domenica 29 settembre 2013

Peacock in his pride

Le notizie di questi tempi si leggono distrattamente, a colpi di scorrimento veloce, pensando ad altro e magari credendo che siano soltanto brevi informazioni, non per forza elementi su cui riflettere, da cui trarre una qualche prospettiva.
Quando si rimane colpiti, ci si stabilizza su una tematica, non necessariamente si tratta di questioni epocali, di roba da rivoluzione copernicana: generalmente il fatto di sentirsi più interessati a qualcosa, nel mare vasto di informazioni travolgenti, denota il passaggio ad un secondo livello. La notizia ha sbattuto contro la parete cognitiva, l’ha incrinata, forse infranta ed è entrata con abilità nello strato meno epidermico della sfera emotiva. C’è della retorica nel dire che banalmente si sta parlando di sensibilità, vale però la pena di riscoprire le deduzioni più semplici.
Io ho dedotto più o meno questo: che sono un essere sensibile e che, per quanto la eviti sin dalla prima infanzia, in fondo amo la retorica.  
Leggo e mi sento subito ammorbata, leggo una seconda volta e poi mi sento meno ammorbata e piuttosto infastidita. “Scritte omofobe e proclami delle organizzazioni di ultra-destra contro il Gay Pride”. Casualmente circoscrivo la notizia al luogo fisico di riferimento, Belgrado, solo perché nel titoletto lo si riporta, alla fine comunque non è questo il dato più rilevante.
Rilevante mi pare il fatto che dal link che clicco esce fuori una dimensione più articolata di quella che in prima battuta credevo di aver intuito: emerge infatti un mondo fatto di “sette” o almeno, in senso meno evocativo, di organizzazioni contro le manifestazioni “dell’orgoglio gay”, pronte ad imbastire scontri durante la parata di sabato. Le autorità potrebbero persino decidere per la sospensione, come se le cose dovessero assumere una tinta improvvisamente scura, come se tutto diventasse una sorta di macchia.
Dopo il 2010, a Belgrado, il Gay Pride non è stato più consentito, per il timore che la violenza di quell’anno potesse ripetersi. Si parla di ragioni di sicurezza, di ordine pubblico come chiave magica per chiudere tutte le porte; si deve fare attenzione perché gruppi estremisti delle tifoserie e di ultranazionalisti si schiereranno, quasi certamente, in difesa dei valori tradizionali serbi minacciati dall’orgoglio omosessuale, creando grande probabilità di disordini organizzati.
Ma le scosse non sono mai tali fino a quando non ti toccano da vicino. Se la storia di come una manifestazione, mera espressione della libertà di ciascuno di dar conto di sé, possa diventare  teatro di guerriglia e occasione per ricordarsi della pochezza umana, già mi rende alquanto mesta, di più sul mio umore( allo strato meno epidermico appunto) incide la dichiarazione anacronistica di Guido Barilla. Il signore della pasta interveniva ieri alla Zanzara, programma radiofonico noto per il carattere poco amabile del suo conduttore, regalando questa dichiarazione: “Non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d'accordo, possono sempre mangiare la pasta di un'altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri". Lasciando perdere la campagna di marketing avviata dalle altre aziende concorrenti e non, tutte pronte a dimostrare la propria attitudine gay friendly e ad esporre il proprio volto progressista, niente di salvabile si rintraccia nelle tre righe citate.
Ma possibile che ci tocchi anche l’omofobia alimentare? Non so se questa la digerisco, sono di stomaco sensibile e sono ammorbata, perché come sempre vorrei già esser oltre, in un presente futuribile dove certi sconvolgimenti siano impossibili da concepire.
Barilla, oggetto di aspre critiche sui social network (ormai fondamentali per chi vive nel modo e magari vuol pure continuare a viverci e a farci affari), ha cercato di rattoppare lo strappo, probabilmente rischiando di allargarlo ulteriormente. “Nell'intervista volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all'interno della famiglia". Si, dico io, interessante, ma che cavolo c’entra, che peripezia si deve compiere per rimediare ad una caduta di stile che, forse, merita solo un no comment?
Tanto adesso verrà intavolato un pedante teatrino di hashtag e boicottaggi: nessuno mangerà più spaghetti e farfalle, in molti giustamente sottolineeranno lo scollamento che la dichiarazione dell’industriale di turno ci impone di registrare tra un’Italia che non c’è più e una che vorrebbe almeno provare ad esserci. Si tratta di capire che ci si rivolge pur sempre a dei consumatori, a dei soggetti che alla fine fanno parte del sistema. La comunicazione, nell’Italia di sempre, resta un elemento incontrovertibile di buona riuscita: O ci sai fare o sei fuori.
In questo Paese, vent’anni orsono, veniva varata la legge Mancino recante: "Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa". In buona sostanza dal 1993 veniva posto nero su bianco un limite alla libertà di opinione, come a dire che si è liberi di esprimere il proprio pensiero finché questo non offende un’altra persona.
Negli ultimi anni un termine ha decisamente segnato il passo, affermandosi con stabile preponderanza nei discorsi e nelle bocche di molti. Si chiama “omofobia”, si potrebbe semplicemente declinare come vera e propria forma di razzismo. Per alcuni è una “parola gentile”, troppo ingenua nell’incentrare la propria specificità su un fenomeno che finisce così per apparire come una sorta di patologia.
In Francia il problema, in termini tutt’altro che semantici, si è espanso in maniera decisamente esponenziale in occasione dell’approvazione della legge relativa al cosiddetto “matrimonio per tutti”, ovvero la normativa volta a disciplinare la richiesta di equiparazione legale tra le coppie formate da persone dello stesso sesso, rispetto a quelle eterosessuali.
Grandi manifestazioni sono state indette per le vie di Parigi, da parte di organizzazioni prevalentemente religiose, in difesa della famiglia tradizionale, minacciata, a detta di molti, dalla legge del “Mariage pour tous”, che introduce norme che equiparano il matrimonio, e conseguentemente le adozioni, tra coppie etero e omosessuali. Qualcuno è arrivato addirittura ad uccidersi per dimostrare la propria contrarietà alla normativa progressista francese, sparandosi un colpo di pistola nella cattedrale di Notre Dame gremita di fedeli e turisti. È il caso di Dominique Venner, 78 anni, una delle figure più note dell’estrema destra locale, che, da utente attivo della rete, postava poche ore prima del gesto queste frasi sul suo blog: «Per continuare la mobilitazione saranno necessari dei gesti nuovi, spettacolari e simbolici che […] risveglino la memoria delle nostre origini: stiamo entrando in un tempo in cui le parole devono essere sostenute dagli atti». Estrapolate dal contesto certe affermazioni di veemenza possono pure suscitare un discreto entusiasmo, in fondo sanno di partecipazione e di coinvolgimento.
La Francia nera non è solo quella del Front National, c’è infatti tutto un sottobosco di nazionalismi rivolti alla difesa delle radici identitarie, una galassia che spinge perché l’affermazione di altri diritti o dei diritti degli “altri” non leda le basi più intime e solide del Paese, deturpando l’identità cosiddetta nazionale.
Malgrado tutto.
Mi viene da scrivere così perché vedo chiara la differenza tra un Paese dove le leggi si fanno e creano frattura ed un Paese dove la frattura impedisce alle leggi di esser, non solo prodotte, ma persino concepite. Le lacune se son colmate, sono colmate male, con finali compromissori a dir poco insoddisfacenti.
Il 15 marzo 2013 veniva presentata alla Camera una proposta di legge recante “Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, per il contrasto dell’omofobia e della transfobia”.
Si prevede in primo luogo, con essa, un’estensione dei reati puniti dalla legge Mancino-Reale anche alle discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere della vittima.
Il testo originario della legge 13 ottobre 1975, n. 654 (cosiddetta « legge Reale »), stabiliva l’applicazione della sanzione penale solo per le discriminazioni e le violenze « nei confronti di persone perché appartenenti ad un gruppo nazionale, etnico o razziale ». Con il decreto-legge n. 122 del 1993, convertito, con modificazioni dalla legge n. 205 del 1993, cosiddetto « decreto Mancino », venne introdotto il fattore religioso, e successivamente furono introdotte altre fattispecie, fino ad arrivare all’elenco attualmente presente nell’articolo 3 della legge n. 654 del 1975. Ai fattori di discriminazione considerati dall’articolo 3 della legge Mancino-Reale la proposta di legge, del 15 marzo, aggiunge l’identità sessuale.
 Polemiche si son levate attorno alla questione dell’emendamento, presentato durante la seduta di votazione della legge alla Camera, negli scorsi giorni, in base al quale sarebbero esentate dalle sanzioni previste dalla legge Mancino "le organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all'attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni". In buona (o cattiva) sostanza si relativizzano i termini “discriminazione” ed “istigazione alla discriminazione”, dando modo a certi movimenti di culto, politici o sindacali, che dir si voglia, di aver totale libertà di condotta.
 Il testo passa così al Senato, con molto disincanto, diffondendo intorno a sé il familiare profumo del compromesso, del “si va bene, però..”.
Del resto, la nostra stessa Costituzione, all'articolo 3, già esclude la discriminazione per ragioni di sesso, oltre che religiose, politiche e sociali. Impone altresì allo Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Basterebbe quindi sì ricordarci semplicemente di rispettarlo quell’articolo della Costituzione, soprattutto però, aggiungo io, quando si votano le leggi e improvvisamente si attuano alchimie e forzature, che altro non fanno che eludere lo spirito vero dei principi cosiddetti fondamentali.
E infatti è già pronta una petizione per chiedere ai capigruppo di tutti i partiti presenti al Senato che il reato di omofobia approvato alla Camera sia esteso anche alle organizzazioni politiche, sociali, culturali e religiose che, tra l'altro, sottolinea Stefano Corradino, ancor più dei singoli individui dovrebbero essere ispirate, nei propri statuti e codici etici, a criteri di tolleranza e di rispetto delle differenze.
La petizione è collocata all’interno del “format” Change.org, a proporla è il giornalista Stefano Corradino, direttore del giornale online dedicato alla libertà di espressione , Articolo 21.
Change. org è una piattaforma online per l’attivismo che permette a chiunque di promuovere e vincere una campagna per realizzare il tipo di cambiamento che spera di vedere. Vi son oltre 20 milioni di membri in tutto il mondo, di cui circa 200.000 nel nostro Paese, nel quale è presente con un sito in italiano dal luglio 2012.
La stagione è poco propizia per fare la ruota, i pavoni attendano.. Cosa non lo so, forse giusto un leggero buon senso, per rimanere retorici sino alla fine.


Benedetta Celati

Nessun commento:

Posta un commento