martedì 2 aprile 2013

Binario13: Politica

Quando tutte le donne del mondo..

Così titola la raccolta di saggi ed interviste pubblicate dalla celebre scrittrice e filosofa  femminista Simone de Beauvoir[1]..
Sarà che lo tengo sempre sottocchio questo libro, sarà che vive ormai da mesi nell’incavo del mio comodino di compensato, sarà per questo, che nel giro immobile di pensieri sull’affermazione e sul ruolo della donna in questa nostra società moderna, mi vengono in mente quelle sei parole. 
Eppure di libri ce ne sono tanti e poi, forse, in particolare ce n’è uno, c’è il discusso “Lean In”, la cui autrice è la potente amministratrice di Facebook , tale Sheryl Sandberg[2]. Questo saggio ha rimesso in moto, nelle ultime settimane, l’incredibile macchina dell’attenzione mediatica su delle tematiche che non termineranno mai di porre interrogativi.  
L’universo femminista americano è per me qualcosa di inesplorato, una sorta di bel quadretto tratteggiato che dà di sé un’immagine poco accattivante. La mia diffidenza non mi impedisce di tentare uno sguardo oltre, tentativo che mi impone di considerare alcuni nomi, tra i quali spicca inevitabilmente quello di Betty Friedan, l’autrice di “La mistica della femminilità”[3]. Chissà se mai lo leggerò, rimango in realtà distaccata, cerco però di capire come mai negli Usa, a distanza di quasi cinquant’anni dall’uscita di questa importante opera, un altro testo a sfondo femminista(almeno in via d’apparenza-appartenenza) stia suscitando tanta curiosità e clamore.
Repubblica definisce “Lean In[4]” il libro - manifesto delle lavoratrici in carriera, ovvero? Mi viene da chiedermi: Sarà mica la solita storia su come sfondare il fastidioso, ingombrante e ormai sporco “tetto di vetro”[5]? E se fosse che alcune donne questo soffitto non lo vogliono sfondare ma neppure provare a  sfiorare?  Ci tengo a non uscire dai binari, ma è difficile perché i temi della conciliazione e dell’autoaffermazione, per chi è donna, sono roba seria.
Per capirsi meglio, la Sandberg ritiene le donne portatrici sane di autolesionismo ed indica quelle che secondo lei sarebbero le tre principali modalità, scelte dal genere femminile per mettersi in difficoltà. In primo luogo ci sarebbe una naturale tendenza a sottostimare le proprie capacità, a darsi meno valore rispetto a quanto in realtà se ne possiede.  Subito dopo arriva la spinosa questione delle incombenze familiari: quando mai finirà, insomma, la storia per cui della casa e dei bambini debbono prevalentemente occuparsi le signore?  Infine c’è l’aspetto più sottile, quello psicologico, ovvero l’affermazione per cui una donna “lascia prima ancora di esser pronta a lasciare”, detto meglio, si convince ben presto di doversi limitare nella propria ascesa professionale, per far spazio ad una necessaria e sacrosanta realizzazione sul piano personale.
Più che parlare di femminismo qui si introduce il tema, molto percorso negli ultimi tempi, del leaderismo, o meglio della leadership al femminile[6]. Vi sono studi vari, infatti, che dimostrano come il cervello femminile sia ben predisposto per la guida e per il management. Certo questo assunto  lo si raggiunge solo ribaltando il paradigma, convincendoci che se i tempi cambiano, cambia anche la maniera di concepire l’autorità e l’autorevolezza, di seguire un modello che da sempre è stato il dominante e che forse può essere, in parte, abbandonato.  In termini generalissimi, accarezzando l’ebrezza di una bassa divulgazione, provo ad elencare quelle che sono individuate come le principali caratteristiche di forza del cervello di noi donne.
Si parte dall’empatia(sul’intelligenza emotiva è stato scritto tanto, al di là del maschile e del femminile.. Si veda ad esempio Daniel Goleman, autore dell’opera “Emotional Intelligence”, tradotta in italiano nel 1997) e la collaborazione. In buona sostanza la dinamica di gruppo tende ad essere esaltata dal capo donna piuttosto che dal capo uomo. Certo occorre saper mettere un confine, una barriera per meglio dire, quando si è empatiche e attente alle problematiche altrui. C’è poi l’intuizione:  quella capacità brillante di saper leggere chi si ha di fronte, di saper interpretare il linguaggio non scritto che l’espressione e il corpo degli altri possono esprimere. Le donne sono più rapide e precise nell’identificare le emozioni.  Questo non significa in automatico che si è capaci di prendere la decisione giusta, il rischio di lasciarsi “fregare” è del resto alto, di lasciarsi guidare da ansie e paure legate al fatto che l’intuizione da sé non basta, per poter analizzare correttamente una situazione. L’autocontrollo è un’altra essenziale dote femminile, la predisposizione cioè a proiettarsi su obiettivi di lungo periodo, avendo un temperamento che permette di superare momenti di crisi con maggiore tenacia rispetto all’uomo[7]. Solo un appunto, questa qualità corre il pericolo di trasformarsi in una forma acuta di controllo , non solo su se stesse ma anche e soprattutto sugli altri, con tentativi sbagliati, di tenere sotto osservazione le vite di chi ci sta intorno.
Vi è poi una caratteristica spesso poco presa in considerazione, ovvero l’inclinazione a preoccuparsi adeguatamente di se stesse e della propria salute(si potrebbe azzardare che questa sia anche una delle ragioni della longevità femminile). Nel mondo del lavoro questo dato si traduce in una maggiore attenzione al dettaglio, oltre che alla figura d’insieme, dando risultati spesso ottimali. Forse si ha un’ abilità diversa nel riconoscere il pericolo, nel capire che la situazione è vicina al fallimento e nell’ammettere una sconfitta imminente. Per un uomo spesso è troppo difficile da sostenere un’ammissione di siffatto tipo, occorre però ricordarsi che, nella leadership, diviene di fondamentale importanza saper apprendere dai propri errori e fallimenti.
La Sandberg insomma come novella Friedan dell’era due punto zero, della modernità dove la tecnologia è imperante, anche nei rapporti tra le persone. Del resto lei si inserisce bene nel contesto delineato, COO di Facebook, ospite gradita in molti talk shows americani e oggetto di critiche feroci in diversi blog, anche stranieri.
Quello che mi chiedo è però questo: siamo sicuri che lei, come altre(citerei ad esempio Marissa Mayer, amministratrice delegato di Yahoo), abbia realmente compreso il senso del credo che professa e riesca a renderlo una pratica nel suo quotidiano vivere ed operare? Si parla a tal proposito del fenomeno della “tirannia delle api regine”, quando si vuol sottolineare la triste degenerazione per la quale, una volta raggiunto il vertice, la donna si sente di dover giustificare ,in maniera spasmodica, la propria legittimazione a ricoprire un tale ruolo di potere, diventando imitatrice fedele degli aspetti meno amabili della leadership maschile. Virago pronte a tutto che si impongono decapitando le colleghe, rendendosi incapaci di esprimere, anche al minimo, quelle tanto declamate doti di empatia di cui dovrebbero essere foriere. Mobbing subito che si trasforma in mobbing praticato, standard di successo che assumono i connotati di gabbie malefiche all’interno delle quali ci si deve muovere, senza possibilità alcuna di imprimere, con serenità, un’immagine diversa. Eppure è proprio l’immagine diversa quella che si ricerca, anche per gli uomini, anche per chi non ragiona in termini di mascolinità e femminilità.
Mi viene in mente un articolo che leggevo nei giorni scorsi, anch’esso teso a sottolineare la necessità di riscatto femminile all’interno di un sistema di potere[8]. Si trattava di arte ma gli schemi erano, e sono, pressoché gli stessi: veniva raccontata la storia di Gertrud Arndt, aspirante architetto della Bauhaus school, costretta a lottare per poter accedere ad un corso, considerato fuori dalla sua portata a causa del suo essere donna. Eppure il manifesto della scuola, di estrema avanguardia, proclamava con candore la parità dei sessi, dando l’impressione che lì problemi di misoginia non albergassero. Le donne però avevano difficoltà ad emergere, soprattutto quando, negli anni trenta, il Bauhaus si trasformò in una scuola di architettura. La storia non è nuova, suona familiare in ogni epoca e contesto, giungendo a porci di fronte a scontate quanto amare conclusioni.  
Mi sento banale, ma voglio esserlo perché tanto, ne sono convinta, la banalità spesso si porta dietro una radice profonda di verità e saggezza, quando rappresenta l’altra faccia della reticenza, di quel non detto e “non diciamolo”, che infesta spesso i nostri discorsi intellettuali.
Anche quando ci viene riconosciuto che siamo brave, che nei momenti di crisi risultiamo fondamentali e cruciali, che del nostro cervello brillante ed empatico c’è tanto bisogno, di noi donne si perde traccia. Non risultiamo nelle “cose ufficiali”, allora ci esaltiamo quando sentiamo che il nuovo Presidente della Camera è una donna, una persona in gamba, con un gran curriculum, ma prima di tutto una che appartiene al genere. Ed è sempre per quel senso sottile ma viscerale di appartenenza che oggi, leggendo i nomi dei dieci saggi che sono incaricati di trovare una soluzione per questa nostra povera Italia, ci rimaniamo male, ma di un male disilluso, vedendo che nemmeno uno fra essi è al femminile. Non si tratta di quote rosa, assolutamente, solo di realismo, di lungimiranza, di buon senso, di banale, ma sacrosanto riconoscimento di un Paese reale che viaggia, anche da questo punto di vista ad una velocità diversa.
In fondo mi dico “Quando tutte le donne del mondo..” e penso silente, non adesso, semplicemente quando..

Baratti, 31/03/13. Benedetta Celati


[1] S. De Beauvoir(1908-1986), scrittrice e filosofa femminista, è nota per le sue opere e per la storia d’amore con Jean-Paul Sartre. Il Secondo sesso, pubblicato nel 1949, viene considerata un’opera cardine per la letteratura femminista.
[2] S. Sandberg (Miami 1969) ex dirigente di Google, oggi numero due di Facebook, considerata da Forbes la quinta donna più potente del mondo, dietro a Hillary Clinton, Angela Merkel, Dilma Roussef, Sonia Gandhi, ma prima di Michelle Obama.
[3]  Quest’opera, pubblicata nel 1963, influenzò profondamente il femminismo internazionale e gettò le basi per la nascita del femminismo di seconda ondata del 1968, richiamando l’attenzione sulla condizione della donna la cui aspirazione a una vita professionale e civica paritaria era in diretto conflitto con la cultura dominante
[4]Il titolo completo è “Lean in, Women, Work and the Will to Lead” (edito da Knopf), tradotto in italiano da Mondadori come “Facciamoci avanti”.
[5] Si definisce, con tale espressione, il fenomeno della segregazione verticale delle donne nelle aree professionali a dominanza maschile. Detto in altri termini esisterebbe, per le donne, una sorta di barriera di cristallo che impedisce loro di far carriera.
[6] Sul tema della leadership, se ne distinguono per sommi capi due tipi: la leadership trasformazionale e quella transazionale; la seconda, caratterizzata da uno spiccato senso dell’altro, in un’ottica di collaborazione e partecipazione, sarebbe naturalmente associata alla donna.
[7] Il secondo rapporto dell’Eures sottolinea come, nel 2010, in Italia si sia compiuta una vera e propria strage, riferendosi ai suicidi legati alla crisi economica. In tutte le categorie considerate(lavoratori autonomi, imprenditori e liberi professionisti) nel 90% dei casi sono stati gli uomini a togliersi la vita, confermando come tutte le variabili legate a fattori materiali presentino indici di mascolinità superiori a quello già elevato rilevato in termini generali. Si veda sul punto l’articolo “La crisi economica e i suicidi”, comparso sul Corriere della Sera il 17 aprile 2012.
[8] “Female Pioneers of the Bahaus”, by Alice Rawsthorn, International Herald Tribune, 25 marzo 2012. 

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