Cari lettori siamo finalmente tornati. Oggi vi proponiamo un interessante contraddittorio sui candidati delle primarie del Partito Democratico americano.
Buona lettura,
lunedì 28 marzo 2016
Sanders, Leone del Vermont.
"I don’t believe government should take over the
grocery store down the street or own the means of production, but I do believe
that the middle class and the working families who produce the wealth of
America deserve a decent standard of living and that their incomes should go
up, not down. I do believe in private companies that thrive and invest and grow
in America, companies that create jobs here, rather than companies that are
shutting down in America and increasing their profits by exploiting low-wage
labor abroad." (discorso alla Georgetown University nel novembre del 2015)
L’arzillo vecchietto Bernard Sanders, che compirà 75 anni
l’8 settembre, sta sconvolgendo il mondo politico americano con le sue idee
definite da molti socialiste e rivoluzionarie. Eletto sindaco per ben tre volte
di Burlingron, la più popolosa città del Vermont, è stato parlamentare per 16
anni e senatore per 10. Fu fra i pochi a votare contro l’invasione dell'Iraq e
ad opporsi al Patriot Act.[1] Celebri anche le sue campagne contro la
pena di morte e di diritti di donne e omosessuali. Solo nel novembre del 2015
si è affiliato al Partito Democratico, passando comunque agli annali come il
più longevo parlamentare indipendente della storia degli Stati Uniti.
Quando, il 30 Aprile 2015, annunciò che avrebbe concorso
alle primarie del Partito Democratico[2], ,contro Hillary Clinton, nessuno
credeva potesse arrecare grandi pensieri a colei che tutti i pronostici davano
già come la 45° presidente degli Stati Uniti. E invece, su 33 stati in cui si
sono già tenute le primarie, Sanders si è imposto in ben 16, arrivando ad un
soffio dalla Clinton in altri 4 e accumulando un totale di 1.038 delegati
contro i 1.266 di Hillary. Quello che preoccupa maggiormente gli analisti
democratici è il fatto che la Clinton ha ottenuto le sue vittorie più nette in
stati che i democratici hanno poche speranze di conquistare alle presidenziali
mentre ha faticato negli stati in bilico, che saranno in futuro fondamentali.
In questi giorni sono andato a scrutare il programma di Sanders
nella sua pagina ufficiale, incuriosito dalle storie contraddittorie che
circolano su di esso nei vari mass media. Grazie ad una rara e concisa
chiarezza espositiva, priva di fronzoli e sofismi, si ha l’opportunità di
comprendere rapidamente quelli che sono gli obiettivi e le risorse con le quali
l’uomo vorrebbe raggiungerli. Di sotto riporto alcuni dei punti fondamentali:
Riduzione delle disuguaglianze. Fra il 1967 e il 2011 il
coefficiente di GINI[3] negli Stati Uniti è passato da 0,397 a
0,477[4]
evidenziando come la ricchezza del paese sia sempre più concentrata nella mani
di una piccola parte della popolazione. Per far fronte a questo fenomeno, in
forte peggioramento nel corso degli ultimi 10 anni, Sanders propone diverse
misure:
- Incremento del salario minimo da 7,25 $ a 15 $ all’ora.
- Introduzione di una tassa di successione progressiva per coloro che ereditano più di 3,5 milioni di dollari.
- Incremento delle imposte per coloro che guadagnano più di 250.000 $ e l’equiparazione dell’aliquota applicata ai proventi ottenuti tramite investimenti a quella dei redditi da lavoro.
- Far fronte all’evasione fiscale perpetrata dalle grandi imprese tramite l’utilizzo di paradisi fiscali e complesse architetture finanziarie tramite l'intensificazione dei controlli e la creazione maggiori disincentivi. [5]
Lavoro e istruzione. Circa il 5,5% della americani è
disoccupato, percentuale che sale al 15% quando si parla di giovani.
Sanders al riguardo propone una serie di misure per alcuni un pò vecchio
stampo:
- Investimenti in infrastrutture per circa 1.000 miliardi di dollari nell’arco di 5 anni con ricadute occupazionali stimate su circa 13 milioni di persone.
- Creazione di un piano lavoro per i giovani del valore di 5,5 miliardi dollari all’anno.
- Abolizione delle rette universitarie e riduzione del tasso di interesse applicato ai prestiti studenteschi elargiti dalle agenzie federali dal 4,29% al 2,37%
Diritti dei più deboli. Negli USA mediamente una donna, a
parità di lavoro e condizioni, guadagna il 79% di un collega uomo. Tenendo
presente che molte di loro sono madri single trovato il problema. Sanders al
riguardo propone:
- Rafforzamento dei programmi federali volti ad aiutare le donne single e l'infanzia.
- Rafforzare le leggi federali per favorire l’accesso al sistema sanitario e al mondo del lavoro delle persone LGBT.
- Espandere il sistema sanitario nazionale garantendo ad ogni americano una copertura ulteriore di almeno di 65 $ al mese tenendo conto in particolare degli anziani e dei vecchi.
Complessivamente il programma di Sanders ha molti pregi e
molti dei suoi punti non hanno nulla di sconvolgente per un europeo. Altri,
come la lotta contro Wall Street o contro i trattati di libero commercio hanno
una connotazione un po troppo di parte e una difficile applicazione. Per quanto
concerne le coperture finanziarie in generale, alcuni punti ne sono sprovvisti
vista l'impossibilità di ovviare nel breve periodo all’evasione delle grandi
imprese e alla lotta contro le scappatoie fiscali insite nel sistema tributario
americano. Su questo punto Berny, qualora venisse eletto, dovrà lavorare
alacremente....
Gianluigi Usai
[1] La norma, con l’obiettivo di ridurre il
rischio di attacchi terroristici, rafforza il potere della polizia
facilitando l'accesso e la raccolta di informazioni personali. Nell'ottobre
2007 la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale la legge.
[2] Le primarie del Partito Democratico si
tengono fra i mesi di febbraio e giugno del 2016. Il candidato del partito
viene eletto in modo indiretto ovvero ogni stato, in virtù del numero degli
abitanti, pone in palio dei delegati. Questi grandi elettori, eletti tramite il
sistema proporzionale, sono successivamente chiamati a scegliere il candidato
del partito per le presidenziali.
[3] Il coefficiente di Gini viene
utilizzato per misurare le diseguaglianze nella distribuzione della
ricchezza. Si tratta di un numero compreso fra 0 e 1 in cui valori bassi
indicano un uguaglianza nella distribuzione e viceversa valori alti una
disuguaglianza.
[4] Fonte:
http://gini-research.org/system/uploads/443/original/US.pdf?1370077377
[5] Secondo uno studio del Congresso americano
l’evasione fiscale compiuta dalle grandi imprese arreca all’erario statunitense
una perdita di circa 100 miliardi dollari all’anno.
Hillary e la White
House of Cards. (Verso) quale progressismo?
Da
venerdì 4 marzo House of Cards torna,
con la sua quarta stagione, a far presenza fissa nella vita delle persone,
almeno in quella di chi (al netto dei necessari detrattori) ne è diventato fan
e poi quasi subito “accro”, vero e proprio web-dipendente.
In
Italia pare che i diritti per la trasmissione della serie se li sia comprati
Sky Atlantic, qui in Francia, invece, Netflix continua a trasmetterlo, convincendomi,
con questo colpaccio, a passare dal mese di prova all’abbonamento payant.
Quest’anno,
però, a rendere il tutto molto più condito c’è la stretta attualità, quella
delle “vere” Presidenziali Usa 2016, caratterizzate, prima facie, da una forte dose di punti interrogativi, soprattutto
quando si pensa alle primarie dei Repubblicani e all’ascesa inarrestabile ma
non incomprensibile del milionario (ho scelto un aggettivo neutro) D. Trump.
Anche
per i Democratici (che nella finzione
sono rappresentati dal politico senza pudore Frank Underwood), le primarie per
l’elezione, nel novembre del 2016, del prossimo Presidente sono iniziate il
primo febbraio nello Stato dell’Iowa. La favorita per la vittoria, secondo i
più, sarebbe Hillary Clinton, per quanto il suo avversario socialista Bernie Sanders
sembri renderle il compito di futura eletta piuttosto spinoso e affatto
anodino. Probabilmente quest’ultimo, oltre a piacere ad una certa Europa che
guarda con riserbo e scetticismo all’America, ha saputo catalizzare una larga
parte del disappunto popolare made in Usa.
In via di estrema sintesi, possiamo dire
che il rivendicato impegno progressista del senatore del Vermont si distingue
nettamente dalla posizione più padronale che sindacale dell’avversaria Clinton.
Hillary,
dal canto suo, ha da offrire una carta che chiunque non può fare a meno di
notare: il suo essere donna.
Al
suo primo tentativo, nel 2008, di candidata all’investitura democratica,
durante la campagna elettorale aveva scelto di soprassedere circa fatto che la
sua elezione alla Casa Bianca avrebbe comportato un primato storico: sarebbe
stata il primo Presidente Usa e soprattutto “Commander-in-Chief of the Army and of the Navy”di sesso femminile. Mi duole dirlo, anzi scriverlo (oggi peraltro
è l’otto marzo, per cui mi pesa ancora di più questo ragionamento) ma l’afflato
femminista non si contiene facilmente, anche quando è funzionale solo ad un
gioco di strumentalizzazioni tattiche.
All’epoca
prevalse, invece, l’afflato antirazzista e l’orgoglio afroamericano, Obama,
infatti, scelse di sottolineare la storicità della sua vittoria, l’elezione di
un nero da parte di un elettorato prevalentemente bianco. Anche allora lo scenario
sullo sfondo era quello dell’Iowa, ed Hillary si posizionava terza
classificata, dovendo riconoscere la difficoltà della sfida. Poi, sei mesi
dopo, al momento della riconosciuta sconfitta, nel suo discorso di sospensione
della campagna compare “finalmente” l’espressione “glass
ceiling”, il soffitto di cristallo che le donne non riescono mai, secondo
la tradizione e l’odierno storytelling,
a sfondare.
Ecco qui
alcuni stralci dello speech “finale” del
giugno 2008 di una Donna ormai ex candidata alla nomination presidenziale[1] :
“…Now, on a personal note, when I was
asked what it means to be a woman running for president, I always gave the same
answer, that I was proud to be running as a woman, but I was running because I
thought I'd be the best president.
But I am a woman and, like millions of women, I know
there are still barriers and biases out there, often unconscious, and I want to
build an America that respects and embraces the potential of every last one of
us.
I ran as a daughter who benefited from opportunities
my mother never dreamed of. I ran as a mother who worries about my daughter's future
and a mother who wants to leave all children brighter tomorrows.
To build that future I see, we must make sure that
women and men alike understand the struggles of their grandmothers and their
mothers, and that women enjoy equal
opportunities, equal pay, and equal respect.
Let us resolve and work toward achieving very simple
propositions: There are no acceptable limits, and there are no acceptable
prejudices in the 21st century in our country.
You can be so proud that, from now on, it will be
unremarkable for a woman to win primary state victories - unremarkable to have
a woman in a close race to be our nominee, unremarkable to think that a woman
can be the president of the United States. And that is truly remarkable, my
friends.
To those who are disappointed that we couldn't go all
of the way, especially the young people who put so much into this campaign, it
would break my heart if, in falling short of my goal, I in any way discouraged
any of you from pursuing yours.
Always aim high, work hard and care deeply about what
you believe in. And, when you stumble, keep faith. And, when you're knocked
down, get right back up and never listen to anyone who says you can't or
shouldn't go on.
As we gather here today in this historic, magnificent
building, the 50th woman to leave this Earth is orbiting overhead. If we can
blast 50 women into space, we will someday launch a woman into the White House.
Although we weren't able to shatter that highest,
hardest glass ceiling this time, thanks to you, it's got about 18 million
cracks in it, and the light is shining through like never before, filling us
all with the hope and the sure knowledge that the path will be a little easier
next time.”
Oggi
però Hillary non ha più come sfidante il
“primo Presidente di colore” della storia, può tranquillamente presentarsi come
madre, nonna e moglie, insomma come la “prima donna Presidente” degli Stati
Uniti d’America. Può premere sul tema della parità dei salari, sui congedi
parentali e di malattia. Se Sanders l’accusa di fare parte dell’establishment, lei può rispondere tono
su tono con l’argomento del genere, della donna che per la prima volta prova a
sfondare il tetto della Presidenza Usa.
Il
problema è che stavolta le sfumature di colore (o di genere) contano poco, la
campagna dei democratici è controbilanciata, infatti, dagli assalti grotteschi
ma piuttosto efficaci di Trump sul versante dei Repubblicani, che non hanno
certo problemi a far propria la metrica del machismo per impostare la battaglia
(anzi “Moderate Republicans in the House
are pussies” dicono loro). Diciamo,
inoltre, noi che Clinton oggi si interfaccia, per le primarie, con un politico
definito “socialista”, con una bestia assai diversa da domare rispetto
all’animale sociale, premio nobel sulla fiducia, Obama. L’appello al genere,
alla lobby in senso atecnico delle femmine, potrebbe quindi non funzionare.
Mettiamola
così. Perché un’ americana democratica dovrebbe votare per una donna in
ossequio ad una logica di appartenenza e di solidarietà, chiamiamola femminile,
a prescindere dai contenuti, appunto dalle idee? Questa mi pare la domanda che
occorre porsi, oggi, nel 2016, più che allora nel 2008.
Oggi
il femminismo sbandierato in sé e per sé (e quindi poco tale), in un’epoca segnata dal ritorno dell’idea “dell’uso
legittimo della forza” e dei valori “maschi” come baluardo della sicurezza (la
Francia meriterebbe una parentesi spin -off
su questo tema) rischia di avere uno scarsissimo appeal.
Alle
primarie dunque le donne americane votano Bernie così come votano Hillary, per
motivi altri rispetto al genere, perché la “vera rivoluzione” (slogan di
Sanders) non consiste nel portare una minoranza al potere[2].
Eppure
Hillary Clinton sottolinea che la battaglia per la parità non è ancora stata
vinta: il Time in un articolo recente riporta, del resto, che non solo in
America non è mai stata eletta una donna Presidente, ma anche che solo il 12
per cento dei governatori, il 18 per cento dei sindaci e meno del 5 per cento
dei 1000 CEO riportati su Fortune sono donne. Insomma
c’è terreno fertile per far valere certe argomentazioni.
Usate
la testa e il cuore dice Hillary per convincere gli elettori, ma per il NYTimes c’è anche un problema
generazionale da prendere in considerazione.
Per quanto la Clinton abbia tirato dentro la sua campagna la giovane
Lena Dunham, creatrice e star dello show targato HBO “Girls,” nonché la cantante Demi Lovato, per
strizzare l’occhio alle elettrici delle ultime generazioni, qualcosa sembra non
carburare.
Probabilmente
non basta che sia una donna, perché per molte e molti Clinton potrebbe non
essere, ovvero non rappresentare, la giusta “prima” donna. Chi vota sceglie l’avversario dei
Repubblicani, e nel piatto ha forse bisogno di qualche ingrediente in più.
Anche
se Hillary, bisogna dargliene atto, a risposta dello slogan di Sanders, si
presenta come la candidata progressista
che vuole cambiare le cose sì ma con realismo, cercando di classificare così il
competitor come un non pragmatico che offre più che altro delle illusioni.
Insomma la sinistra di Wall street contro la sinistra del popolo americano,verrebbe
da dire, adottando l’interpretazione che offrono i sostenitori del senatore
“socialista”(riferendosi anche, chiaramente, alle diverse fonti di
finanziamento dei due[3]).
Partendo
proprio dalla riflessione sul realismo/ idealismo dei due candidati, il
professore Jedediah Purdy della Duke Law School ha recentemente
analizzato, in un articolo apparso sull’Huffington Post [4], gli argomenti
usati dall’establishment democratico per ledere la legittimità di Bernie
Sanders, come candidato credibile. In particolare, Purdy si sofferma sulle
posizioni dell’economista neokeynesiano Paul Krugman e della giornalista del
New Yorker, Alexandra Schwartz, entrambi sostenitori della Clinton. Secondo
Krugman, infatti, governare risulta un
compito troppo impegnativo per un idealista democratico socialista, che
peraltro non appare disposto a fare compromessi. Ed è,
peraltro, su questa falsariga, quella dei trade-offs
inidspensabili, che scatta l’endorsment
per Hillary da parte del The
New York Times Editorial Board: “Mrs. Clinton has done her homework on pretty much
any issue you care to name”.
Per
la Shwartz, invece, Sanders farebbe presa sui più giovani perché capace di
evocare miti di purezza e di "nostalgia
for an imaginary time of simpler, more straightforward politics”.
Purdy,
sostiene, nel prosieguo del suo ragionamento che gli argomenti di Krugman e
Shwatz ricordano quelli di due intellettuali della prima metà del Novecento:
Walter Lippmann e Joseph Schumpeter. Questi ultimi, secondo l’autore, avevano
della democrazia un’idea pragmatica, ovvero la interpretavano come strumento di
manipolazione per ottenere il consenso appunto della maggioranza, letta come un
insieme di cittadini ignoranti dei veri
meccanismi che governano il sistema politico ed economico.
È
dunque la versione del realismo in politica che viene in soccorso della carta
meno vincente del femminismo al comando, è l’idea che qualcuno deve pur saper
governare, a prescindere forse dalla concreta possibilità di realizzare le
promesse contenute nel programma.
Non
c’è allora bisogno di guardare, tutto d’un fiato possibilmente, i nuovi episodi
di House of Cards per avere lezioni
scontate sul potere, sulle agghiaccianti macchinazioni della politica. Anche
nella realtà una ex First Lady (spoiler
alert) va verso il gradino più alto nel podio di quelli che contano. Anche
nella realtà, si mescola un po’ di sana soap
opera (che per il popolo ignaro o ignorante va sempre bene) sull’importanza
di essere donna, progressista ma realista, oppure uomo sì ma socialista,
appoggiato dalla gente e dai sindacati, con idee “rivoluzionarie”, contenute in
un programma ispirato alle social democrazie scandinave (alla Olof Palme), con
la necessità, questa certo di natura pragmatica,
di tirar fuori un nome che ha serie possibilità di essere quello del prossimo Presidente
degli Stati Uniti d’America.
Benedetta
Celati
[1] Per
seguire tutto il discorso ecco il link al video http://www.nbcnews.com/id/21134540/vp/25021292#25021292
[2]
Ecco il link al video dell’endorsement di Madeleine Albright, che invece sembra
proprio usare questo argomento con una certa veemenza (There’s a place in Hell
reserved for women who don’t help other women) http://www.nytimes.com/video/us/politics/100000004193587/albright-urges-women-to-back-clinton.html?src=vidm
[3]
Secondo Open Secrets, che raccoglie i dati per l’insieme dei membri del Congresso,
Hillary Clinton ha tra i suoi finanziatori che l’hanno sostenuta lungo tutta la
sua carriera politica cinque grandi banche i cui nomi sono ampiamente associati
a Wall Street: Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan Chase, Citigroup,
e Lehman Brothers (di cui tutti conosciamo la sorte).
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