A sud del paradiso
Il
fotogramma tinto di blu che ritrae due corpi abbracciati sottacqua, l’immagine
dei due migranti stretti in un intreccio tragico e senza vita, raffigura in
senso giornalistico e non solo una tragedia che ormai siamo preparati a contemplare.
Sono le vittime degli sbarchi, i disperati del mare, quelli che vediamo nei
video e nella realtà in-diretta delle fotografie.
Lo
scatto da un lato ricorda Pompei con i suoi abitanti catturati dalla storia,
figure che per sempre (degrado permettendo) potranno essere osservate da chi,
turista, ha voglia di conoscere quello che è stato.
Quello
che invece oggi è, il presente, non può del tutto incanalarsi nei canoni del
racconto, della narrazione di una storia, appunto.
Il
video girato sotto il mare, vicino a Lampedusa, credo che non lo guarderò, non
ne ho bisogno, in fondo mi sento già abbastanza commossa.
Come
tutte le vite umane anche quelle vite avranno e avrebbero, anzi, tanto da
raccontare, ma non si può, non si può compiangere dopo il rammarico o almeno
non si può solo compiangere l’umanità che perde se stessa.
L’Italia,
con ogni evidenza, ha un rapporto privilegiato con l’Africa, la guarda in
faccia ogni giorno in un gioco, spesso ipocrita, di accoglienza e
respingimento.
Non
c’è solo un mare pieno di morti ma anche una terra piena di vivi, di migranti
che vengono e di altri, chiamiamoli migranti, che vanno.
Che
l’Africa sia terra “appetibile” per gli investitori ce lo dice, del resto,
anche l’ultimo rapporto della Banca Mondiale dal titolo “fesco”(cool) “Africa’s
pulse”. Ricorda il nome di un deodorante e invece è un’analisi relativa alle
prospettive di crescita economica del continente dirimpettaio.
Questo
rapporto, in un certo senso, dice che bisogna provarci, bisogna scommettere sul
“battito africano”, perché l’Africa può rappresentare una meta, una risorsa per
chi ha voglia di investire e soprattutto necessità di farlo.
L’espansione
economica africana in corso non viene osservata e colta, infatti, solo dai
cinesi, anche noi italiani facciamo la nostra parte.
Emblematico
è il caso della società italiana Salini-Impregilo, che sì è aggiudicata, in
trattativa privata (senza gara d’appalto), i lavori per la costruzione di una
mastodontica diga in Etiopia, a circa 500 Km a nord ovest da Addis Abeba, lungo il
Nilo Azzurro.
La
diga si chiamerà Grand Ethiopian Renaissance Dam e sarà la più grande
dell’Africa. La Salini, peraltro, aveva già ottenuto il via libera per la
realizzazione di un’altra diga in Etiopia, la controversa Diga Gilgel
Gibe III, che ha un’enorme impatto sul fragile ecosistema della regione nonché
sugli equilibri diplomatici col vicino Egitto.
La
diga della “rinascita”, finanziata anche con
soldi cinesi, della Banca Europea degli investimenti e della nostrana
Cassa Depositi e Prestiti, porta denaro e ricchezza al costruttore italiano e
toglie acqua all’Egitto, in un gelatinoso intreccio di affari dagli enormi
riflessi negativi in termini ambientali.
Anche
il Nord Africa è ben visto dagli italiani, che da lungo tempo lo considerano
area strategica per gli investimenti: ci sono le nostre Eni, Danieli, Saipem,
Trevi e Rizzani de Eccher, Salini-Impregilo, Ansaldo, Italcementi e
Finmeccanica per citarne alcune. Oltre poi alla congerie di piccole e medie
imprese “made in Italy”, sparse per il continente, come il gruppo Cremonini,
che si è costruito una sua stabile posizione in Angola.
Il
business chiama altro business e così accade che le imprese italiane in Africa
richiedano medici italiani preparati alla realtà africana, disposti ad andare a
lavorare sui cantieri del sud del mondo, innescando un interessante meccanismo
di domanda e offerta.
Ma
il business è anche quello delle emergenze, però, degli esodi di massa che da
quel continente finiscono per riversarsi inevitabilmente in Europa, passando
per l’Italia, terra di transito ovvero di detenzione.
Che
cosa succede, infatti, in Italia? Mancano forse le risorse per gestire
l’accoglienza?
Il
leitmotiv di questi anni si è più o meno consolidato nella richiesta di un
maggiore contributo da parte dell’Europa, accusata di aver lasciato sola
l’Italia, paese degli arrivi (ma anche delle partenze a quanto pare), di fronte
alla difficile realtà.
Di
dati di fatto ce ne sono alcuni, sono quelli riportati sul web e sui giornali
che mostrano l’evidenza di fondi europei stanziati ma non completamente
utilizzati, di soldi che dovranno essere restituiti se non si troverà il modo
di investirli o meglio se non si sapranno tradurre in investimenti, visto che
di gap su cui intervenire ce ne sono parecchi.
C’è
poi un’Europa che si è dotata di agenzie attive sul fronte della gestione dei
flussi migratori, come Frontex, che ha sede a Varsavia e dispone di mezzi per
il controllo delle frontiere terrestri e marittime. Si tratta certamente di
soluzioni “militarizzate”, volte a tenere
chiuse le porte piuttosto che ad aprirle, a consolidare il fortino
europeo mediante costosi pattugliamenti aerei, marittimi e terrestri.
Tra
gli obiettivi rivendicati dall’agenzia, oltre al rafforzamento della sicurezza
interna dell’Unione e alla riduzione degli ingressi non controllati alle
frontiere, c’è anche e soprattutto la significativa diminuzione dei morti in
mare. Certo questo è un obiettivo nobile, forse però è anche l’unico sul quale
occorre interrogarsi profondamente visto che, al di là dei fondi e dei mezzi
militari buttati sul tavolo da gioco, le persone continuano a morire.
Sempre
col senno dei forse ci si incomincia a chiedere se non sia opportuno pensare a
qualche modifica nella legislazione, intanto nazionale, per rendere più
ragionevoli ed umane le previsioni legislative in materia di immigrazione.
Perché non pensare, per esempio, alla possibilità di concedere la
regolarizzazione già nei paesi di origine, per tentare di bloccare il traffico
degli esseri umani?
A
livello europeo, inoltre, c’è la necessità di ridefinire il regolamento di
Dublino in materia di asilo, già modificato con la pubblicazione in Gazzetta
Ufficiale del Regolamento (UE) n. 604/2013, che abrogava il precedente
Regolamento (CE) n. 343/2003.
Nel
nuovo testo si lascia immutata la previsione per cui sono gli Stati e non le
persone a decidere in quale paese debbano essere esaminate le domande di asilo:
il paese in cui sono avviate le procedure di identificazione è lo stesso in cui
viene esaminata la domanda di asilo ed è lì che l’immigrato deve, poi,
soggiornare.
In
Italia le cronache ci raccontano di tempi biblici impiegati per le
identificazioni, occorrono infatti troppi mesi per riconoscere lo status di
rifugiato ed è qui che si innesca un ulteriore business. I centri di
accoglienza rappresentano delle vere e proprie miniere d’oro per le cooperative
che li gestiscono, che finiscono per trattenere i propri ospiti il più a lungo
possibile, durante l’attesa per l’esame delle richieste di asilo.
Le
diarie pagate dal ministero del tesoro come rimborso per la “detenzione” dei
migranti rappresentano, infatti, un profitto interessante, contribuendo a
generare una vera e propria forma di economia della disperazione.
Di
costi si parla anche quando si fa riferimento all’operazione militare avviata,
sempre per fronteggiare l’emergenza, nell’ottobre del 2013 nel Mediterraneo
meridionale e denominata, con un’espressione che rende omaggio al modo latino
di chiamare quel mare tanto importante, “Mare Nostrum”.
Il
“Mare nostrum”, inteso come il Mediterraneo e non come l’operazione
militare, lo cita anche Renzi in
occasione della visita di Obama a Roma, per poi tradurlo con un goffo inglese
nell’espressione“Our sea”.
Si
ma cos’è il nostro mare? E dov’è soprattutto la nostra tanto invocata civiltà?
Ricordiamoci
che da quelle acque transitano persone che con ogni probabilità verranno a
svolgere in Italia i lavori più umili, difficilmente svolgeranno infatti
professioni intellettuali ed impiegatizie. Ricordiamocelo perché spesso lo si
dimentica, accettando la lettura agiografica per cui siamo solo la terra di chi
accoglie, di chi dà assistenza e offre quelle possibilità che anche per noi
italiani cominciano a mancare. Sono i dati economici che rendono fragile questa
ricostruzione favolistica: il nostro welfare e la nostra industria
manifatturiera hanno profondamente bisogno degli immigrati, che al nostro
paese, ormai è chiaro, danno di più di quello che ricevono.
Il
10 per cento del Pil nazionale è prodotto da chi arriva in cerca di una vita
diversa e magari certo una vita diversa la trova davvero.
Si
tratta di persone che meglio si prestano ad essere sfruttate e in fondo chi le
sappia sfruttare nella nostra Italia c’è sempre.
Ogni
tanto certe storie vengono raccontate, qualcuno fa in modo che questo accada:
ci sono la rivolta di Rosarno, gli scioperi di Castel Volturno e di Nardò, ci
sono persone che chiedono di essere guardate più come tali che come semplici
dati numerici.
Se
li guardiamo come persone, gli immigrati, qualche interrogativo, però, dobbiamo
porcelo.
Basta
pensare alla spinosa questione dei contributi pensionistici.
Quando
una persona straniera dopo anni di lavoro in Italia fa ritorno nel proprio
paese perde i contributi versati, a meno che lo Stato di origine non abbia
stipulato con il nostro Stato un accordo bilaterale, che permette poi, allo
straniero, di richiedere, all’età di sessantacinque anni, il trattamento
dovuto.
Sempre
in materia di diritti sociali negati, emblematicamente si possono citare due
sentenze della Corte Costituzionale, che dapprima nel 2005 e poi nel 2008
interveniva a sancire l’incostituzionalità di alcune norme volte a negare
determinate garanzie ai cosiddetti stranieri.
Con
la sentenza n. 432 del 2005, la Consulta accoglieva la questione di legittimità
costituzionale sollevata dal Tar Lombardia in merito ad un articolo di una
legge regionale lombarda nella parte in cui quest’ultima escludeva gli
stranieri residenti nella regione dagli aventi diritto alla circolazione gratuita
sui servizi di trasporto pubblico di linea riconosciuta alle persone totalmente
invalide per cause civili. Secondo la Corte, infatti, non c’è alcuna
ragionevole correlazione tra la cittadinanza italiana e gli altri requisiti,
quali appunto l’invalidità totale e la residenza, essendo il diritto alla
salute riferito all’individuo in quanto tale e non in quanto cittadino o
straniero.
Del
pari, con la sentenza n. 306 del 2008, la Consulta stabiliva che l’indennità di
accompagnamento non può essere subordinata al possesso di un titolo di
legittimazione alla permanenza del soggiorno in Italia, che oltretutto richiede
per il rilascio la titolarità di un reddito.
Questa
è la storia delle persone, non il racconto o la narrazione di un flusso
indistinto ma l’amara constatazione che prima dei morti sono i vivi che
chiedono di essere considerati.
In
fondo è proprio vero che è impossibile scattare una fotografia unica di questo
quadro immane fatto di individui, migranti in generale, di gente che si nutre
di altra gente o della fertilità delle terre altrui, ma anche della speranza
che altrove si possa costruire quello che in patria non trova più spazi.
Il
movimento, non certo a senso unico, è l’elemento neutro, fuori da ogni
tentativo di sintesi, che rende impossibile catturare con immagini la realtà
che affiora a tratti e a tratti chiede di essere riconosciuta. La direzione di
questo movimento però non è un fenomeno impossibile da decifrare, occorre
riflettere sui dati, essere onesti sulle conseguenze, se si vuol tentare almeno
in parte di penetrare il velo ipocrita delle letture univoche.
A
sud del paradiso si muovono le persone, si incrociano le speranze e si spostano
guadagni.
Pisa,
20/05/13
Benedetta Celati
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