesce a cogliere non solo i problemi attuali ma anche i conflitti alla base di questi novanta anni di Repubblica, le istanze dei diversi popoli e delle diverse parti della Turchia. Occorre sottilineare bene questo aspetto, poichè il movimento ha raggiunto e “scosso” la maggior parte dei territori turchi, non soltanto la città di Istanbul.

B: l'AKP[1], il partito islamico-conservatore che governa il Paese, ha dato avvio ad una serie iniziative, frutto di scelte politiche impopolari( mi viene in mente l’imposizione del divieto di bere alcool dalle 22 fino alle 6 del mattino, ad esempio). Ti chiedo un’opinione in merito al  peso che tu pensi possano aver avuto questi elementi per lo scoppio delle proteste in Turchia. Quanto sono stati, a tuo avviso, determinanti?
E: Effettivamente, pensando ai diversi divieti imposti dalle autorità turche, l’impressione che si avverte non è solo quella della loro natura ridicola ma anche della loro incredibile tempistica rispetto agli eventi che hanno attraversato la Turchia. Mi spiego meglio. Il divieto di abortire, per fare un esempio concreto, è stato imposto in un momento molto delicato per il Paese, quando appunto vi era stato un tremendo attentato in un villaggio curdo, che aveva causato parecchie vittime (53 morti secondo le stime ufficili, molti di più secondo la gente). Questi divieti vogliono raggiungere l’obiettivo di manipolare la realtà, venedo ad essere prescritti sempre in momenti cruciali per il governo turco, in momenti di crisi.
I giovani si sono presi gioco di tutta questa politica repressiva dell’AKP proprio perchè l’AKP mira a controllare la nostra vita quotidiana così come le nostre menti.

B: Osman Baydemir, sindaco della città di Diyarbakir e militante attivista per i diritti umani, parla esplicitamente di “Democrazia islamica” per definire l’attitudine paternalistica dell’AKP[2]. Concordi con questa definizione?
Diyarbakir (Amed in curdo) è una città fondamentale per il movimento curdo. Poco tempo fa è accaduto qualcosa di molto importante: in un villaggio di Diyarbakir, che si chiama Lice, i cittadini hanno potestato contro la costruzione di un struttura  annessa al commissariato, avanzando istanze di pace e democrazia. Questa manifestazione è costata la vita al giovane Medeni Yıldırım, di appena diciotto anni, e il ferimento di decine di persone. Quei proiettili sono quelli che quotidianamente ci vengono sparati addosso, a noi, alla pace, alla democrazia e alla nostra solidarietà. Chiaramente il movimento di Lice non è diverso da quello del Gezi park.   Non sono affatto d’accordo con la definizione di “democrazia islamica”: siamo proprio oltre! Non si può assolutamente parlare di democrazia, visto che siamo di fronte ad una vera e propria dittatura.


B: C’è chi nell’AKP prende le distanze dalle posizioni di Erdogan. Pensi che vi sia la concreta possibilità di elezioni aniticpate?
E: Attendiamo ogni giorno che il governo faccia un passo  ma le cose non cambiano, continuano anzi le menzogne. I media turchi sono incredibilmente sottomessi al potere del governo e sfortunatamente c’è chi in Turchia segue le informazioni alla televisione e crede a quel che sente. Con questo sistema le elezioni anticipate non serviranno a niente : quella che si andrebbe a realizzare non sarebbe altro che una sorta di “dittatura plebiscitaria”! Il movimento di Gezi non chiede certo le elezioni anticipate, senza cambiare il sistema, infatti, non potremo che rimanere allo stesso punto di partenza. Non c’è del resto fiducia nel governo per quanto riguarda lo scrutinamento dei voti: si temono i brogli; la maggior parte degli attivisti di Gezi vorrebe essere impegnata attivamente nelle elezioni per allontanare il pericolo della frode.

B: Il progetto di costruire un centro commerciale con la moschea al posto degli alberi del gezi park è l’emblema di quello che possiamo definire il capitalismo di matrice islamica. La Turchia viene vista come uno Stato a laicità controllata. Qual è la tua opinione sulla questione?
E: Esattamente. İl progetto dell’AKP per il parco di Gezi è la costruzione di un grande centro commerciale, di appartamenti di lusso da realizzare sui resti di una antica caserma ottomana e di una moschea. Taksim è una piazza troppo importante nella storia del Paese per il movimento operaio e socialista. Il quartiere rappresenta la diversità del popolo turco ma il governo non può tollerare questa diversità di ideologie e di scelte: questa indipendenza. Non tollera nè l’obiezione nè l’opposizione.

B: la questione della censura è molto grave. Twitter viene additato come il male, il nemico del partito. Quali sono le tue impressioni?
E: Per il momento non vi sono restrizioni per l’utilizzo di internet ma sono state predisposte alcune misure di sicurezza nei confronti di utenti di twitter. Il governo ha chiesto a twitter e facebook di condividere le informazioni degli utenti, questo però non impedisce alla gente di difforndere notizie sui social networks. La gente ormai non ha più paura delle restrizioni e delle minacce del governo. 


B : Ti chiedo infine quali sono le tue speranze per la Turchia, cosa desideri per questo Paese ?
E : In questo momento a Istanbul stiamo cercando di non lasciare mai vuote le piazze ed i parchi. Durante la settimana vi sono forum nei parchi e nei quartieri della città, dove la gente si riunisce per parlare del futuro del movimento. Il sabato  vi è una manifestazione in piazza Taksim, organizzata dal collettivo “Solidarietà per Taskim”, per commemorare i morti e continuare a porre al governo quelle domande che per giorni avete letto sugli slogans. Si prospetta un periodo molto lungo, io però nutro una certa speranza nel futuro, spero che si possa ricostruire la democrazia con un modello maggiormente partecipativo e meno rappresentativo, nel quale la gente possa essere coinvolta davvero. Noi vogliamo l’abolizione dei divieti di manifestazione nelle piazze e nei luoghi pubblici della Turchia. Noi chiediamo l’abolizione degli ostacoli frapposti alla libertà di espressione. Chiediamo che coloro i quali sono responsabili di aver impedito al popolo  il fondamentale diritto democratico di manifestare dall’inizio della resistenza contro la distruzione del parco Gezi , coloro i quali hanno ordinato o fatto applicare tali ordini antidemocratici, che hanno causato il ferimento di migliaia di persone e la morte di cinque cittadini, siano destituiti dalle loro funzioni. Vogliamo che sia vietata ed impedita la violenza senza misura rivolta dalla polizia nei confronti dei manifestanti. Chiediamo la rimessa in libertà immediata di tutti i nostri amici che sono stati colpiti da misure di sicurezza o da arresti, ovunque in Turchia, per il fatto stesso di aver partecipato alla resistenza.
Mi associo alle speranze di Ebru, leggendo nelle sue parole un forte senso di partecipazione a quella che lei stessa chiama resistenza.

Ringrazio Ebru Yilmaz.

Benedetta Celati

[1]  Partito per la Giustizia e lo Sviluppo guidato dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan.

[2] Si parla anche di islamokemalismo, ovvero dell’approccio dall’alto al basso alla democrazia (we know best democracy) che è stato assorbito dagli esponenti dell’Akp ma risale alle élite repubblicane e kemaliste.

domenica 28 aprile 2013

Binario13: Economia


L'ecatombe delle imprese: 40 imprese morte al giorno.


Dal 2007 ad oggi il nostro paese ha visto morire 70000 aziende di cui 4000 solo da inizio 2013.  Questa è una delle tristi realtà alla quale il nuovo governo dovrà trovare una soluzione.

Strutturalmente i sistemi capitalistici dell'Europa meridionale sono caratterizzati da un tessuto produttivo formato da piccole e medie imprese (PMI).[1] Le cause sono molteplici e legate, in primo luogo, al "peccato originario" della cronica penuria di capitali nel '800 e '900, periodo nel quale loro iniziarono a svilupparsi. Questo, associato ad una cultura finanziaria che non predilige il ruolo dei mercati borsistici e dei fondi pensione, quali strumenti per convogliare il risparmio dai soggetti in surplus a quelli in deficit, ha portato ad un ruolo preminente dello stato e degli istituti di credito che, come dimostra la crisi dei nostri giorni, non sempre hanno la forza o la lungimiranza di accompagnare certe iniziative. Anche dal punto di vista della governance e delle normative a tutela degli azionisti di minoranza, in Italia, sussistono grosse criticità. Gli investitori, nel nostro paese, non si sentono sufficientemente tutelati e rischiano, continuativamente, di subire operazioni in parti correlate che falcidino il valore dei loro investimenti. Si pensi, al riguardo, a quello che hanno fatto per anni, nel totale menefreghismo dei regolatori, i Ligresti o al concambio Atlantia-Gemina in questi giorni. E' naturale che i risparmiatori non siano incentivati ad acquistare azioni di imprese italiane. Che possiamo fare allora per uscire dall'impasse?

Innanzi tutto si dovrebbe portare il piccolo azionista al centro del nostro sistema regolamentare, difendendolo da frodi e abusi. Nel mentre si deve percorrere il cammino del sostegno allo sviluppo di nuovi fondi d'investimento, magari ricorrendo, per accrescere la raccolta e farne nascere di nuovi, a incentivi fiscali. Sto pensando per esempio all'equiparazione delle detrazioni sui rendimenti ottenuti investendo in un fondo a quella dei titoli di stato, lasciando l'aliquota più alta solo per coloro che investono in proprio. Sempre sul versante della raccolta si dovrebbe mettere mani, in modo serio e rigoroso, alla riforma cenerentola delle pensioni complementari. Riforma sempre più necessaria per garantire la sostenibilità del nostro sistema pensionistico, visto il progressivo invacchimento della popolazione. Peccato che questo provvedimento, vuoi le resistenze delle imprese e soprattutto dell'Inps, sia stato, fino ad ora, difficile da portare a compimento. La previdenza complementare permetterebbe di mettere in circolo una grossa liquidità che si potrebbe utilizzare per investimenti, quali infrastrutture o ricapitalizzazione di imprese, aventi ritorni lontani nel tempo.

I fondi, grazie al controllo che sono in grado di esercitare sull'operato dei manager e degli azionisti di maggioranza delle società, riescono a ridurre il rischio di frode o mala gestione. Sono quindi un ottima soluzione per la quasi totalità dei risparmiatori che, viste le loro limitate conoscenze, rischino di sezionare investimenti che non riuscirebbero a gestire. Acquistando la quota di un fondo, a discapito di investimenti diretti da loro individuati, i risparmiatori otterrebbero una gestione professionale e una diversificazione di portafoglio che difficilmente un singolo riesce a mettere in campo. Non tutta la colpa del nanismo e del risicato numero dei nostri fondi è attribuibile allo stato. Occorre tenere presente che i pochi di essi presenti in Italia non hanno brillato per performance e anche questo ha spinto molti soggetti a rivolgersi ad entità estere.

Di pari passo con lo sviluppo dei fondi d'investimento è necessario varare dei provvedimenti che favoriscano la concentrazione fra piccole imprese quali, per esempio, incentivi fiscali da destinarsi ad aziende che si fondono, affiancandoli ad altre detrazione a cui si potrebbe accedere dimostrando di aver effettuato investimenti in ricerca o in macchinari. Il problema delle dimensioni delle imprese è un elemento centrale perchè i fondi, per loro stessa filosofia gestionale, non investono in società troppo piccole. Il nanismo delle nostre aziende è figlio di una cultura imprenditoriale sbagliata, dove si pospone l'interesse dell'impresa alle ambizioni dell'imprenditore, che non vuole assolutamente perderne il controllo e così ne emargina l'attività a nicchie di mercato o a produzioni a basso valore aggiunto. Peccato che il futuro dell'occidente siano le produzione ad alto contenuto tecnologico e qualitativo. Anche la Fiat lo ha compreso e infatti, leggendo la parte del piano industriale relativo all'Italia, si vede come Marchionne voglia concentrare nel nostro paese la produzione di autovetture del segmento luxury. Solo in questo modo è, infatti, possibile competere con paesi in cui il costo del lavoro e gli oneri fiscali e ambientali sono irrisori.

I fondi d'investimento sono un'ottima soluzione al problema della sotto patrimonializzazione delle imprese poichè potrebbero apportare il capitale di rischio necessario per effettuare gli investimenti, soprattutto quelli con ritorni lontani nel tempo ma propedeutici alla crescita. Si pensi per esempio agli esborsi necessari per l'ingresso in un nuovo mercato geografico.
Anche a livello gestionale la presenza dei fondi aiuterebbe le imprese viste il know how manageriale che apporterebbero soprattutto nelle aree finanza e controllo di gestione ma anche nello sviluppo e attuazione di strategia di crescita e internazionalizzazione.

Gli incentivi alla concentrazione delle imprese e allo sviluppo dei fondi d'investimento sono in grado di dare risultati solo nel tempo, nel mentre sarebbe buona cosa se il nuovo governo creasse, seguendo l'esempio del Fondo strategico italiano,[2] un fondo dedito unicamente ad investimenti nelle PMI, selezionando fra esse quelle con elevate potenzialità di crescita o possibili centri aggreganti per l'intero settore. Gli interventi del fondo dovrebbero essere soprattutto a livello di capitale di rischio ma, seguendo l'esempio di quanto fatto dal governo Cemeron in Gran Bretagna, si potrebbe anche puntare sull'erogazione di finanziamenti a tassi d'interesse agevolati e scadenze molto lontane.

Questi obbiettivi in termini di crescita delle imprese sono fondamentali al fine di creare occupazione ed evitare che le congiunture economiche creino il deserto nel nostro sistema produttivo. E' necessario per evitare il declino del nostro paese il ritorno alla politica industriale. Solo con un piano d'azione generale è possibile coordinare i vari interventi necessari nei vari campi, distinti ma, come si vede nel caso della crescita dimensionale delle imprese, collegati fra loro. Solo con una strategia ad ampio raggio il nostro paese potrà ritornare competitivo. La palla passa alla politica!

Gianluigi Usai



[1] Ciascuno stato membro dell'UE ha tradizionalmente utilizzato diversi parametri per identificare le PMI. In Italia abbiamo quanto segue: 
Tipo
Occupati
Fatturato
(Milioni di €)
Totale di bilancio
(Milioni di €)
Media impresa
< 250
e
≤ 50
oppure
≤ 43
Piccola impresa
< 50
e
≤ 10
oppure
≤ 10
Micro impresa
< 10
e
≤ 2
oppure
≤ 2

[2] Il Fondo Strategico Italiano, creato dalla Cassa depositi e prestiti, investe in imprese di "Rilevante interesse nazionale". Sono imprese che operano nei seguenti settori: difesa, sicurezza, infrastrutture e pubblici servizi, trasporti, comunicazioni, energia, assicurazioni e intermediazione finanziaria, ricerca e alta tecnologia; oppure con obiettivo dimensionale: fatturato annuo netto non inferiore a 240 milioni di euro, e numero medio di dipendenti non inferiore a 200 unità.

giovedì 11 aprile 2013

Binario13: Lifestyle



La perseveranza di inseguire i propri sogni

Leggendo la storia di questo ragazzo non ho potuto che provare ammirazione e voglia di farla conoscere a voi tutti. La ricerca su internet dei contatti utili per perseguire i suoi scopi mi ricordano un po' il modo di fare di Steve Jobs: anche lui non esitava a cercare nella guida telefonica i numeri di quelle persone importanti che lo avrebbero potuto aiutare a raggiungere i suoi obiettivi. Certo le due figure sono assai diverse fra loro. Nel caso di Jobs ci trovavamo di fronte ad un imprenditore mentre Marco incarna, sotto tutti gli aspetti, l'identikit dello scienziato dei nostri sogni, disinteressato alle questioni burocratiche e concentrato sulle sue ricerche, per coronare le quali non ha nessuna paura a condividere le sue idee e i suoi studi con altri.

Qui sotto vi allego il link dell'articolo:


martedì 2 aprile 2013

Binario13: Economia


Navighiamo insieme fra i termini della crisi dei debiti sovrani.


Il rapido susseguirsi di crisi bancarie e di stati sovrani ha spinto la finanza al centro alle prime pagine dei quotidiani e dei programmi tv. Molto spesso il lettore, che cerca di capire gli accadimenti che lo circondano, non riesce neppur minimamente a comprenderli a causa del vorticoso e continuo afflusso di nuovi termini, sempre più tecnici, di cui sono colmi i giornali.
Binario13 vuole assistere il povero lettore in questa sua titanica opera di avvicinamento ai fenomeni e alle cause che ogni giorno gli rendono la vita più complessa.

  1. Bond. Nome inglese delle obbligazioni. Possono essere emesse da stati sovrani o da imprese private. Ogni paese ha delle proprie norme sulle procedure, i limiti e i soggetti autorizzati all'emissione. Il processo di globalizzazione e le varie direttive comunitarie hanno portato però ad una forte armonizzazione delle diverse discipline.
  2. Crisi di liquidità e d'insolvenza. Un soggetto si trova in crisi di liquidità quando, tenendo conto di tutto il denaro a sua disposizione, non riesce a far fronte ai deflussi numerari immediati. Molto spesso dalla crisi di liquidità si passa ad una di solvibilità perchè, il soggetto, alla disperata ricerca di liquidità per far fronte alle proprie scadenze, è costretto a svendere i suoi assets fino a estremi in cui il valore del suo attivo risulta minore a quello del passivo. I vari Ltro effettuati dalla Banca centrale europea sono serviti proprio per evitare che le banche, causa la paralisi dell'interbancario, l'impossibilità di emettere obbligazioni a tassi ragionevoli e spesso vittime della fuga di capitali dal paese d'origine, passassero da una crisi di liquidità ad una, molto più grave, d'insolvenza.
  3. Bond vigilantes. Termine coniato negli anni '80 dall'economista Ed Yardeni per designare gli investitori che vendono in massa titoli di stato di un paese quando perdono fiduccia nelle sue politiche monetarie e/o fiscali. La paura del deficit di bilancio è ispirata in primo luogo dal timore di un attacco speculativo da parte loro.
  4. Haircut. Pratica usata negli affari da circa 200 anni. Consiste nel taglio di valore di un bene. Nel caso delle obbligazioni si applica al valore nominale del bond ovvero la somma che verrebbe restituita al momento del rimborso. Immaginiamo che le obbligazioni siano zero coupon (prive di cedola) e ciascuna di esse sia emessa ad un valore pari a 90 €, con un valore nominale pare a 100 €. Il profitto per l'investitore di conseguenza sarà pari a 10 € per cada obbligazione detenuta sino alla naturale scadenza. Ipotizziamo ora un haircut del 30%. Questo significa che al momento della scadenza dell'obbligazione, all'investitore verrebbero restituiti solo 70 € per cada bond detenuto, con la conseguente perdita secca di 20 € per cada obbligazione detenuta.
  5. Bail-out. Conosciuto anche come riscatto finanziario. Consiste nel prestare del denaro ad un'entità che si trova in prossimità della bancarotta al fine di salvarla dall'insolvenza. Il denaro può essere concesso o tramite un finanziamento d'emergenza o, come capita spesso nel mondo delle imprese, con un mix fra iniezione di nuovo capitale e l'apertura di nuove linee di credito. Il bail-out crea dei grossi rischi in termini di “azzardo morale” perchè incentiva gli stati sovrani ad intraprendere politiche di finanza pubblica che non tengano conto del rapporto fra entrate ed uscite e le imprese private ad assumere rischi eccessivi. Un agire così avventuroso è dato dagli alti profitti (imprese) o benefici elettorali (stati) che avrebbero se la loro rischiosa manovra funzionasse e dalla certezza, che in caso contrario, interverrebbe un soggetto esterno che, grazie al suo denaro, li salverebbe. Gli interventi su Grecia, Irlanda e Spagna rientrano in questa fattispecie. 
  6. Bail-in. Consiste in tutta una serie di operazione e conversioni che dovrebbero evitare il fallimento di un impresa facendo ricorso ai suoi azionisti e creditori. Il caso di Cipro è emblematico. Sono stati impiegati, per coprire le perdite legate alla mala gestione delle banche, oltre agli azionisti (come da prassi) ma anche i creditori (obbligazionisti non solo subordinati) e coloro che avevano depositi eccedenti i 100.000 € (limite sotto il quale sussiste la garanzia statale ed europea sui depositi). Questa nuova tecnica permette di aggirare il problema dell'azzardo morale ma rischia di creare delle difficoltà ai paesi periferici dell'Unione Europea le cui banche, già in difficoltà per la crisi dei debiti sovrani e da una forte crisi di liquidità, rischierebbero di subire un progressivo deflusso di depositi verso le banche del nord Europa, percepite come più solide. Bisogna sempre ricordarsi che i meccanismo ottimali dal punto di vista teorico nella pratica rischiano di creare scompensi maggiori. Nei prossimi mesi vedremo le conseguenze della sua applicazione su Cipro. Non è da escludere che un forte deflusso di depositi possa portare ad un bail-out, questa volta molto più grosso di quello che sarebbe stato necessario in precedenza.
  7. Esm (European Stability Mechanism). Conosciuto anche con il nome di Fondo salva stati, è stato istituito, dopo aver modificato il trattato di Lisbona e con l'approvazione del Parlamento e del Consiglio europeo, nel marzo del 2011. Nato come fondo finanziario europeo per la stabilità finanziaria della zona Euro ha una struttura e dei poteri molto simili a quelli del Fondo monetario internazionale (FMI) con un'operatività, però, circoscritta alla sola Europa. Attivo dal luglio del 2012, dispone di circa 650 miliardi di Euro e va a sostituire il FESF (Fondo europeo di stabilità finanziaria). Per finanziarsi emette strumenti finanziari e titoli, simili a quelli che il FESF emise per erogare gli aiuti a Irlanda, Portogallo e Grecia (con la garanzia dei paesi dell’area euro, in proporzione alle rispettive quote di capitale nella Banca centrale europea), e potrà acquistare titoli di stati dell’euro zona sul mercato primario e secondario. Il fondo potrà concludere intese o accordi finanziari anche con istituzioni finanziarie e istituti privati. È previsto l'appoggio anche delle banche private nel fornire aiuto agli stati in difficoltà. In caso di insolvenza di uno Stato finanziato dallo ESM, quest’ultimo avrà diritto a essere rimborsato prima dei creditori privati. Lo ESM impone, per remunerare il capitale impiegato nell'intervento di salvataggio, un tasso di interesse che, oltre alla copertura dei costi operativi, deve garantire un profitto e subordina inoltre l'intervento a tutta una serie di interventi macroeconomici da attuare entro un prefissato arco temporale. La sua governance è articolata su vari organi: a) consiglio dei governatori, formato dai ministri finanziari della zona Euro, b) consiglio di amministrazione, c) direttore generale provvisto del potere di voto, d) collegio di cinque revisori. Le decisioni del consiglio devono essere prese a maggioranza semplice o qualificata. Il voto di ogni Stato membro non è capitario (voto personale), ma in proporzione al valore delle quote versate nel fondo. Lo stato membro perde il diritto di voto finché non risolve la posizione debitoria, e il numero dei diritti di voto è ricalcolato fra gli altri stati. Ciascuno stato mantiene invece l'obbligo di contribuire al capitale autorizzato, anche se diviene beneficiario o riceve assistenza finanziaria dal ESM. Il particolare meccanismo di voto basato su una maggioranza qualificata di 2/3 fa si che i paesi del nord Europa (Paesi Bassi, Germania, Finlandia e Austria che nel complesso detengono il 37,4415% del capitale) riescano a subordinare la concessione dei finanziamenti agli stati in difficoltà all'imposizione di manovre di aggiustamento strutturale, purtroppo troppo centrate sull'austerity e poco sulla crescita, con la conseguente ulteriore depressione dell'economia dei paesi in difficoltà.
  8. OMT (Outright monetary transactions). Vasto programma di acquisto di bond sovrani a breve termine (scadenza massima pari a tre anni) da parte della BCE. Possono accedervi solo quegli stati riconosciuti come diligenti ovvero coloro che abbiano avviato delle profonde riforme strutturali (mercato del lavoro, liberalizzazioni, finanza pubblica). La liquidità in eccesso emessa con l'acquisto dei bond verrebbe sterilizzata grazie alla vendita di altri titoli in modo tale da non pregiudicare la politica monetaria europea. L'OMT prende il posto del SMT (Securities market program) su cui l'Italia ha beneficiato per circa la metà del totale. Il primo adempimento per usufruire del programma, noto anche come Scudo anti spread, consiste in una formale richiesta di aiuto da parte del paese in difficoltà alla BCE.
  9. Unione bancaria. All'unione bancaria parteciperanno gli stati che adottano l’euro, e coloro i quali vorranno sottoporsi liberamente al nuovo quadro comune. La Bce assumerà la vigilanza sulle banche che hanno asset per almeno 30 miliardi di euro o un fatturato pari ad un quinto della ricchezza nazionale dello stato di appartenenza. Per via di questi due parametri in ogni paese dell'eurozona saranno vigilate dalla BCE almeno le tre banche più grandi. L'adozione di questi criteri porta però all'esclusione della stragrande maggioranza degli istituti europei, che continueranno ad essere controllati dai regolatori nazionali però, qualora la BCE identificasse delle irregolarità nel processo di controllo delle banche più piccole, avrà sempre la facoltà di intervenire sostituendosi ad essi. Gli istituti controllati da parte della Bce, definiti sistemici, saranno in tutto 150. La vigilanza spetterà ad un nuovo comitato di controllo anche se il consiglio direttivo della Bce avrà sempre l’ultima parola. In una seconda fase l’unione bancaria dovrà portare alla creazione di fondi salva-banche comuni a tutti gli stati, e alla fondamentale garanzia comune dei depositi. Su questi due punti le resistenza nazionali sono ancora molte. L’Eba conserverà, infine, i poteri di regolamentazione del sistema creditizio.
  10. Basilea III. Si tratta di un articolato insieme di provvedimenti di riforma, predisposto dal Comitato di Basilea, al fine di rafforzare la regolamentazione, la vigilanza e la gestione del rischio del settore bancario. Lo strumento cardine per permettere agli istituti di far fronte a future crisi finanziarie è il rafforzamento del capitale, e in particolare la componente di migliore qualità (common equity) che cresce dal 2% previsto con Basilea II al 7% di Basilea III. Per le banche sistemiche nel complesso, tenendo conto dei vari dettami, il capitale minimo richiesto potrebbe ascendere al 12%. Interessanti anche gli interventi sulla leva finanziaria con la creazione di un coefficiente minimo di leva del 3% per il patrimonio tier 1 ossia il rapporto tra il patrimonio tier 1 (calcolato utilizzando la nuova e più stringente definizione del Basilea 3) e il totale dell’attivo della banca non ponderato per il rischio più le esposizioni fuori bilancio, durante un periodo preliminare che decorre dal gennaio 2013. 

Gianluigi Usai