mercoledì 20 febbraio 2013

Binario13: Lifestyle


Una domenica di sole a San Pietro

Prendere la metro, a Roma, sino alla fermata Ottaviano-San Pietro, la domenica successiva all'annuncio delle clamorose dimissioni del Santo Padre non è stata un’idea originale. Il treno ha immesso nelle vie della Città Eterna centinaia di turisti e pellegrini, tutti diretti verso la stessa direzione: la basilica di San Pietro. Non c’è la calma tipica delle domeniche capitoline. Anzi. Sembrano fossero le otto e trenta del lunedì mattina. A Termini. (Chi ha vissuto Roma, non da semplice visitatore, capirà). Eppure, c’è qualcosa di diverso: manca il nervosismo tipico di chi riprende a lavorare dopo il week-end. La sensazione dominante è l’attesa palpitante e gioiosa. Dentro la stazione della metro, nei volti delle persone, nei loro passi svelti, che a tratti diventano corse, si percepisce la portata dell’evento. Tutti vogliono vedere il Papa prima che si compia il pronostico delle sue dimissioni. Molti sono spinti dalla fede e dall’affetto che nutrono verso il Pontefice. Sono la maggioranza. Altri si trovano là per pura curiosità. Altri ancora vogliono sentirsi parte di qualcosa di grande. In effetti, si tratta di un evento storico non unico, ma quasi. Benedetto XVI è uno dei pochi Papi, nella millenaria storia della Chiesa, che hanno scelto di abdicare. L’ultimo era stato Celestino V, colui che “fece per viltade il gran rifiuto”. Così Dante nel III Canto dell’Inferno. Correva l’anno 1294. Altri tempi. Un’altra Chiesa. Forse. Perché forse è stata proprio l’impotenza, a fronte della volontà di riformare e cambiare una Chiesa che non risponde alle prescrizioni evangeliche, a spingere Benedetto XVI a questa scelta. Forse. Ma non importa. Ciò che conta davvero sono le persone, i fedeli accorsi numerosi per porgere il loro saluto a Papa Ratzinger. E sono davvero tanti. Si parla di oltre cinquantamila persone racchiuse tra le braccia del colonnato del Bernini. Vengono da tutto il mondo. Francesi, inglesi, tedeschi, polacchi, spagnoli, argentini, statunitensi, filippini. E non solo. Ci sono persino i giapponesi. (Chi l’avrebbe mai detto?). La piazza è immensa, sembrerebbe difficile riempirla. Non è così, si riempie. E in fretta. Tutti i presenti, col naso in su, guardano la celebre finestra di Palazzo Vaticano, dove il papa si affaccerà per l’Angelus. Il suo penultimo Angelus. Quando l’attesa figura compare davanti agli occhi  impazienti dei fedeli è un tripudio generale. Migliaia di mani si levano verso il cielo per rispondere al saluto. La gioia è palpabile. Le parole del Pontefice, che esorta a scegliere il Bene, piuttosto che il potere e l’egoismo, sono inframmezzate dai cori dei presenti. Viva il Papa! Viva! In varie lingue, il Santo Padre chiede di pregare per lui. E ringrazia. Ringrazia per l’affetto che gli viene dimostrato. Ringrazia perché il Popolo di Dio è accorso così numeroso per salutare il suo Pastore. Grida di giubilo tra la folla che vuol far sentire la sua vicinanza. Le persone non si muovono neanche quando la finestra si chiude, ma continuano a guardare, col naso per aria. Sembra attendano che il Papa faccia di nuovo capolino. Non accade. Ma questa non è una buona ragione per fuggir via, dopo esser giunti sin laggiù. Così, chitarra alla mano, i Papa-boys intonano qualche allegra canzone. Abbracciati. Con la loro allegria coinvolgono anche i curiosi che si sono accalcati attorno a loro. I presenti sono inglobati in un girotondo, che diventa sempre più grande. E con la mano nella mano di uno sconosciuto, tutti cantano le loro lodi al Signore, sotto il sole caldo di una luminosa mattinata romana. È festa. Questo il messaggio che si legge sui volti, i gesti, le voci di tutti. Un messaggio di positività e fratellanza. Questo è il lato più vero e profondo della Chiesa. Quello più sentito, forse. Sicuramente quello più commovente e affascinante.

Michela Boi 

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