sabato 3 maggio 2014

B. VS S. parte seconda

Nonostante il peso degli anni che si porta sul groppone, nonostante le tante e tali fatiche che in questi ultimi vent'anni ha dovuto affrontare (che Ercole, al confronto, impallidirebbe), nonostante una condanna penale alle spalle (e altre incombenti minacciose) e i servizi sociali in vista, non ha perso la straordinaria capacità di far parlare di sé.
E non c’è bisogno che vi dica a chi mi riferisco. Perché è sulla bocca di tutti, su tutti i giornali, su tutte le televisioni, e non solo le sue.
Un altro polverone, l’ennesimo tormentone mediatico: direi quasi virale. Perché poi, diciamocelo, a noi italiani i polveroni piacciono proprio. Siamo davvero bravi a parlare, a polemizzare, a discutere ed infervorarci per tutto. Qualunque cosa. E, diciamoci anche questo, pare che ultimamente tutta l’Eurozona ci abbia preso gusto. Tutto sommato siamo stati dei bravi maestri.
Insomma, a undici anni dall’increscioso diverbio che contrappose il nostro eroe al politico tedesco Martin Schulz, quando ormai tutti speravamo di poter consegnare quegli attimi di tensione al sonno dell’oblio, ecco che l’episodio torna, prorompente, all’attenzione di tutti. E la dose è naturalmente rincarata.
All’epoca dei fatti, Schulz non aveva mandato giù l’idea di poter essere suggerito per il ruolo di kapo. Figurarsi se oggi possa far piacere all’intero popolo tedesco sentirsi accusato di non riconoscere l’esistenza dei campi di concentramento.
Ma andiamo con ordine.
Questa storia ha inizio nel 2003, durante la seduta di insediamento dell’Italia alla presidenza del Consiglio  dell’Unione Europea.
Presa la parola, Martin Schulz scagliò i suoi dardi infuocati contro l’Italia, il suo presidente del Consiglio, i suoi ministri. Ironizzò sulla “squadra di governo” giunta a Bruxelles dall’Italia, Martin Schulz. Si aspettava anche Del Piero e Maldini scendere sul campo accanto ai politici italiani. Ironia spicciola. Forse ai tedeschi brucia ancora la superiorità italiana sul campo da calcio.
Ad ogni modo, Schulz non si fa scrupoli: dileggia il quoziente intellettivo di Mr. Bossi, deplorando le sue politiche per l’immigrazione, contrarie alle solenni affermazioni della Carta dei Diritti dell’uomo dell’Unione Europea. Certo, dimentica Schulz, se l’Unione Europea prendesse provvedimenti concreti in fatto di immigrazione, considerandolo davvero un tema di interesse comune (di tutta l’Unione), forse i diritti dell’uomo potrebbero davvero trovare maggiore rispetto. Ma certo, è più facile leggere sui giornali dell’ennesimo barcone entrato nel mare territoriale dell’Italia e indignarsi per le condizioni dei migranti nei nostri centri di accoglienza. Poi, si gira la pagina del giornale, si spegne la tv, l’intervista finisce: la coscienza si rilassa e ognuno torna alle sue occupazioni. Le colpe, naturalmente, ricadono sullo Stivale, che paga oggi il fio di quella posizione felice al centro del Mediterraneo, che un tempo fece la sua fortuna.
Poi, lo ammetto, i consigli sul programma di riforme che l’Italia dovrebbe perseguire per rendere più efficiente il suo sistema interno non solo non sono andati giù all’interlocutore di Mr. Sculz, ma neanche a me.
Certamente, l’Italia ha molta strada da fare, sulla via delle riforme. Ma insomma, non deve essere l’europarlamentare tedesco ad indicare la via da seguire per migliorare l’ordinamento interno. Certo, dice lui, se l’Italia prendesse i provvedimenti opportuni ne gioverebbe l’Europa. Ma diciamoci la verità, se l’Europa avesse davvero intenzione di perseguire la via dell’armonizzazione avrebbe gli strumenti per imporre le riforme. Ma forse è proprio la volontà che manca e non solo quella dell’Italia.
Il sarcasmo sull’immunità al presidente del Consiglio ed al suo fido consigliere Dell’Utri, offensiva, al limite della calunnia, è stata facilmente perdonata al tedesco. In primis dagli italiani: mai vi fu tanta sintonia tra i due popoli, altro che Asse!
Ma nessuno è stato disposto a perdonare al nostro eroe la sua battuta (infelice, ahimè!) sul kapo.
Non si discute l’inopportunità dell’ironica e provocatoria associazione del simpatico Schulz ai gerarchi nazisti.
Ma insomma, tutta l’Europa si è destata a difesa dell’onor ferito del suo parlamentare tedesco, mentre nessuno ha avuto quanto meno la delicatezza di sussurrare che forse i toni aggressivi, il linguaggio e l’atteggiamento canzonatori dell’offeso erano stati, a loro volta, offensivi. Certo che no.
Si può mancare di rispetto al presidente del Consiglio dell’Unione, al premier di una delle maggiori potenze d’Europa, all’Italia stessa; si può fare del feroce sarcasmo sul governo del partner italiano, sulle asserite carenze del suo sistema, si può offendere tutto e tutti senza pagare pegno, se a farlo è la Germania.
Ma se l’offeso offende a sua volta, si è subito pronti a gridare al sacrilegio.
Insomma, per farla breve, a conferma dei ben noti cicli e ricicli della storia, l’offeso ritorna a fare dell’ironia. Nel presentare i suoi candidati alle elezioni europee, proprio l’altro ieri il nostro eroe è tornato a ridere sotto i baffi di quel diverbio di undici anni or sono. Non diceva mica sul serio! Il problema è che per i tedeschi i campi di concentramento non ci sono mai stati.
Adesso il popolo tedesco ha ben ragione di sentirsi offeso e non per solidarietà con il suo parlamentare, ma in prima persona.
Ora, la sconvenienza è lapalissiana. Il tema merita troppo rispetto per poter essere banalizzato in questo modo.  Ma forse è vero che ancora oggi non si riesce a dare il giusto peso alle parole di un uomo che cerca disperatamente di catalizzare l’attenzione su di sé, ora che il nuovo Premier e il Ciclone dell’antipolitica gli contendono la scena (con successo).
Le sue manie di protagonismo non gli consentono di stare in disparte.

Un’altra trovata pubblicitaria? Il tempo dirà se ben riuscita: ai posteri l’ardua sentenza. Intanto, oggi, si continua a parlare di lui. A riprova del fatto che il terreno per le polemiche è sempre fertile. 

Michela Boi

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