Mps: tutti contro tutti. Una vera storia italiana
Le ultime vicende che riguardano la banca più vecchia d’Italia hanno tenuto certamente impegnati i giornalisti, italiani e non, in quest’ultimo mese; è stato scritto di tutto di più, tanto da “stordire” gli utenti dei mass media. Proviamo a fare un po’ di chiarezza, senza alcuna presunzione, su questo complicatissimo caso che getta ombre sinistre su questo antico istituto bancario. Ma partiamo dall’inizio.
Per l’ex presidente della banca Mussari, l’ex direttore generale Vigni, e l’allora responsabile dell’area legale Rizzi è ipotizzato il reato di concorso per falso in prospetto: la procura di Siena ipotizza che per quanto riguarda gli aumenti di capitale del 2008 e del 2011 “non venissero descritti in modo compiuto i titoli Fresh 2008 (obbligazioni subordinate convertibili in azioni ordinarie) ed in alcun modo i Total Return Swap sottoscritti dalla Fondazione MPS … tanto da creare false informazioni ed occultare notizie in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari del prospetto.”
L’altro reato di cui sono accusati Mussari, Vigni e Pirondini (ex Cfo di Banca Monte Paschi) è manipolazione del mercato in concorso: i tre, secondo la procura, “con più azioni esecutive dello stesso disegno criminoso partecipavano e contribuivano alla predisposizione della complessa operazione finanziaria denominata Fresh 2008, diffondendo al mercato notizie false ed idonee a determinare una sensibile alterazione del prezzo dell’azione.”
Si è scatenata poi la polemica contro Bankitalia perché, secondo molti, non avrebbe vigilato a dovere. Il governatore Visco ha ricordato che da parte dell’istituto che presiede c'è "impegno massimo" a "rendere sempre più efficace e tempestiva" l'azione di vigilanza… e "valutiamo attentamente ogni suggerimento; siamo aperti al dialogo costruttivo. "Le regole, le procedure, e i tempi dell'azione di vigilanza sono prestabiliti e rigorosamente formalizzati in ogni passaggio, a garanzia di una loro applicazione uniforme". Un vero e proprio sfogo da parte della dirigenza di Palazzo Koch, che vuole porre l’accento il proprio impegno nel sorvegliare sul sistema bancario. Sempre da Bankitalia si fa sapere che entro il mese di marzo sarà completato il processo per le sanzioni nei confronti delle persone fisiche.
Del resto, queste parole sono l’eco di ciò che ha detto il governatore della BCE Mario Draghi: egli spiega come “sul caso Mps la Banca d' Italia ha agito bene e tempestivamente, nell' ambito del suo mandato. Ha fatto tutto ciò che doveva e fornito i documenti alla magistratura”; ha detto ciò a margine della conferenza stampa dopo il consiglio della Banca Centrale Europea. L’ex capo di Palazzo Koch (al tempo degli illeciti in esame) ha risposto alle domande sul Monte dei Paschi di Siena. “Abbiamo fornito tutti i documenti alla magistratura, ed io stesso ho firmato le due ispezioni, ma la Banca d' Italia non ha poteri di polizia giudiziaria”; dopo sottolinea l’importanza nel “non dare ascolto alle tante voci che circolano, adesso che in Italia è in corso la campagna elettorale, serve fare una tara”. Poi invita gli scettici a dare un’occhiata al documento dell' Fmi nel quale dichiara che Via Nazionale prese allora le misure adeguate, all' interno del suo mandato. “È importante che non si dia ascolto alle tante voci amplificate dalla campagna elettorale - ha affermato con forza Draghi - andrebbero liquidate come il classico "rumore" prodotto da una sfida elettorale”.
In conclusione della conferenza stampa, il governatore aggiunge che l'opinione dell' intero Consiglio direttivo della Banca centrale europea è che sia necessario attribuire più poteri alle banche centrali, tra i quali anche il potere di rimuovere i vertici delle banche, se ciò si rende necessario. Insomma le autorità monetarie sembrano avere le idee chiare sul caso Mps, ovvero che quello che era possibile fare è stato fatto ed additano parte dei problemi ai poteri limitati di cui dispongono.
Caso Antonveneta: nel novembre del 2007 Monte Paschi acquista la banca padovana dagli spagnoli di Santander per una cifra attorno ai 9 miliardi e 300 milioni di euro (sarà perfezionata poi la cessione nel maggio dell’anno seguente). Fin qui niente di strano, se non fosse che Mps la acquista ad una cifra superiore del 50% rispetto a quella che gli spagnoli pagarono pochissimi mesi prima (Santander acquista precedentemente la proprietà di ABN Ambro, che possiede la maggioranza di Antonveneta) e senza effettuare la due diligence, cioè senza andare ad analizzare la situazione nello specifico della banca acquistata, senza controllare i problemi connessi alla gestibilità, allo svolgimento dell’attività bancaria o, più in generale, alla convenienza dell’affare. Fonti non confermate, ma questo è ancora al vaglio degli inquirenti, dicono che all’interno dell’istituto senese era risaputo che Antonveneta portasse con se molti problemi come la partizione poco efficiente di alcune aree aziendali, la governance accentrata verso la vecchia società capogruppo (ABN Ambro), filiera del credito male strutturata e errori nelle voci di accantonamenti 2007; si procedette comunque in tempi brevissimi per l’acquisto della banca padovana.
Perché? Perché comprare una banca al doppio di quanto vale e poi pagare un altro miliardo perché si è acquistata a “scatola chiusa”? Le spiegazioni che si sentono in giro sono molte; c’è chi sostiene che l’affare nascondesse in se dei ritorni personali poco chiari, c’è chi sostiene che MPS abbia acquistato Antonveneta (banca del nord-italia con forte polarizzazione politica verso destra) per ingraziarsi o per mettersi al riparo dai governi di centro-destra, c’è chi sostiene invece che l’acquisizione sia avvenuta al giusto prezzo perché avrebbe permesso a Monte Paschi di allargare l’area aziendale dei prestiti alle imprese (specialità di Antonveneta). Su tutto questo sta indagando la magistratura. Dalle dichiarazioni preliminari stanno emergendo dei risvolti insoliti: pare, secondo gli interrogati, che la dirigenza di Santander volesse vendere Antonveneta immediatamente e senza due diligence: il perché appare evidente, cioè che la banca spagnola fosse interessata ad altre componenti di ABN Ambro, come le attività in Sudamerica, e volesse liquidare il prima possibile la banca padovana. Interessate in prima linea all’affare erano MPS e BNP Paribas: Santander, sempre stando a quanto è uscito dalle indagini, avrebbe messo pressione alla banca senese affermando che, se avesse insistito nel voler effettuare la due diligence, l’avrebbe ceduta all’istituto francese. Il resto lo sappiamo tutti: Mps acquista Antonveneta, il 15 settembre dell’anno successivo (2008) le borse crollano e si diffonde il panico, non certo uno scenario favorevole per chi ha acquistato una banca pagando un prezzo doppio rispetto al suo reale valore.
Ma veniamo all’argomento clou che interessa veramente molte persone, dai dipendenti ai correntisti, dagli azionisti agli abitanti della città del palio, insomma agli stakeholders tutti: ma quanto è solida la banca?
Le attività ponderate per il rischio (RWA) in data 30/09/2012 ammontano ad un valore di 95,3 miliardi di euro, in netta diminuzione rispetto al passato. Questo misura ci indica l’attivo ponderato per il rischio che detiene la banca, ovvero grosso modo è una approssimazione dell’esposizione al rischio e viene calcolata prendendo in considerazione ogni asset dell’istituto e ponderato per i coefficienti stabiliti dall’accordo di Basilea III.
Il Core Tier 1 ratio è pari all’10,8% (a novembre), ossia il rapporto tra Core Tier 1 (la parte di prima qualità del patrimonio di vigilanza della banca) e l’RWA; il livello minimo richiesto dalla vigilanza per far fronte a tutti i rischi bancari, più il rischio sovrano che è previsto per il 9%.
Il Total Capital ratio è pari al 15,4%, cioè l’intero patrimonio di vigilanza rapportato al totale dei rischi assunti.
Tutto questo vuol dire che la banca ha tutte le carte in regola a livello patrimoniale e perciò la dirigenza non ritiene necessario l’aumento di capitale richiesto dall’Eba; l’eventuale aumento farebbe quasi certamente perdere la governance dell’istituto di Rocca Salimbeni alla Fondazione (che adesso possiede il 37,5% delle azioni).
Al termine dell’ultimo cda, viene rivelata la reale entità degli «errori contabili» - così definiti in uno degli ultimi comunicati stampa della banca - su Alexandria, Santorini e Nota Italia. Nello specifico, su Alexandria l’errore di sopravvalutazione contabile è di 273,5 milioni, su Santorini è di 305,2 milioni e di 151,7 milioni su Nota Italia. “La correzione di bilancio fatta da Mps per 730 milioni comporterà un rilevante effetto negativo sul patrimonio netto 2012, ma l'impatto non è tale da pregiudicare l'adeguatezza patrimoniale complessiva della banca" ha specificato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Ma cosa sono queste operazioni?
Alexandria: Nel 2005 Monte dei Paschi acquista dalla tedesca Dresner Bank uno strumento denominato Alexandria. Pur trattandosi di un titolo complesso legato a sua volta al debito di un’altra società veicolo della banca tedesca, appare fin dall’inizio come un buon investimento: è un CDO (Collateralized Dept Obbligation), cioè un titolo obbligazionario che ha come sottostante un portafoglio di mutui di vario genere. L’esposizione in questi asset è di circa 400 milioni di euro. Quando nel 2009 scoppia la crisi vera e propria, con tanto di panico sui mercati, Alexandria scende del 70% del suo valore, causando una perdita di 220 milioni nel bilancio della banca di Siena. A questo punto la banca giapponese Nomura acquista da MPS, ad un prezzo superiore a quello di mercato, gli asset Alexandria; le due banche stipulano poi un contratto con il quale MPS riceve liquidità per coprire le perdite e cede a Nomura BTP trentennali, impegnandosi a ricomprarli negli anni ad un prezzo più alto.
Santorini: la banca senese decise di utilizzare questo derivato per coprire le perdite dovute ad altri investimenti (precisamente per un equity swap che aveva come sottostante una partecipazione dell’istituto in Intesa) ma le causò un buco di 360 milioni. Nel 2008 Monte Paschi strinse accordi con Deutsche Bank, alla quale cedette Btp trentennali in cambio di liquidità, impegnandosi a ricomprarli successivamente.
Nota Italia: il Monte dei Paschi decise di vendere nel 2006 a JP Morgan dei credit default swaps sullo Stato italiano, come “assicurazione” contro il rischio di fallimento del nostro Paese. All’epoca questi CDS avevano un valore non molto alto, ma, quando la crisi si è acutizzata, il loro valore è aumentato notevolmente, causando ulteriori perdite nel bilancio di MPS.
Ma la verità dei fatti non è ancora uscita fuori. Fino a quando tutti i dettagli non saranno emersi, sarà impossibile stabilire con certezza se la Banca d’Italia, la Deutsche Bank o Nomura avrebbero potuto evitare tali coinvolgimenti o se sono state truffate dal Monte dei Paschi di Siena. La banca senese ha pagato poi caro il riassorbimento dei Btp trentennali e l’aumento dello spread per tre ragioni: la prima è che i prezzi dei titoli di stato sono crollati, facendo contrarre l’attivo dell’istituto; la seconda è che l’Eba (Europea Banking Authority) ha richiesto una maggiore patrimonializzazione per tutte quelle banche che detengono in portafoglio Btp; la terza è che sono esplosi gli oneri connessi ai CDS sui titoli di stato italiano.
Saranno poi emessi nelle prossime settimane 3,9 miliardi dei famigerati Monti bond da parte di Monte dei Paschi. Lo ha detto il presidente di Mps, Alessandro Profumo. Ma come funzionano questi titoli? Quali vantaggi comportano? La banca emetterà 3,9 miliardi di euro di titoli definiti “ibridi” (perché sono una via di mezzo tra azioni e obbligazioni e possono essere convertite in azioni ordinarie al verificarsi di determinate condizioni oggettivamente rilevate) per restituire i Tremonti Bond e per rafforzare il piano il proprio piano industriale. Lo Stato italiano li acquisterà e percepirà un interesse annuo del 9%. Tuttavia questi titoli, pur andando ad aumentare il patrimonio di vigilanza dell’istituto bancario, non daranno luogo a diritti amministrativi. In sostanza, lo Stato concorrerà, in parte, al rischio d'impresa di Mps ma non avrà alcun diritto decisionale. D’altro canto lo spettro della conversione dei Monti Bond in azioni ordinarie (leggasi nazionalizzazione) potrebbe essere di per se un forte incentivo a rimettere in sesto la banca e riportarla ad essere competitivo. Secondo il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, tale aiuto verso l’istituto di Rocca Salimbeni "non è il salvataggio di una banca in crisi; le gravi vicende emerse tuttavia non cambiano la valutazione di Bankitalia sulle condizioni di solidità complessiva del sistema bancario”.
Cosa accadrebbe dunque se lo Stato fosse costretto a convertire questi bond? Si configurerebbe a tutti gli effetti una nazionalizzazione: i 3,9 miliardi di euro, una volta trasformati in azioni, equivarrebbero a circa l’80% del capitale della banca. Come dire; rimettetevi in sesto e trovate altre fonti di finanziamento, oppure vi acquisterà lo Stato.
Michele Cipriani
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