Peacock in his pride
Le notizie di questi tempi si
leggono distrattamente, a colpi di scorrimento veloce, pensando ad altro e
magari credendo che siano soltanto brevi informazioni, non per forza elementi
su cui riflettere, da cui trarre una qualche prospettiva.
Quando si rimane colpiti, ci si
stabilizza su una tematica, non necessariamente si tratta di questioni epocali,
di roba da rivoluzione copernicana: generalmente il fatto di sentirsi più
interessati a qualcosa, nel mare vasto di informazioni travolgenti, denota il
passaggio ad un secondo livello. La notizia ha sbattuto contro la parete
cognitiva, l’ha incrinata, forse infranta ed è entrata con abilità nello strato
meno epidermico della sfera emotiva. C’è della retorica nel dire che banalmente
si sta parlando di sensibilità, vale però la pena di riscoprire le deduzioni
più semplici.
Io ho dedotto più o meno questo:
che sono un essere sensibile e che, per quanto la eviti sin dalla prima
infanzia, in fondo amo la retorica.
Leggo e mi sento subito
ammorbata, leggo una seconda volta e poi mi sento meno ammorbata e piuttosto
infastidita. “Scritte omofobe e proclami delle organizzazioni di ultra-destra
contro il Gay Pride”. Casualmente circoscrivo la
notizia al luogo fisico di riferimento, Belgrado, solo perché nel titoletto lo
si riporta, alla fine comunque non è questo il dato più rilevante.
Rilevante mi pare il fatto che
dal link che clicco esce fuori una dimensione più articolata di quella che in
prima battuta credevo di aver intuito: emerge infatti un mondo fatto di “sette”
o almeno, in senso meno evocativo, di organizzazioni contro le manifestazioni
“dell’orgoglio gay”, pronte ad imbastire scontri durante la parata di sabato.
Le autorità potrebbero persino decidere per la sospensione, come se le cose
dovessero assumere una tinta improvvisamente scura, come se tutto diventasse
una sorta di macchia.
Dopo il 2010, a Belgrado, il Gay Pride non è stato più consentito, per il timore che la violenza di quell’anno
potesse ripetersi. Si parla di ragioni di sicurezza, di ordine pubblico come
chiave magica per chiudere tutte le porte; si deve fare attenzione perché
gruppi estremisti delle tifoserie e di ultranazionalisti si schiereranno, quasi
certamente, in difesa dei valori tradizionali serbi minacciati dall’orgoglio
omosessuale, creando grande probabilità di disordini organizzati.
Ma le scosse non sono mai tali
fino a quando non ti toccano da vicino. Se la storia di come una
manifestazione, mera espressione della libertà di ciascuno di dar conto di sé,
possa diventare teatro di guerriglia e
occasione per ricordarsi della pochezza umana, già mi rende alquanto mesta, di
più sul mio umore( allo strato meno epidermico appunto) incide la dichiarazione
anacronistica di Guido Barilla. Il signore della pasta interveniva ieri alla Zanzara,
programma radiofonico noto per il carattere poco amabile del suo conduttore, regalando
questa dichiarazione: “Non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi
piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d'accordo, possono sempre
mangiare la pasta di un'altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono
purché non infastidiscano gli altri". Lasciando perdere la campagna di
marketing avviata dalle altre aziende concorrenti e non, tutte pronte a dimostrare
la propria attitudine gay friendly e ad esporre il proprio volto progressista,
niente di salvabile si rintraccia nelle tre righe citate.
Ma possibile che ci tocchi anche
l’omofobia alimentare? Non so se questa la digerisco, sono di stomaco sensibile
e sono ammorbata, perché come sempre vorrei già esser oltre, in un presente
futuribile dove certi sconvolgimenti siano impossibili da concepire.
Barilla, oggetto di aspre
critiche sui social network (ormai fondamentali per chi vive nel modo e magari
vuol pure continuare a viverci e a farci affari), ha cercato di rattoppare lo
strappo, probabilmente rischiando di allargarlo ulteriormente. “Nell'intervista
volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna
all'interno della famiglia". Si, dico io, interessante, ma che cavolo
c’entra, che peripezia si deve compiere per rimediare ad una caduta di stile
che, forse, merita solo un no comment?
Tanto adesso verrà intavolato un
pedante teatrino di hashtag e boicottaggi: nessuno mangerà più spaghetti e
farfalle, in molti giustamente sottolineeranno lo scollamento che la
dichiarazione dell’industriale di turno ci impone di registrare tra un’Italia
che non c’è più e una che vorrebbe almeno provare ad esserci. Si tratta di
capire che ci si rivolge pur sempre a dei consumatori, a dei soggetti che alla
fine fanno parte del sistema. La comunicazione, nell’Italia di sempre, resta un
elemento incontrovertibile di buona riuscita: O ci sai fare o sei fuori.
In questo Paese, vent’anni orsono,
veniva varata la legge Mancino recante: "Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa". In buona sostanza
dal 1993 veniva posto nero su bianco un limite alla libertà di opinione, come a
dire che si è liberi di esprimere il proprio pensiero finché questo non offende
un’altra persona.
Negli ultimi anni un termine ha
decisamente segnato il passo, affermandosi con stabile preponderanza nei
discorsi e nelle bocche di molti. Si chiama “omofobia”, si potrebbe semplicemente
declinare come vera e propria forma di razzismo. Per alcuni è una “parola
gentile”, troppo ingenua nell’incentrare la propria specificità su un fenomeno
che finisce così per apparire come una sorta di patologia.
In Francia il problema, in termini
tutt’altro che semantici, si è espanso in maniera decisamente esponenziale in
occasione dell’approvazione della legge relativa al cosiddetto “matrimonio per
tutti”, ovvero la normativa volta a disciplinare la richiesta di equiparazione
legale tra le coppie formate da persone dello stesso sesso, rispetto a quelle
eterosessuali.
Grandi manifestazioni sono state
indette per le vie di Parigi, da parte di organizzazioni prevalentemente
religiose, in difesa della famiglia tradizionale, minacciata, a detta di molti,
dalla legge del “Mariage pour tous”, che introduce norme che equiparano il
matrimonio, e conseguentemente le adozioni, tra coppie etero e omosessuali.
Qualcuno è arrivato addirittura ad uccidersi per dimostrare la propria
contrarietà alla normativa progressista francese, sparandosi un colpo di
pistola nella cattedrale di Notre Dame gremita di fedeli e turisti. È il caso
di Dominique Venner, 78 anni, una delle figure più note dell’estrema destra
locale, che, da utente attivo della rete, postava poche ore prima del gesto
queste frasi sul suo blog: «Per continuare la mobilitazione saranno necessari
dei gesti nuovi, spettacolari e simbolici che […] risveglino la memoria delle
nostre origini: stiamo entrando in un tempo in cui le parole devono essere sostenute
dagli atti». Estrapolate dal contesto certe affermazioni di veemenza possono
pure suscitare un discreto entusiasmo, in fondo sanno di partecipazione e di
coinvolgimento.
La Francia nera non è solo quella
del Front National, c’è infatti tutto un sottobosco di nazionalismi rivolti
alla difesa delle radici identitarie, una galassia che spinge perché
l’affermazione di altri diritti o dei diritti degli “altri” non leda le basi
più intime e solide del Paese, deturpando l’identità cosiddetta nazionale.
Malgrado tutto.
Mi viene da scrivere così perché
vedo chiara la differenza tra un Paese dove le leggi si fanno e creano frattura
ed un Paese dove la frattura impedisce alle leggi di esser, non solo prodotte,
ma persino concepite. Le lacune se son colmate, sono colmate male, con finali
compromissori a dir poco insoddisfacenti.
Il
15 marzo 2013 veniva presentata alla Camera una proposta di legge recante “Modifiche
alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122,
convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, per il
contrasto dell’omofobia e della transfobia”.
Si prevede in primo
luogo, con essa, un’estensione dei
reati puniti dalla legge Mancino-Reale anche alle discriminazioni fondate
sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere della vittima.
Il testo originario
della legge 13 ottobre 1975, n. 654 (cosiddetta « legge Reale »), stabiliva
l’applicazione della sanzione penale solo per le discriminazioni e le violenze «
nei confronti di persone perché appartenenti ad un gruppo nazionale, etnico o
razziale ». Con il decreto-legge n. 122 del 1993, convertito, con modificazioni
dalla legge n. 205 del 1993, cosiddetto « decreto Mancino », venne introdotto il
fattore religioso, e successivamente furono introdotte altre fattispecie, fino
ad arrivare all’elenco attualmente presente nell’articolo 3 della legge n. 654
del 1975. Ai fattori di discriminazione considerati dall’articolo 3 della legge
Mancino-Reale la proposta di legge, del 15 marzo, aggiunge l’identità sessuale.
Polemiche si son levate attorno alla questione
dell’emendamento, presentato durante la seduta di votazione della legge alla
Camera, negli scorsi giorni, in base al quale sarebbero esentate dalle sanzioni
previste dalla legge Mancino "le organizzazioni che svolgono attività di
natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di
religione o di culto, relative all'attuazione dei principi e dei valori di
rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni". In buona (o
cattiva) sostanza si relativizzano i termini “discriminazione” ed “istigazione
alla discriminazione”, dando modo a certi movimenti di culto, politici o
sindacali, che dir si voglia, di aver totale libertà di condotta.
Il testo passa
così al Senato, con molto disincanto, diffondendo intorno a sé il familiare
profumo del compromesso, del “si va bene, però..”.
Del resto, la nostra
stessa Costituzione, all'articolo 3, già
esclude la discriminazione per ragioni di sesso, oltre che religiose, politiche
e sociali. Impone altresì allo Repubblica di rimuovere
gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà
e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona
umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione
politica, economica e sociale del Paese. Basterebbe quindi sì ricordarci
semplicemente di rispettarlo quell’articolo della Costituzione, soprattutto
però, aggiungo io, quando si votano le leggi e improvvisamente si attuano
alchimie e forzature, che altro non fanno che eludere lo spirito vero dei
principi cosiddetti fondamentali.
E infatti è già pronta
una petizione per chiedere ai capigruppo di tutti i
partiti presenti al Senato che il
reato di omofobia approvato alla Camera sia esteso anche alle organizzazioni
politiche, sociali, culturali e religiose che, tra l'altro,
sottolinea Stefano Corradino, ancor più dei singoli individui dovrebbero essere
ispirate, nei propri statuti e codici etici, a criteri di tolleranza e di
rispetto delle differenze.
La petizione è
collocata all’interno del “format” Change.org, a proporla è il giornalista
Stefano Corradino, direttore del giornale online dedicato alla libertà di
espressione , Articolo 21.
Change. org è una
piattaforma online per l’attivismo che permette a chiunque di promuovere e
vincere una campagna per realizzare il tipo di cambiamento che spera di vedere.
Vi son oltre 20 milioni di membri in tutto il mondo, di cui circa 200.000 nel nostro
Paese, nel quale è presente con un sito in italiano dal luglio 2012.
La stagione è poco
propizia per fare la ruota, i pavoni attendano.. Cosa non lo so, forse giusto
un leggero buon senso, per rimanere retorici sino alla fine.
Benedetta Celati
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