B. VS S. parte seconda
Nonostante il peso degli anni che si porta
sul groppone, nonostante le tante e tali fatiche che in questi ultimi vent'anni
ha dovuto affrontare (che Ercole, al confronto, impallidirebbe), nonostante una
condanna penale alle spalle (e altre incombenti minacciose) e i servizi sociali
in vista, non ha perso la straordinaria capacità di far parlare di sé.
E non c’è bisogno che vi dica a chi mi
riferisco. Perché è sulla bocca di tutti, su tutti i giornali, su tutte le
televisioni, e non solo le sue.
Un altro polverone, l’ennesimo tormentone
mediatico: direi quasi virale. Perché poi, diciamocelo, a noi italiani i
polveroni piacciono proprio. Siamo davvero bravi a parlare, a polemizzare, a
discutere ed infervorarci per tutto. Qualunque cosa. E, diciamoci anche questo,
pare che ultimamente tutta l’Eurozona ci abbia preso gusto. Tutto sommato siamo
stati dei bravi maestri.
Insomma, a undici anni dall’increscioso
diverbio che contrappose il nostro eroe al politico tedesco Martin Schulz,
quando ormai tutti speravamo di poter consegnare quegli attimi di tensione al
sonno dell’oblio, ecco che l’episodio torna, prorompente, all’attenzione di
tutti. E la dose è naturalmente rincarata.
All’epoca dei fatti, Schulz non aveva
mandato giù l’idea di poter essere suggerito per il ruolo di kapo. Figurarsi se
oggi possa far piacere all’intero popolo tedesco sentirsi accusato di non
riconoscere l’esistenza dei campi di concentramento.
Ma andiamo con ordine.
Questa storia ha inizio nel 2003, durante la
seduta di insediamento dell’Italia alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea.
Presa la parola, Martin Schulz scagliò i
suoi dardi infuocati contro l’Italia, il suo presidente del Consiglio, i suoi
ministri. Ironizzò sulla “squadra di governo” giunta a Bruxelles dall’Italia,
Martin Schulz. Si aspettava anche Del Piero e Maldini scendere sul campo
accanto ai politici italiani. Ironia spicciola. Forse ai tedeschi brucia ancora
la superiorità italiana sul campo da calcio.
Ad ogni modo, Schulz non si fa scrupoli:
dileggia il quoziente intellettivo di Mr. Bossi, deplorando le sue politiche
per l’immigrazione, contrarie alle solenni affermazioni della Carta dei Diritti
dell’uomo dell’Unione Europea. Certo, dimentica Schulz, se l’Unione Europea
prendesse provvedimenti concreti in fatto di immigrazione, considerandolo
davvero un tema di interesse comune (di tutta l’Unione), forse i diritti
dell’uomo potrebbero davvero trovare maggiore rispetto. Ma certo, è più facile
leggere sui giornali dell’ennesimo barcone entrato nel mare territoriale
dell’Italia e indignarsi per le condizioni dei migranti nei nostri centri di
accoglienza. Poi, si gira la pagina del giornale, si spegne la tv, l’intervista
finisce: la coscienza si rilassa e ognuno torna alle sue occupazioni. Le colpe,
naturalmente, ricadono sullo Stivale, che paga oggi il fio di quella posizione
felice al centro del Mediterraneo, che un tempo fece la sua fortuna.
Poi, lo ammetto, i consigli sul programma di
riforme che l’Italia dovrebbe perseguire per rendere più efficiente il suo sistema
interno non solo non sono andati giù all’interlocutore di Mr. Sculz, ma neanche
a me.
Certamente, l’Italia ha molta strada da
fare, sulla via delle riforme. Ma insomma, non deve essere l’europarlamentare
tedesco ad indicare la via da seguire per migliorare l’ordinamento interno.
Certo, dice lui, se l’Italia prendesse i provvedimenti opportuni ne gioverebbe
l’Europa. Ma diciamoci la verità, se l’Europa avesse davvero intenzione di
perseguire la via dell’armonizzazione avrebbe gli strumenti per imporre le
riforme. Ma forse è proprio la volontà che manca e non solo quella dell’Italia.
Il sarcasmo sull’immunità al presidente del
Consiglio ed al suo fido consigliere Dell’Utri, offensiva, al limite della
calunnia, è stata facilmente perdonata al tedesco. In primis dagli italiani: mai vi fu tanta sintonia tra i due
popoli, altro che Asse!
Ma nessuno è stato disposto a perdonare al
nostro eroe la sua battuta (infelice, ahimè!) sul kapo.
Non si discute l’inopportunità dell’ironica
e provocatoria associazione del simpatico Schulz ai gerarchi nazisti.
Ma insomma, tutta l’Europa si è destata a
difesa dell’onor ferito del suo parlamentare tedesco, mentre nessuno ha avuto
quanto meno la delicatezza di sussurrare che forse i toni aggressivi, il
linguaggio e l’atteggiamento canzonatori dell’offeso erano stati, a loro volta,
offensivi. Certo che no.
Si può mancare di rispetto al presidente del
Consiglio dell’Unione, al premier di una delle maggiori potenze d’Europa, all’Italia
stessa; si può fare del feroce sarcasmo sul governo del partner italiano, sulle
asserite carenze del suo sistema, si può offendere tutto e tutti senza pagare
pegno, se a farlo è la Germania.
Ma se l’offeso offende a sua volta, si è
subito pronti a gridare al sacrilegio.
Insomma, per farla breve, a conferma dei ben
noti cicli e ricicli della storia, l’offeso ritorna a fare dell’ironia. Nel
presentare i suoi candidati alle elezioni europee, proprio l’altro ieri il
nostro eroe è tornato a ridere sotto i baffi di quel diverbio di undici anni or
sono. Non diceva mica sul serio! Il problema è che per i tedeschi i campi di
concentramento non ci sono mai stati.
Adesso il popolo tedesco ha ben ragione di
sentirsi offeso e non per solidarietà con il suo parlamentare, ma in prima
persona.
Ora, la sconvenienza è lapalissiana. Il tema
merita troppo rispetto per poter essere banalizzato in questo modo. Ma forse è vero che ancora oggi non si riesce
a dare il giusto peso alle parole di un uomo che cerca disperatamente di
catalizzare l’attenzione su di sé, ora che il nuovo Premier e il Ciclone
dell’antipolitica gli contendono la scena (con successo).
Le sue manie di protagonismo non gli
consentono di stare in disparte.
Un’altra trovata pubblicitaria? Il tempo dirà
se ben riuscita: ai posteri l’ardua sentenza. Intanto, oggi, si continua a
parlare di lui. A riprova del fatto che il terreno per le polemiche è sempre
fertile.
Michela Boi
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