sabato 3 maggio 2014

Project Finance? Come finanziare le infrastrutture in assenza di fondi pubblici


Nell'Europa dell'austerity incentivare l'utilizzo del Project Finance può essere una soluzione ottimale per conciliare la duplice esigenza del rigore di bilancio e della crescita. Il finanziatore di un’ infrastruttura passerebbe ad essere il privato lasciando allo stato il mero ruolo di regolatore. Si tratta della stessa formula che in Italia si voleva utilizzare per il ponte sullo stretto di Messina. Ho colto al volo l'opportunità di effettuare un intervista a Tomas Casanova che, grazie alla notevolissima esperienza maturata ai massimi livelli di La Caixa, ci permetterà di comprendere meglio il funzionamento di questa tecnica.

Mi può dare una definizione di Project Finance? Di cosa si tratta e quali sono le sue finalità?
L'obiettivo del Project Finance è il finanziamento a lungo termine di investimenti in una forma distinta rispetto ai finanziamenti corporate tradizionali. Le sue principali caratteristiche sono le seguenti:
Ø  Finanziamento di un progetto concreto, ben definito e canalizzato attraverso una società veicolo, normalmente di nuova costituzione. Questa società avrà l'unico ed esclusivo scopo di sviluppare il progetto. L'investimento dovrà essere necessariamente in attivo fisso. Si escludono pertanto progetto commerciali.
Ø  I flussi che genererà il progetto devono essere predicibili con un certo margine di sicurezza.
Ø  Il progetto dev'essere viabile a livello finanziario, ambientale, giuridico e tecnologico.
Ø  La garanzia è il progetto stesso. Lo Sponsor non apporta nessuna garanzia suppletiva.
Ø  Il finanziamento è a lunghissimo termine. Fino a 40 anni o persino superiore.
Ø  Permette un leverage molto elevato. E' molto comune un 20% di equity a fronte di un 80% caratteristico delle operazione di settore.
Quali sono i tre principali vantaggi e svantaggi del Project Finance?
Iniziamo con i vantaggi:
1.      Lo Sponsor può sviluppare un progetto di dimensioni assai maggiori di quello che gli permetterebbe il suo potenziale finanziario, grazie al maggior leverage applicabile.
2.      Le agenzie di rating non sono solite modificare il merito di credito dello Sponsor, visto che non consolidano nella matrice il debito della società veicolo.
3.      Permette l'ottenimento di un finanziamento a lungo termine, senza richiedere risorse agli azionisti.
I tre principali svantaggi sono invece i seguenti:
1.      I costi sono superiori rispetto ad un finanziamento tradizionale.
2.      Le banche controllano i conti del progetto.
3.      E' necessaria una relazione da parte di un tecnico indipendente. Ciò comporta un costo addizionale per il progetto così come lo comporta il pacchetto di assicurazioni da porre in essere.
Perchè Basilea III considera il Project Finance più rischioso rispetto ad un finanziamento tradizionale?
A mio modesto parere, il regolatore di Basilea II e III non ha valutato correttamente la sicurezza che offre il Project Finance e l'alta percentuale di recupero ottenibile nei pochi casi in cui si produce un'insolvenza.
Basilea III è più severa rispetto a Basilea II. La sua implementazione avrà ricadute sul Project Finance?
Sul trattamento del Project Finance non si hanno cambi sostanziali fra Basilea II e III. Il numero di operazioni non dovrebbe quasi risentire di questo indurimento normativo.
45 miliardi di euro è l'importo dei crediti che l'Expansion, in un inchiesta pubblicata il 4 aprile, calcola sarà necessario rifinanziare per salvare il settore delle energie rinnovabili. Un 40% delle installazioni sembrano finanziariamente irrecuperabili . Quali potrebbero essere le condizioni di rifinanziamento e il futuro degli assets delle fallite?
Anche se la cifra mi pare eccessiva, bisogna tenere in considerazione che il settore delle energie rinnovabili è stato colpito da un cambio inaccettabile del marco normativo spagnolo, con effetti per di più retroattivi. Le centinaia di denunce presentate a livello planetario contro questo cambiamento daranno con molta probabilità ragione ai titolari dei progetti pregiudicati. L'immagine dello stato spagnolo a livello internazionale è stata fortemente danneggiata. Ció che succederà agli attivi delle imprese fallite va ricercato unicamente all'interno di tale contesto. Per fortuna il caso spagnolo è un eccezione. Il Project Finance continua a crescere a livello globale.
Il Project Finance è fortemente relazionato con il settore delle infrastrutture. Quanto può incidere sopra la ripresa spagnola la perdita di investimenti causata dalla pessima esperienza del comparto elettrico?
L'impatto sarà enorme. La posizione dei potenziali investitori in Project Finance nel nostro paese è di assoluta riserva. Si sentono truffati dal cambio regolamentare al quale mi sono riferito precedentemente.
La ministra Pastor ha detto che il riscatto delle circonvallazioni di Madrid non peserà sopra i conti pubblici. Quale potrebbe essere la meravigliosa soluzione che si è prefissata la ministra?
Le banche sono interessate ad arrivare ad un accordo, però in nessun caso con le drastiche condizioni proposte. La soluzione magica che propone la mistra dovrà essere rivista e finirà certamente constando denaro al contribuente spagnolo.
Perchè le banche hanno finanziato tante autostrade in prossimità di una sola città? Non era prevedibile questo disastro?
L'esperienza dimostra che gli studi sui flussi di traffico sono poco attendibili. Le operazioni si concedono in base alla clausola Responsabilidad Patrimonial de la Administración, che obbliga lo stato a ricomprare le concessioni, se di interesse pubblico (le autostrade lo sono), quando si produce l'insolvenza della concessionaria per cause non imputabili alla stessa. L'importo del riscatto sarà pari all'investimento iniziale meno le quote di debito già ammortizzato fino alla nazionalizzazione della concessione. La signora Pastor non può dimenticarsi questo circuito.
Quali sono i paesi con il migliore trade-off tra rischio politico e rendimento per fare Project Finance?
Qualsiasi paese dell'Unione Europea, eccetto Spagna e Grecia, offre un trade-off, in questo senso, accettabile. Alcuni paesi sud americani come Cile, Brasile e Colombia offrono buone opportunità d'investimento. Anche se il rischio politico è maggiore lo è anche il rendimento economico.
In Europa si parla, già da molto tempo, di bond infrastrutturali il cui importo non si computerebbe a quello del debito pubblico. Quali sarebbero i benefici per la Spagna?
Qualsiasi tipo di emissione a livello UE supporrebbe un beneficio per tutti gli stati membri. Germania inclusa, anche se a prima vista parrebbe di no.
Quali saranno i settori, in un futuro prossimo, maggiormente interessati da operazioni di Project Finance?
I settori maggiormente interessati continueranno ad essere quelli tipici per questa forma di operazioni: elettricità, che da sola nel 2013 pesava per il 35% del totale mondiale, infrastrutture (20%) e Oil&Gas (13%).
Qual'è stata l'operazione di Project Finance più appassionante della sua carriera professionale?
Probabilmente quella dei parchi eolici promossi dal proprietario di Forlasa, D. Juan Domingo Ortega. L'investimento superò i 500 milioni di euro. Fu un operazione ad alta complessità che risolsi e sindacai perfettamente.

Ringrazio Tomas Casanova per l'intervento.

Gianluigi Usai 
Il calderone politico italiano

Risulta sempre più complesso comprendere le dinamiche del sistema politico italiano. Binario 13 ha deciso di compiere un esperimento. Si tratta di un brainstorming fra noi membri del blog su alcune delle principali tematiche oggi all'ordine del giorno.

Che giudizio dareste al Renzi persona?
Alberto: E' ambizioso, e non è certo un difetto, ha doti di comunicatore superiori a Berlusconi ed ha l'atteggiamento da fiorentino, anzi da dinastia dei Medici direi. Ha fatto gli scout, questo si che è il lato peggiore. Di certo ci voleva, è un po' come Mourinho.
Benedetta: Matteo Renzi è indubbiamente un uomo ambizioso, convinto da sempre della propria capacità di avere successo. Molto del suo carisma è fondato sulle sue doti comunicative, nonché sui molti slogan che hanno caratterizzato la campagna elettorale ma anche la successiva attività di premier. L'approccio alla Renzi per cui la politica non può più essere letta come dialettica e sintesi della complessità delle idee ma come rapido raggiungimento di obiettivi posti in successione, si allontana molto dal mio modo di vedere le cose
Michela: Al suo debutto (primarie contro Bersani) non mi era dispiaciuto. Nel suo ruolo di “rottamatore” mi sembrava promettere bene. Ora mi convince un po’ meno: proposte di “riforma” che sembrano più che altro trovate pubblicitarie, inidonee ad incidere granché sullo status quo.  
La mossa di Renzi contro Letta è stata eticamente corretta o necessaria?
Alberto: L'etica non esiste. Non rispondo alla domanda. Il fine giustifica i mezzi.
Benedetta: La mossa contro Letta non riesco a giudicarla come una mossa di realpolitik, vi leggo infatti anche un significato etico. Renzi ha passato il messaggio che  cambiamento per lui significa rapido rinnovamento, inteso come totale superamento dell'idea di processo, nonché dell'idea del rispetto di alcuni valori che nell'era della rapidità sembrano non poter essere più attuali
Michela: Politicamente scorretta (che le lotte fratricide rimangano interne al PD!) e forse anche poco oculata. Non si comprende se i peggiori nemici di Renzi siano i partiti all’opposizione, i partiti che sostengono il governo o il partito di cui egli è leader. Una vittoria elettorale forse avrebbe dato maggiore stabilità (e credibilità) al governo.
Quali dovrebbero essere le prime tre priorità di questo governo?
Alberto: (1) Fare cassa di almeno 30, 40 miliardi di privatizzazioni e liberalizzazioni. Sai bene che i soldi ci sono per farlo, a partire dalla RAI. (2) Eliminare un livello di amministrazione locale. Comuni, province e regioni sono troppi livelli.  Abolirei anche una camera. (3)Togliere i sussidi alle industrie e ai sindacati. Benedetta: Prima di tutto il lavoro e le riforme dello Stato sociale, alla luce dei vincoli di bilancio attuali occorre infatti capire come fare per continuare a garantire il rispetto dei diritti garanzie enunciate dalla nostra Costituzione. Poi la definizione di un progetto di politica industriale per il nostro paese, sopratutto in considerazioni delle numerose crisi che lo attraversano. La priorità investe anche la questione della definizione di un nuovo modello di sviluppo, questione necessariamente da affrontare in collaborazione con gli altri Paesi europei. Infine i diritti civili, se il governo fosse davvero un governo di sinistra dovrebbe impegnarsi a mettere dei punti fermi rispetto a molte questioni calde, quali la 194 e il suo effettivo rispetto, il riconoscimento delle coppie omosessuali, i problemi dell'integrazione delle seconde generazioni, la parità di genere.
Michela: Legge elettorale, in assoluto. Riforma del lavoro e riforma delle autonomie locali.
Quale vorreste fosse la conformazione del futuro senato?
Alberto: 100 senatori, se possibile eletti.
Benedetta:  Sul senato non ho ancora le idee chiare. Risponderò quando potrò meglio argomentare la mia posizione. 
Michela: Senato elettivo, formato dalle rappresentanze delle Regioni, con uguale numero di Senatori per ciascuna regione, chiamato ad esprimersi sia in relazione alle autonomie locali sia rispetto ad materie sensibili, su cui la garanzia del voto di una seconda camera, la cui maggioranza sia formata su una base diversa, potrebbe essere auspicabile.
Il centro destra che abbiamo conosciuto fino ad oggi è finito?
Alberto: Il centro destra che abbiamo conosciuto fino ad oggi non è mai esistito, è esistito Berlusconi e una serie di mezze seghe che venivano elette grazie ai suoi voti. In Italia la “destra” non liberale è una sorta di socialismo.
Benedetta: Il centro destra sta affrontando il dopo Berlusconi ma anche la nuova scena disegnata da Renzi. Occorre capire se prevarranno i modelli europei o ci sarà un assestamento su vecchie impostazioni poco lungimiranti e populiste. Lo scenario è poi reso complesso dal grande successo di movimenti e organizzazioni alquanto pericolose per la stabilità di questo Paese, che rappresentano anche per la nuova destra che va costruendosi un elemento di riflessione profonda.
Michela: Negli ultimi vent’anni in Italia (ma forse in tutto il secondo dopoguerra) non c’è stato un vero centrodestra, ma un partito personalista, portavoce di valori ideologicamente collocabili “a destra”. Non c’è centrodestra senza B., ma solo partitelli destinati a rimpasti vari e poi a morte certa. Simul stabunt simul cadent.
A livello internazionale, con quale paese l'Italia dovrebbe stringere un asse di ferro?
Alberto: Qualcuno fuori dall'asse Germania-Francia, ma che non sia una sorta di lega del Sud Europa. Io guarderei alla Russia..
Benedetta: Immagino che al di là dell'Italia la questione delle alleanze debba essere posta a livello europeo, è ora che l'Unione assuma una configurazione pienamente federale e si ponga l 'obiettivo  di sviluppare una politica estera comune fuori dalle logiche intergovernative. Oltretutto la posizione geografica dell'Europa impone questo importante cambiamento, sia per la definizione di soluzioni mutualistiche rispetto alla questione migratoria sia per i problemi legati alla sicurezza,  a fronte di una Russia sempre più ruggente e degli Stati Uniti che ancora ci ricordano il proprio rilevante peso.  
Michela: Difficile dirlo. In Europa, l’Italia è piuttosto lontana, quanto a esigenze e problematiche, dai Paesi che detengono la leadership economica e politica. 

Binario13
B. VS S. parte seconda

Nonostante il peso degli anni che si porta sul groppone, nonostante le tante e tali fatiche che in questi ultimi vent'anni ha dovuto affrontare (che Ercole, al confronto, impallidirebbe), nonostante una condanna penale alle spalle (e altre incombenti minacciose) e i servizi sociali in vista, non ha perso la straordinaria capacità di far parlare di sé.
E non c’è bisogno che vi dica a chi mi riferisco. Perché è sulla bocca di tutti, su tutti i giornali, su tutte le televisioni, e non solo le sue.
Un altro polverone, l’ennesimo tormentone mediatico: direi quasi virale. Perché poi, diciamocelo, a noi italiani i polveroni piacciono proprio. Siamo davvero bravi a parlare, a polemizzare, a discutere ed infervorarci per tutto. Qualunque cosa. E, diciamoci anche questo, pare che ultimamente tutta l’Eurozona ci abbia preso gusto. Tutto sommato siamo stati dei bravi maestri.
Insomma, a undici anni dall’increscioso diverbio che contrappose il nostro eroe al politico tedesco Martin Schulz, quando ormai tutti speravamo di poter consegnare quegli attimi di tensione al sonno dell’oblio, ecco che l’episodio torna, prorompente, all’attenzione di tutti. E la dose è naturalmente rincarata.
All’epoca dei fatti, Schulz non aveva mandato giù l’idea di poter essere suggerito per il ruolo di kapo. Figurarsi se oggi possa far piacere all’intero popolo tedesco sentirsi accusato di non riconoscere l’esistenza dei campi di concentramento.
Ma andiamo con ordine.
Questa storia ha inizio nel 2003, durante la seduta di insediamento dell’Italia alla presidenza del Consiglio  dell’Unione Europea.
Presa la parola, Martin Schulz scagliò i suoi dardi infuocati contro l’Italia, il suo presidente del Consiglio, i suoi ministri. Ironizzò sulla “squadra di governo” giunta a Bruxelles dall’Italia, Martin Schulz. Si aspettava anche Del Piero e Maldini scendere sul campo accanto ai politici italiani. Ironia spicciola. Forse ai tedeschi brucia ancora la superiorità italiana sul campo da calcio.
Ad ogni modo, Schulz non si fa scrupoli: dileggia il quoziente intellettivo di Mr. Bossi, deplorando le sue politiche per l’immigrazione, contrarie alle solenni affermazioni della Carta dei Diritti dell’uomo dell’Unione Europea. Certo, dimentica Schulz, se l’Unione Europea prendesse provvedimenti concreti in fatto di immigrazione, considerandolo davvero un tema di interesse comune (di tutta l’Unione), forse i diritti dell’uomo potrebbero davvero trovare maggiore rispetto. Ma certo, è più facile leggere sui giornali dell’ennesimo barcone entrato nel mare territoriale dell’Italia e indignarsi per le condizioni dei migranti nei nostri centri di accoglienza. Poi, si gira la pagina del giornale, si spegne la tv, l’intervista finisce: la coscienza si rilassa e ognuno torna alle sue occupazioni. Le colpe, naturalmente, ricadono sullo Stivale, che paga oggi il fio di quella posizione felice al centro del Mediterraneo, che un tempo fece la sua fortuna.
Poi, lo ammetto, i consigli sul programma di riforme che l’Italia dovrebbe perseguire per rendere più efficiente il suo sistema interno non solo non sono andati giù all’interlocutore di Mr. Sculz, ma neanche a me.
Certamente, l’Italia ha molta strada da fare, sulla via delle riforme. Ma insomma, non deve essere l’europarlamentare tedesco ad indicare la via da seguire per migliorare l’ordinamento interno. Certo, dice lui, se l’Italia prendesse i provvedimenti opportuni ne gioverebbe l’Europa. Ma diciamoci la verità, se l’Europa avesse davvero intenzione di perseguire la via dell’armonizzazione avrebbe gli strumenti per imporre le riforme. Ma forse è proprio la volontà che manca e non solo quella dell’Italia.
Il sarcasmo sull’immunità al presidente del Consiglio ed al suo fido consigliere Dell’Utri, offensiva, al limite della calunnia, è stata facilmente perdonata al tedesco. In primis dagli italiani: mai vi fu tanta sintonia tra i due popoli, altro che Asse!
Ma nessuno è stato disposto a perdonare al nostro eroe la sua battuta (infelice, ahimè!) sul kapo.
Non si discute l’inopportunità dell’ironica e provocatoria associazione del simpatico Schulz ai gerarchi nazisti.
Ma insomma, tutta l’Europa si è destata a difesa dell’onor ferito del suo parlamentare tedesco, mentre nessuno ha avuto quanto meno la delicatezza di sussurrare che forse i toni aggressivi, il linguaggio e l’atteggiamento canzonatori dell’offeso erano stati, a loro volta, offensivi. Certo che no.
Si può mancare di rispetto al presidente del Consiglio dell’Unione, al premier di una delle maggiori potenze d’Europa, all’Italia stessa; si può fare del feroce sarcasmo sul governo del partner italiano, sulle asserite carenze del suo sistema, si può offendere tutto e tutti senza pagare pegno, se a farlo è la Germania.
Ma se l’offeso offende a sua volta, si è subito pronti a gridare al sacrilegio.
Insomma, per farla breve, a conferma dei ben noti cicli e ricicli della storia, l’offeso ritorna a fare dell’ironia. Nel presentare i suoi candidati alle elezioni europee, proprio l’altro ieri il nostro eroe è tornato a ridere sotto i baffi di quel diverbio di undici anni or sono. Non diceva mica sul serio! Il problema è che per i tedeschi i campi di concentramento non ci sono mai stati.
Adesso il popolo tedesco ha ben ragione di sentirsi offeso e non per solidarietà con il suo parlamentare, ma in prima persona.
Ora, la sconvenienza è lapalissiana. Il tema merita troppo rispetto per poter essere banalizzato in questo modo.  Ma forse è vero che ancora oggi non si riesce a dare il giusto peso alle parole di un uomo che cerca disperatamente di catalizzare l’attenzione su di sé, ora che il nuovo Premier e il Ciclone dell’antipolitica gli contendono la scena (con successo).
Le sue manie di protagonismo non gli consentono di stare in disparte.

Un’altra trovata pubblicitaria? Il tempo dirà se ben riuscita: ai posteri l’ardua sentenza. Intanto, oggi, si continua a parlare di lui. A riprova del fatto che il terreno per le polemiche è sempre fertile. 

Michela Boi