domenica 17 maggio 2015

Una mattina mi son svegliato e ho trovato (morto di freddo) l’invasor

Iniziavo a Parigi il mio 2015, un po’ stanca, un po’ impaurita ma anche, decisamente, un po’ contenta.
Nella mia nuova soluzione temporanea mi ero ricavata lo spazio per riempire la testa di riflessioni, suggestioni, ambizioni. Quelle di sempre con l’aggiunta di qualche nuova, confusa, impressione.
Erano i mesi dopo l’ attentato di Charlie Hebdo, dopo la manifestazione di Parigi, erano i giorni dell’Isis in Libia e dell’Italia che deve, può, ma forse no, intervenire. Erano i giorni degli sbarchi sulle coste della Sicilia.
A ben vedere la questione dei migranti non rappresentava proprio una novità del nuovo anno, assumeva però una rilevanza nuova se associata alle prime due consistenti novità, almeno secondo l’informazione organizzata e globalizzata, quella che crea opinione.
Non nego poi che anche la vittoria di Tsipras in Grecia, nel mentre, abbia avuto il suo peso. Forse solo momentaneo, ma dell’entusiasmo incosciente a me e ad altri lo ha portato.
Cosciente della mia incoscienza, leggevo tutte queste notizie di inizio anno e liberavo un po’ di pensieri, sensazioni a volte inutili, se colte fuori da un insieme.
Con le elezioni in Grecia di fine gennaio e la vittoria di Syriza, Bella Ciao, nella versione “moderna” dei Modena City Ramblers, è diventata una sorta di inno globalizzato. Già era stata proposta in lingua originale (almeno nel ritornello) ma promotrice di un nuovo spirito trascinatore, a Istanbul, nella celebre Piazza Taksim, nel giugno caldo del 2013, nonché sempre nella nota città turca dalla band Yourm (in versione, però, completamente turca). Poi c’era stata Honk Kong, con gli studenti di umbrella revolution, e Parigi, prima con la versione balcanica di Bregovic , nel 2013, e poi con la versione commossa ai funerali di Tignus e Charbonnier (Charb), ad inizio anno.
A leggere il testo ci si accorge, come sempre quando si presta un po’ di attenzione, che le parole sono importanti.
Quando leggo invasore penso che Bella Ciao si riferisce ad un contesto specifico e particolare. Anche se, come riporta il sito dell’Anpi, la canzone divenne inno ufficiale della Resistenza solo vent’anni dopo la fine della guerra, quel termine, invasore, significava e significa lotta per la libertà, resistenza di fronte ad un nemico vero, in carne ed ossa, che veniva combattuto con le armi e con il sacrificio della vita.
Oggi la parola invasore ha subìto una pericolosa ma ragionata operazione di sdoganamento culturale.
Tra gli invasori “eccellenti” però troviamo soprattutto loro, i migranti che arrivano del mare.
Il naufragio di Lampedusa, nell’ottobre 2013, ci ha restituito 366 (invasori) morti. In seguito a questa tragedia delle tragedie (la contabilità di chi perde la vita in questi viaggi disperati è decisamente infinita), scattava l’operazione Mare Nostrum, operazione sintetizzata nell’acronimo SAR, Search and Rescue, ovvero, di ricerca e soccorso.
Il 17 ottobre del 2014, a un anno circa dall’avvio di Mare Nostrum, Gil Arias Fernandez, direttore esecutivo dell’agenzia europea per la tutela delle frontiere Frontex, commentava a Varsavia, sede dell’agenzia, l’avvicendamento, dal 1 novembre, di Triton, sottolineando la differenza profonda delle due operazioni. A chiosa poi aggiungeva “ Le agenzie UE non possono sostituire gli Stati membri nella responsabilità di
controllare le loro frontiere”. Traducendo in maniera provocatoria questa affermazione, verrebbe da dire “ad ogni Stato”, secondo Fernandez, “spetta l’onere di mantenere il proprio personale muro di Berlino”.
Triton è, infatti, un’operazione coordinata e finanziata dall’agenzia Frontex, che costa meno di Mare Nostrum (3 milioni di euro al mese contro i 9 milioni della precedente) ma che ha, soprattutto, una ratio e delle finalità diverse. Con Triton, inizialmente destinata a terminare il 31 gennaio 2015, si implementa l’obiettivo, coerente con le funzioni dell’agenzia madre, di controllo delle frontiere, senza che vengano mobilizzate la ricerca ed il soccorso. Anche se poi di fatto, quando la gente affoga, se ti trovi in mare la devi soccorrere, che si tratti di un’operazione umanitaria di soccorso o securitaria di controllo delle frontiere.
Secondo i dati forniti dall’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, Capo di Stato Maggiore della Marina, durante l’audizione di dicembre 2014, presso la Commissione Diritti Umani del Senato, nel novembre 2013 gli immigrati giunti e soccorsi nel mediterraneo con Mare Nostrum furono, infatti, 1883, mentre nel novembre del 2014, tra i 9.134 migranti in arrivo, 3.810 sono stati soccorsi e sottoposti a screening sanitario prima dello sbarco, mentre 5.324 sono arrivati direttamente senza screening sanitario, essendo state coinvolte maggiormente nelle operazioni di recupero, con l’avvio della missione europea, le navi mercantili, sprovviste di personale sanitario a bordo. I numeri, come le parole, quando sono letti con attenzione, contano.
Ma le parole, il lessico, quando si affronta il problema dei flussi migratori che l’Europa deve provare a gestire, risulta sorprendentemente convergente verso l’emblematica costruzione dell’immaginario bipartisan della cosiddetta “umanità indesiderabile”. In Italia, per esempio, questo immaginario è stato arricchito dalla progressiva elaborazione della figura, prima concettuale, poi anche giuridica, dell’immigrato illegale, con la creazione di una nuova categoria di delinquente: il migrante.
Ma in fondo è l’intera politica migratoria europea ad essere fondata sulla necessità di difesa dal fantasma dell’invasione, combattuto a colpi di barriere giuridiche ma anche, appunto, fisiche, per ottenere una teorica solida chiusura del proprio territorio “aperto”, in perfetta asimmetria logica e concettuale con il principio comunitario della libera circolazione. Basta consultare il sito web Migreurop.org per rendersi conto, consultando la cronologia delle politiche europee (aggiornata al febbraio 2014) in materia di migrazione ed asilo, di come il loro incremento si sia sviluppato in parallelo, come in un fatale e assurdo gioco di proporzionalità diretta, con il crescente numero dei migranti morti.
Ma adesso, come ci racconta la cronaca dello scorso febbraio, con un agghiacciante “salto di qualità” nella scala degli orrori, si muore anche a bordo dei mezzi di soccorso, se non interviene l’annegamento, se non ci pensano le onde alte come muri e violente come il peggio che si può immaginare, in questi tempi duri per i troppo buoni c’è il freddo che può contribuire ad allungare la contabilità di chi si è perso prima ancora di arrivare.
Con Triton il pattugliamento, infatti, può giungere solo sino a trenta miglia dalle coste europee, ma l’Italia, che è “le coste europee”, rischia di vivere questo limite, legato al budget inferiore dell’operazione europea, come un ulteriore peso sulla coscienza, come una drammatica continua esposizione al dolore.
Gli eventi recenti mostrano, con un’altissima dose di asprezza, la verità di certe previsioni. Il Sud, con il suo quotidiano coinvolgimento coraggioso nei fatti di cronaca legati ai naufragi ed agli sbarchi di chi si salva, con la sua capacità di fare da porto umanitario, la punta dello stivale, a Parigi mi fa sentire straniera, perché in realtà mi fa pensare che sono italiana. Italiana come i tanti che commentano gli eventi e che dicono, a torto o ragione, dipende da come si argomenta, che l’Europa non può continuare a lasciar solo il nostro
Paese, che deve, con tutti i suoi Stati membri, anche quelli lontani dalle coste del mediterraneo, partecipare e cambiare concretamente il sistema, oltre agli annunci.
I riferimenti all’Europa sono chiaramente inevitabili, soprattutto adesso, a pochi giorni dall’ultimo (o meglio uno degli ultimi) naufragio infernale che, con i suoi almeno settecento morti affogati, ha scosso le coscienze e messo nella bocca di tutti parole importanti, troppo sovente separate dal loro autentico significato.
Gli otre settecento morti in mare hanno, solo apparentemente, fatto intendere un cambiamento di rotta. Non nelle navi degli scafisti ma nelle intenzioni di chi ci governa.
Giovedì 23 aprile 2015, infatti, si teneva a Bruxelles un Consiglio europeo straordinario, in seguito al quale veniva annunciato un timido piano d’azione europeo. Risultato: verranno triplicati i mezzi di Triton, operazione di sorveglianza delle frontiere, senza ripristinare l’operazione italiana Mare Nostrum, e sarà inasprita la lotta contro i trafficanti di esseri umani.
Al di là delle opinioni, molte delle quali espresse senza la necessaria prudenza che richiederebbe una questione al contempo così sporca e delicata, io registro solamente un dato: il senso di impotenza, misto ad una profonda paura. Paura del genere umano e delle cose tremende che può arrivare ad accettare.
Mi tengo stretta la mia sensibilità ma di fatto non mi serve a molto, se non ad immaginare le vite delle persone, oltre i numeri e i dati di cronaca. Penso al fenomeno dei tanti minori che partono non accompagnati, a chi li manda, a come deve stare dentro quando arriva a lasciar andare un figlio, senza conoscere l’esito di quella partenza, senza sapere se ci sarà un arrivo. Penso a quanti hanno vicende tristi da raccontare, le storie di un continente che, anche in senso figurato, si trova sotto i nostri piedi, che racconta quasi esclusivamente drammi, situazioni che danno il senso di una rotta che difficilmente si può invertire.
Quando ero piccola, me lo ricordo bene, quelli che dicevano “aiutiamoli in casa loro”, quelli che sostenevano che occorresse con urgenza investire per creare delle migliori condizioni nei Paesi martoriati, perché in fondo non si poteva fingere di ignorare le cause di tanto caos e dolore, erano quelli considerati altruisti, quelli che magari avevano una visione meno ristretta dei perimetri terresti e che cercavano un po’ di riflettere, in chiave non solo altruistica, sul futuro del genere umano e dunque anche sul loro.
Oggi egoismo ed altruismo si distinguono male, si confondono nelle affermazioni tanto ipocrite quanto ad effetto di chi dice bombardiamo le navi, però chiaramente vuote, per ragioni umanitarie, assicuriamoci di intervenire direttamente nei Paesi di partenza, come se fosse facile e come se finora non fosse stato importante. Come se un problema legato praticamente alla storia del nostro sviluppo potesse risolversi in una congerie di piccoli interventi riparatori, missioni efficaci, concordate con presunte organizzazioni internazionali, consapevoli già in partenza della debolezza dei propri intenti nobili.
Perché così vanno le cose, da sempre, e ora forse con tutto questo “fuggi fuggi” di esseri umani, con l’impellenza del problema concreto di dove distribuirli, delle quote di ripartizione, ci viene in mente anche il resto, quello che non ha mai smesso di essere il punto della questione.
Questo è il tempo in cui anche gli egoisti che parlano di invasione, che distinguono i moderati dagli estremisti, i regolari dai clandestini, insomma i sempre buoni dai sempre cattivi, si accorgono che le storie degli esseri umani pesano, a volte quanto i numeri e dati statistici, e che le fotografie dei volti delle persone a volte rischiano di passare osservate. Sono, infatti, delle istantanee che raccontano quel poco che basta ad
inficiare la retorica compatta del non ne voglio sapere, sono troppi, arrivano in un momento di crisi, arrivano nei giorni dei bilanci in pareggio, del poi, comunque, è anche un problema di sicurezza nazionale.
Questo è il tempo in cui tutti cantano tutto, ed è in questo tempo, infatti, che le parole si confondono.

Benedetta Celati,
Parigi anno 2015

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