A lezione di
italiano.
La
mia classe, film di Daniele Gaglianone, uscito nelle sale cinematografiche l’11
gennaio..
Benissimo:
ti siedi sulla poltrona rossa, sprofondi quel minimo che ti fa sentire al
cinema e pensi distrattamente ai film che hai visto nelle ultime due settimane,
tutti prepotentemente insoddisfacenti.
Eh
si, che cavolo, speriamo che questo mi convinca di più.. In fondo oggi, in
mezzo al grigio di quella stanza, quando ho visto il trailer ho pensato:
“Guarda un po’ lui, sembra quasi il mio babbo”.
Mastandrea,
il prof., mi ricorda, in generale, certi personaggi belli della vita normale,
quelli le cui storie mi danno sempre un piacevole senso di fastidio, perché,
per intendersi, mi riportano al sano entusiasmo di chi si impegna nel proprio
piccolo, onesto modo, a far andare dritte le cose che ahimè son proprio storte.
A me
quel tipo di impegno, vissuto come un’esigenza, mi affascina davvero tanto, mi
spinge a credere che io lo condivido, che io mi posso impegnare altrettanto, in
quel modo.
Allora
seduta comoda e ben sprofondata, mi si svela un bel film, con una sua intima
forza, una sua capacità di farsi apprezzare.
Un
metafilm, con velleità di documentario, pieno d’attori che hanno il grande
patrimonio del proprio vissuto da interpretare.
I
toni sono palesemente quelli della trasparenza, ti chiedi che cosa ti nasconda
il regista, perché scena dopo scena, a partire dall’avvio con il lavoro dei
fonici in bella mostra, da spettatore ti abitui a conoscere e fare i conti con
la realtà delle riprese. Quindi forse qualcosa rimane “finto”, non evidente a
noi, ma non importa perché una volta rotto il patto, sembra tutto così
naturale, vero nella sua finzione di storia narrata.
La
gente in sala ride, infatti le battute sono divertenti, un po’ come se a
fartele fosse il tuo vicino di posto, in mezzo ad una conversazione
improvvisata. Invece un po’ di distanza c’è: il film è ambientato a Pigneto,
quartiere multietnico di Roma, in una classe sgangherata, e per questo
familiare, di emigrati che vogliono imparare l’italiano.
Ci
sono tutte quelle persone, senza dire cretinate retoriche, tutta quella
umanità.
In
sintesi non si potrebbe dire altro.. Riducendo all’osso la trama, il tutto, si
può affermare, si compone delle storie della gente, di chi ascolta, di chi
chiede, di chi cerca di fare appunto qualcosa.
I
corsi di lingua, scrivo per esperienza, per qualunque motivo si scelga di
frequentarli, scombinano sempre le righe dei quaderni, ti insegnano a scrivere
sul bordo, a parlare di te in modo prima elementare, e poi a poco a poco,
semplicemente autentico. Impari l’essenziale di ciò che vuoi esprimere e forse
insegnare può essere altrettanto un gioco di scoperte, perché qualche domanda
investe anche te, che stai li a dare una direzione, a dire come si fa, come si
dice, come si scrive.. Ci sono tanti sé e provare ad esprimerli è un’impresa
affascinante, una maniera meno contorta per capire, se non proprio chi siamo,
almeno l’identità che ci diamo.
“Tu di cosa ha paura e cosa ti da
coraggio?” chiedono gli studenti al maestro.. “Io ho paura di voi ed ho il
coraggio di venire qui, ogni giorno, nonostante la paura”. Nulla di più chiaro,
nulla di più semplice.
E
poi, tra le pieghe di quest’umanità parlante, viene fuori il groviglio
burocratico delle nostre regole, delle nostre leggi. Se le vai a leggere le
norme sono solo parole, parole cinicamente rassicuranti: come si risolve la
questione? Qual è la soluzione? Si fa così, lo dice la legge.
C’è
invece una malinconia spontanea, che sorge inevitabilmente, quando quelle norme
le devi spiegare, decifrare per chi ne è il destinatario, per chi ti chiede,
dopo una bella lezione sui principi, sulla dignità, sul coraggio, come può fare
a non tornare a casa, a restare semplicemente li a continuare quel film, ovvero
quello che aveva iniziato a fare.
Le
soluzioni pratiche le vorremmo tutti, si potrebbe obiettare, le chiederemmo tutti,
se qualcuno ce le potesse fornire a semplice richiesta. Ebbene no, non si
tratta solo di dare qualche risposta, si tratta di capire quanto ci va di farci
toccare dal problema, perché di problemi ce ne sono poi così tanti, per noi che
nelle confusione delle non soluzioni ci viviamo.
E va
bene, pazienza..Poi ripartono tristi così come sono arrivati. Sono parole prese
in prestito da una canzone di Daniele Silvestri, sono parole che ci danno
“pace”, ci fanno mettere il punto … Si ascoltano nel film e si canticchiano
anche dopo, quando la pellicola non viene proiettata più.
Se
proprio non si può fare niente, non si farà niente, non era colpa mia prima e
non è colpa mia adesso.
Io
ci metto l’impegno, quello vissuto come un’esigenza, per cercare di sistemare
quel che posso nel mezzo di tutta quanta questa tristezza. Mastandrea ti guarda
e, alla fine, più o meno abbozza una riflessione così.
Il
Senato, nei giorni scorsi, ha approvato il disegno di legge sulle pene
alternative al carcere e sulla messa alla prova, all’interno del quale il
Governo ha inserito un emendamento, il 2.800, per limitare il reato di
clandestinità ai casi di recidiva. Se il reato viene abrogato, lo stesso è al
contempo trasformato(ovvero confermato) in un illecito amministrativo: il clandestino
non viene sottoposto a procedimento penale ma viene solo, sottolineo con
sarcasmo, espulso; certo, se però poi rientrasse nel nostro Paese, allora si
commetterebbe reato.
La
mediazione politica, una delle tante di queste larghe intese necessarie al
Paese, è avvenuta e a portato a questo risultato: abrogazione del reato di
ingresso illecito in Italia dello straniero, con il mantenimento del rilievo
penale di tutte le altre condotte che violano i provvedimenti amministrativi in
materia. Adesso tocca alla Camera e poi chissà che cosa verrà fuori alla fine.
Ma
facciamo un passo indietro, ritorniamo alle regole che ci sono, che ci spiegano
come si deve agire.
Per
ottenere il permesso di soggiorno bisogna dimostrare di conoscere l’italiano.
È
qui che si infrange la parete di cartongesso della burocrazia, delle norme che
si leggono e che ci dicono come fare. Qui compare la rabbia e la tenerezza che
una lingua può tirare fuori, che tu, adesso, nessuno in mezzo ai nessuno, puoi
esprimere e far arrivare anche a chi probabilmente non ti ascolta ma di certo
ti sente.
Le
parole, si sa, possono far mille schifezze, possono rendere irreversibili
situazioni, storie di gente.
Le parole però sono, in fondo, un
po’ di silenzio in meno, una chiacchiera in più, una domanda e una risposta che
ti racconta tutta la paura e tutto il coraggio di chi ha, almeno per un attimo,
il grande potere di parlare.
Benedetta Celati
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