giovedì 26 settembre 2013

Gli albori dell'educazione finanziaria


Il 9 agosto 1862 l'editoriale del settimanale The Economist conteneva quattro regole che avrebbero dovuto supportare gli investitori nel selezionare un bond governativo rispetto che un altro. Allora come oggi i mercati più liquidi e sofisticati, a quel tempo Londra e Parigi, erano invasi da strumenti finanziari emessi dai paesi periferici.

Oggi giorno i derivati e le pericolose cartolarizzazioni di mutui immobiliari sono sinonimo di rischio così come a quel tempo lo erano i bond esteri. L'emissione di questi titoli, effettuata dagli stati tramite la collaborazione delle prestigiose merchant bank, includeva un gran numero di insidie per i piccoli investitori. Vi erano quelle che erano state fatte al solo scopo di generare commissioni e di cui solo una piccola parte finiva nelle casse dell'emittente, evidentemente troppo a corto di liquidità per evitare questa ruberia. Le collusioni fra gli agenti dello stato debitore e gli intermediari erano infinite. Le grandi banche erano consapevoli che, affinché un'emissione avesse successo, andava sostenuta costruendogli attorno un mercato “segreto”. Sostanzialmente si formava un sindacato occulto fra operatori che, formalmente sottoscrivevano quote ingenti di un prestito, ad un valore superiore a quello di asta, facendo lievitare così i prezzi e accendendo la brama del pubblico, per poi scaricarle subito dopo sul mercato, realizzando così forti guadagni e trascinando al ribasso il prezzo. Molto spesso, in una seconda fase, con la connivenza degli intermediari, interveniva lo stato emittente che, visto il disallineamento fra prezzo e cedola del bond, ritoccava unilateralmente al ribasso il tasso d'interesse inizialmente pattuito.

Vista la situazione l'Economist decise di intervenire con la definizione di una sorta di manuale per il cassettista. La prima delle regole prescriveva una completa indifferenza per lo scopo per il quale il prestito veniva emesso. “Meglio prestare (...) a una grande nazione solvibile per il peggiore degli scopi, come una guerra ingiusta, che a una nuova, piccola nazione per creare una grande capacità produttiva sproporzionata alle sue condizioni”. La seconda regola concerneva le garanzie. Esse avevano senso solo nel caso in cui il debitore non fosse riuscito a pagare gli interessi pattuiti e a restituire il capitale. Una ristrutturazione avrebbe, sicuramente comportato, una perdita per l'investitore. Si consigliava, quindi, di utilizzare come barometro, fra un bond e l'altro, la reputazione dell'emittente. La terza regola era legata ad aspetti politici. “Preferite, e di gran lunga, uno stato che sia omogeneo a uno che sia composito ed eterogeneo”. Gli stati organizzati secondo il modello confederale o su base tribale, secondo il settimanale, non erano affidabili viste la debolezza politica intrinseca nella loro formula istituzionale e dove le divisioni erano più di sangue che ideologiche. Preferibili le democrazie rispetto alle satrapie visto il ruolo di controllo svolto dal popolo sulla gestione della cosa pubblica. Meglio ancora se i cittadini erano titolari di un gran numero di buoni nazionali. In quel caso scelte unilaterali del governo su di essi avrebbe provocato grossi sommovimenti politici interni. La quarta regola era una sorta di monito contro i salti nel buio. Consigliava di dare la precedenza agli stati i cui titoli erano noti al mercato.

Di per se le quattro regole non erano rivoluzionarie. Consistevano nella semplice trasposizione per iscritto del modo di operare di un normale operatore di borsa. Lo era il fatto che un settimanale, per la prima volta, si fosse sentito in dovere di educare finanziariamente i suoi lettori codificando un codice con cui andare a valutare le varie emissioni. Sotto le scuri del giornale finirono spesso le emissioni del Perù, della Russia, dell'Egitto e ahimè, qualche volta, anche dell'Italia. Il cantiere dell'educazione finanziaria degli investitori, aperto qualche secolo fa è tutt'ora in alto mare.


Gianluigi Usai

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