lunedì 28 marzo 2016

Hillary e la White House of Cards. (Verso) quale progressismo?

Da venerdì 4 marzo House of Cards torna, con la sua quarta stagione, a far presenza fissa nella vita delle persone, almeno in quella di chi (al netto dei necessari detrattori) ne è diventato fan e poi quasi subito “accro”, vero e proprio web-dipendente.

In Italia pare che i diritti per la trasmissione della serie se li sia comprati Sky Atlantic, qui in Francia, invece, Netflix continua a trasmetterlo, convincendomi, con questo colpaccio, a passare dal mese di prova all’abbonamento payant.

Quest’anno, però, a rendere il tutto molto più condito c’è la stretta attualità, quella delle “vere” Presidenziali Usa 2016, caratterizzate, prima facie, da una forte dose di punti interrogativi, soprattutto quando si pensa alle primarie dei Repubblicani e all’ascesa inarrestabile ma non incomprensibile del milionario (ho scelto un aggettivo neutro) D. Trump.

Anche per i  Democratici (che nella finzione sono rappresentati dal politico senza pudore Frank Underwood), le primarie per l’elezione, nel novembre del 2016, del prossimo Presidente sono iniziate il primo febbraio nello Stato dell’Iowa. La favorita per la vittoria, secondo i più, sarebbe Hillary Clinton, per quanto il suo avversario socialista Bernie Sanders sembri renderle il compito di futura eletta piuttosto spinoso e affatto anodino. Probabilmente quest’ultimo, oltre a piacere ad una certa Europa che guarda con riserbo e scetticismo all’America, ha saputo catalizzare una larga parte del disappunto popolare made in Usa.  In via di estrema sintesi, possiamo dire che il rivendicato impegno progressista del senatore del Vermont si distingue nettamente dalla posizione più padronale che sindacale dell’avversaria Clinton.  

Hillary, dal canto suo, ha da offrire una carta che chiunque non può fare a meno di notare: il suo essere donna.

Al suo primo tentativo, nel 2008, di candidata all’investitura democratica, durante la campagna elettorale aveva scelto di soprassedere circa fatto che la sua elezione alla Casa Bianca avrebbe comportato un primato storico: sarebbe stata il primo Presidente Usa e soprattutto “Commander-in-Chief of the Army and of the Navy”di sesso femminile.  Mi duole dirlo, anzi scriverlo (oggi peraltro è l’otto marzo, per cui mi pesa ancora di più questo ragionamento) ma l’afflato femminista non si contiene facilmente, anche quando è funzionale solo ad un gioco di strumentalizzazioni tattiche.
All’epoca prevalse, invece, l’afflato antirazzista e l’orgoglio afroamericano, Obama, infatti, scelse di sottolineare la storicità della sua vittoria, l’elezione di un nero da parte di un elettorato prevalentemente bianco. Anche allora lo scenario sullo sfondo era quello dell’Iowa, ed Hillary si posizionava terza classificata, dovendo riconoscere la difficoltà della sfida. Poi, sei mesi dopo, al momento della riconosciuta sconfitta, nel suo discorso di sospensione della campagna compare “finalmente” l’espressione  “glass ceiling”, il soffitto di cristallo che le donne non riescono mai, secondo la tradizione e l’odierno storytelling, a sfondare.

Ecco qui alcuni stralci dello speech “finale” del giugno 2008 di una Donna ormai ex candidata alla nomination  presidenziale[1] : “…Now, on a personal note, when I was asked what it means to be a woman running for president, I always gave the same answer, that I was proud to be running as a woman, but I was running because I thought I'd be the best president.
But I am a woman and, like millions of women, I know there are still barriers and biases out there, often unconscious, and I want to build an America that respects and embraces the potential of every last one of us.
I ran as a daughter who benefited from opportunities my mother never dreamed of. I ran as a mother who worries about my daughter's future and a mother who wants to leave all children brighter tomorrows.
To build that future I see, we must make sure that women and men alike understand the struggles of their grandmothers and their mothers, and that women enjoy  equal opportunities, equal pay, and equal respect.
Let us resolve and work toward achieving very simple propositions: There are no acceptable limits, and there are no acceptable prejudices in the 21st century in our country.
You can be so proud that, from now on, it will be unremarkable for a woman to win primary state victories - unremarkable to have a woman in a close race to be our nominee, unremarkable to think that a woman can be the president of the United States. And that is truly remarkable, my friends.
To those who are disappointed that we couldn't go all of the way, especially the young people who put so much into this campaign, it would break my heart if, in falling short of my goal, I in any way discouraged any of you from pursuing yours.
Always aim high, work hard and care deeply about what you believe in. And, when you stumble, keep faith. And, when you're knocked down, get right back up and never listen to anyone who says you can't or shouldn't go on.
As we gather here today in this historic, magnificent building, the 50th woman to leave this Earth is orbiting overhead. If we can blast 50 women into space, we will someday launch a woman into the White House.
Although we weren't able to shatter that highest, hardest glass ceiling this time, thanks to you, it's got about 18 million cracks in it, and the light is shining through like never before, filling us all with the hope and the sure knowledge that the path will be a little easier next time.”

Oggi però Hillary non ha più come sfidante  il “primo Presidente di colore” della storia, può tranquillamente presentarsi come madre, nonna e moglie, insomma come la “prima donna Presidente” degli Stati Uniti d’America. Può premere sul tema della parità dei salari, sui congedi parentali e di malattia. Se Sanders l’accusa di fare parte dell’establishment, lei può rispondere tono su tono con l’argomento del genere, della donna che per la prima volta prova a sfondare il tetto della Presidenza Usa.

Il problema è che stavolta le sfumature di colore (o di genere) contano poco, la campagna dei democratici è controbilanciata, infatti, dagli assalti grotteschi ma piuttosto efficaci di Trump sul versante dei Repubblicani, che non hanno certo problemi a far propria la metrica del machismo per impostare la battaglia (anzi “Moderate Republicans in the House are pussies” dicono loro).  Diciamo, inoltre, noi che Clinton oggi si interfaccia, per le primarie, con un politico definito “socialista”, con una bestia assai diversa da domare rispetto all’animale sociale, premio nobel sulla fiducia, Obama. L’appello al genere, alla lobby in senso atecnico delle femmine, potrebbe quindi non funzionare.
Mettiamola così. Perché un’ americana democratica dovrebbe votare per una donna in ossequio ad una logica di appartenenza e di solidarietà, chiamiamola femminile, a prescindere dai contenuti, appunto dalle idee? Questa mi pare la domanda che occorre porsi, oggi, nel 2016, più che allora nel 2008.

Oggi il femminismo sbandierato in sé e per sé (e quindi poco tale), in un’epoca  segnata dal ritorno dell’idea “dell’uso legittimo della forza” e dei valori “maschi” come baluardo della sicurezza (la Francia meriterebbe una parentesi spin -off su questo tema) rischia di avere uno scarsissimo appeal.
Alle primarie dunque le donne americane votano Bernie così come votano Hillary, per motivi altri rispetto al genere, perché la “vera rivoluzione” (slogan di Sanders) non consiste nel portare una minoranza al potere[2].

Eppure Hillary Clinton sottolinea che la battaglia per la parità non è ancora stata vinta: il Time in un articolo recente riporta, del resto, che non solo in America non è mai stata eletta una donna Presidente, ma anche che solo il 12 per cento dei governatori, il 18 per cento dei sindaci e meno del 5 per cento dei 1000 CEO riportati su Fortune sono donne. Insomma c’è terreno fertile per far valere certe argomentazioni.

Usate la testa e il cuore dice Hillary per convincere gli elettori,  ma per il NYTimes c’è anche un problema generazionale da prendere in considerazione.  Per quanto la Clinton abbia tirato dentro la sua campagna la giovane Lena Dunham, creatrice e star dello show targato HBO  “Girls,” nonché la cantante Demi Lovato, per strizzare l’occhio alle elettrici delle ultime generazioni, qualcosa sembra non carburare.

Probabilmente non basta che sia una donna, perché per molte e molti Clinton potrebbe non essere, ovvero non rappresentare, la giusta “prima” donna.  Chi vota sceglie l’avversario dei Repubblicani, e nel piatto ha forse bisogno di qualche ingrediente in più.
Anche se Hillary, bisogna dargliene atto, a risposta dello slogan di Sanders, si presenta  come la candidata progressista che vuole cambiare le cose sì ma con realismo, cercando di classificare così il competitor come un non pragmatico che offre più che altro delle illusioni. Insomma la sinistra di Wall street contro la sinistra del popolo americano,verrebbe da dire, adottando l’interpretazione che offrono i sostenitori del senatore “socialista”(riferendosi anche, chiaramente, alle diverse fonti di finanziamento dei due[3]).  

Partendo proprio dalla riflessione sul realismo/ idealismo dei due candidati, il professore Jedediah Purdy della Duke Law School ha recentemente analizzato, in un articolo apparso sull’Huffington Post [4], gli argomenti usati dall’establishment democratico per ledere la legittimità di Bernie Sanders, come candidato credibile. In particolare, Purdy si sofferma sulle posizioni dell’economista neokeynesiano Paul Krugman e della giornalista del New Yorker, Alexandra Schwartz, entrambi sostenitori della Clinton. Secondo Krugman, infatti,  governare risulta un compito troppo impegnativo per un idealista democratico socialista, che peraltro non appare disposto a fare compromessi. Ed è, peraltro, su questa falsariga, quella dei trade-offs inidspensabili, che scatta l’endorsment per Hillary da parte del The New York Times Editorial Board: “Mrs. Clinton has done her homework on pretty much any issue you care to name”.
Per la Shwartz, invece, Sanders farebbe presa sui più giovani perché capace di evocare miti di purezza e di "nostalgia for an imaginary time of simpler, more straightforward politics”.
Purdy, sostiene, nel prosieguo del suo ragionamento che gli argomenti di Krugman e Shwatz ricordano quelli di due intellettuali della prima metà del Novecento: Walter Lippmann e Joseph Schumpeter. Questi ultimi, secondo l’autore, avevano della democrazia un’idea pragmatica, ovvero la interpretavano come strumento di manipolazione per ottenere il consenso appunto della maggioranza, letta come un insieme di cittadini ignoranti  dei veri meccanismi che governano il sistema politico ed economico.
È dunque la versione del realismo in politica che viene in soccorso della carta meno vincente del femminismo al comando, è l’idea che qualcuno deve pur saper governare, a prescindere forse dalla concreta possibilità di realizzare le promesse contenute nel programma.
Non c’è allora bisogno di guardare, tutto d’un fiato possibilmente, i nuovi episodi di House of Cards per avere lezioni scontate sul potere, sulle agghiaccianti macchinazioni della politica. Anche nella realtà una ex First Lady (spoiler alert) va verso il gradino più alto nel podio di quelli che contano. Anche nella realtà, si mescola un po’ di sana soap opera (che per il popolo ignaro o ignorante va sempre bene) sull’importanza di essere donna, progressista ma realista, oppure uomo sì ma socialista, appoggiato dalla gente e dai sindacati, con idee “rivoluzionarie”, contenute in un programma ispirato alle social democrazie scandinave (alla Olof Palme), con la necessità, questa certo  di natura pragmatica, di tirar fuori un nome che ha serie possibilità di essere quello del prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Benedetta Celati



[1] Per seguire tutto il discorso ecco il link al video http://www.nbcnews.com/id/21134540/vp/25021292#25021292
[2] Ecco il link al video dell’endorsement di Madeleine Albright, che invece sembra proprio usare questo argomento con una certa veemenza (There’s a place in Hell reserved for women who don’t help other women) http://www.nytimes.com/video/us/politics/100000004193587/albright-urges-women-to-back-clinton.html?src=vidm
[3] Secondo Open Secrets, che raccoglie i dati per l’insieme dei membri del Congresso, Hillary Clinton ha tra i suoi finanziatori che l’hanno sostenuta lungo tutta la sua carriera politica cinque grandi banche i cui nomi sono ampiamente associati a Wall Street:  Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan Chase, Citigroup, e Lehman Brothers (di cui tutti conosciamo la sorte).

Nessun commento:

Posta un commento