Gli albori dell'educazione finanziaria
Il 9 agosto 1862
l'editoriale del settimanale The Economist conteneva quattro regole
che avrebbero dovuto supportare gli investitori nel selezionare un
bond governativo rispetto che un altro. Allora come oggi i mercati
più liquidi e sofisticati, a quel tempo Londra e Parigi, erano
invasi da strumenti finanziari emessi dai paesi periferici.
Oggi giorno i derivati e
le pericolose cartolarizzazioni di mutui immobiliari sono sinonimo di
rischio così come a quel tempo lo erano i bond esteri. L'emissione
di questi titoli, effettuata dagli stati tramite la collaborazione
delle prestigiose merchant bank, includeva un gran numero di insidie
per i piccoli investitori. Vi erano quelle che erano state fatte al
solo scopo di generare commissioni e di cui solo una piccola parte
finiva nelle casse dell'emittente, evidentemente troppo a corto di
liquidità per evitare questa ruberia. Le collusioni fra gli agenti
dello stato debitore e gli intermediari erano infinite. Le grandi
banche erano consapevoli che, affinché un'emissione avesse successo,
andava sostenuta costruendogli attorno un mercato “segreto”.
Sostanzialmente si formava un sindacato occulto fra operatori che,
formalmente sottoscrivevano quote ingenti di un prestito, ad un
valore superiore a quello di asta, facendo lievitare così i prezzi e
accendendo la brama del pubblico, per poi scaricarle subito dopo sul
mercato, realizzando così forti guadagni e trascinando al ribasso il
prezzo. Molto spesso, in una seconda fase, con la connivenza degli
intermediari, interveniva lo stato emittente che, visto il
disallineamento fra prezzo e cedola del bond, ritoccava
unilateralmente al ribasso il tasso d'interesse inizialmente
pattuito.
Vista la situazione
l'Economist decise di intervenire con la definizione di una sorta di
manuale per il cassettista. La prima delle regole prescriveva una
completa indifferenza per lo scopo per il quale il prestito veniva
emesso. “Meglio prestare (...) a una grande nazione solvibile
per il peggiore degli scopi, come una guerra ingiusta, che a una
nuova, piccola nazione per creare una grande capacità produttiva
sproporzionata alle sue condizioni”. La seconda regola
concerneva le garanzie. Esse avevano senso solo nel caso in cui il
debitore non fosse riuscito a pagare gli interessi pattuiti e a
restituire il capitale. Una ristrutturazione avrebbe, sicuramente
comportato, una perdita per l'investitore. Si consigliava, quindi, di
utilizzare come barometro, fra un bond e l'altro, la reputazione
dell'emittente. La terza regola era legata ad aspetti politici.
“Preferite, e di gran lunga, uno stato che sia omogeneo a uno che
sia composito ed eterogeneo”. Gli stati organizzati secondo il
modello confederale o su base tribale, secondo il settimanale, non
erano affidabili viste la debolezza politica intrinseca nella loro
formula istituzionale e dove le divisioni erano più di sangue che
ideologiche. Preferibili le democrazie rispetto alle satrapie visto
il ruolo di controllo svolto dal popolo sulla gestione della cosa
pubblica. Meglio ancora se i cittadini erano titolari di un gran
numero di buoni nazionali. In quel caso scelte unilaterali del
governo su di essi avrebbe provocato grossi sommovimenti politici
interni. La quarta regola era una sorta di monito contro i salti nel
buio. Consigliava di dare la precedenza agli stati i cui titoli erano
noti al mercato.
Di per se le quattro
regole non erano rivoluzionarie. Consistevano nella semplice
trasposizione per iscritto del modo di operare di un normale
operatore di borsa. Lo era il fatto che un settimanale, per la prima
volta, si fosse sentito in dovere di educare finanziariamente i suoi
lettori codificando un codice con cui andare a valutare le varie
emissioni. Sotto le scuri del giornale finirono spesso le emissioni
del Perù, della Russia, dell'Egitto e ahimè, qualche volta, anche
dell'Italia. Il cantiere dell'educazione finanziaria degli
investitori, aperto qualche secolo fa è tutt'ora in alto mare.
Gianluigi Usai
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