lunedì 28 marzo 2016

Cari lettori siamo finalmente tornati. Oggi vi proponiamo un interessante contraddittorio sui candidati delle primarie del Partito Democratico americano. 


Buona lettura, 
Sanders, Leone del Vermont.

"I don’t believe government should take over the grocery store down the street or own the means of production, but I do believe that the middle class and the working families who produce the wealth of America deserve a decent standard of living and that their incomes should go up, not down. I do believe in private companies that thrive and invest and grow in America, companies that create jobs here, rather than companies that are shutting down in America and increasing their profits by exploiting low-wage labor abroad." (discorso alla Georgetown University nel novembre del 2015)

L’arzillo vecchietto Bernard Sanders, che compirà 75 anni l’8 settembre, sta sconvolgendo il mondo politico americano con le sue idee definite da molti socialiste e rivoluzionarie. Eletto sindaco per ben tre volte di Burlingron, la più popolosa città del Vermont, è stato parlamentare per 16 anni e senatore per 10. Fu fra i pochi a votare contro l’invasione dell'Iraq e ad opporsi al Patriot Act.[1] Celebri anche le sue campagne contro la pena di morte e di diritti di donne e omosessuali. Solo nel novembre del 2015 si è affiliato al Partito Democratico, passando comunque agli annali come il più longevo parlamentare indipendente della storia degli Stati Uniti.

Quando, il 30 Aprile 2015, annunciò che avrebbe concorso alle primarie del Partito Democratico[2], ,contro  Hillary Clinton, nessuno credeva potesse arrecare grandi pensieri a colei che tutti i pronostici davano già come la 45° presidente degli Stati Uniti. E invece, su 33 stati in cui si sono già tenute le primarie, Sanders si è imposto in ben 16, arrivando ad un soffio dalla Clinton in altri 4 e accumulando un totale di 1.038 delegati contro i 1.266 di Hillary. Quello che preoccupa maggiormente gli analisti democratici è il fatto che la Clinton ha ottenuto le sue vittorie più nette in stati che i democratici hanno poche speranze di conquistare alle presidenziali mentre ha faticato negli stati in bilico, che saranno in futuro fondamentali.

In questi giorni sono andato a scrutare il programma di Sanders nella sua pagina ufficiale, incuriosito dalle storie contraddittorie che circolano su di esso nei vari mass media. Grazie ad una rara e concisa chiarezza espositiva, priva di fronzoli e sofismi, si ha l’opportunità di comprendere rapidamente quelli che sono gli obiettivi e le risorse con le quali l’uomo vorrebbe raggiungerli. Di sotto riporto alcuni dei punti fondamentali:
               
Riduzione delle disuguaglianze. Fra il 1967 e il 2011 il coefficiente di GINI[3] negli Stati Uniti è passato da 0,397 a 0,477[4] evidenziando come la ricchezza del paese sia sempre più concentrata nella mani di una piccola parte della popolazione. Per far fronte a questo fenomeno, in forte peggioramento nel corso degli ultimi 10 anni, Sanders propone diverse misure:
  • Incremento del salario minimo da 7,25 $ a 15 $ all’ora.
  • Introduzione di una tassa di successione progressiva per coloro che ereditano più di 3,5 milioni di       dollari.
  • Incremento delle imposte per coloro che guadagnano più di 250.000 $ e l’equiparazione dell’aliquota applicata ai proventi ottenuti tramite investimenti a quella dei redditi da lavoro.
  • Far fronte all’evasione fiscale perpetrata dalle grandi imprese tramite l’utilizzo di paradisi fiscali e complesse architetture finanziarie tramite l'intensificazione dei controlli e la creazione maggiori disincentivi. [5]

Lavoro e istruzione. Circa il 5,5% della americani è disoccupato, percentuale che sale  al 15% quando si parla di giovani. Sanders al riguardo propone una serie di misure per alcuni un pò vecchio stampo:
  • Investimenti in infrastrutture per circa 1.000 miliardi di dollari nell’arco di 5 anni con ricadute occupazionali stimate su circa 13 milioni di persone.
  • Creazione di un piano lavoro per i giovani del valore di 5,5 miliardi dollari all’anno.
  • Abolizione delle rette universitarie e riduzione del tasso di interesse applicato ai prestiti studenteschi elargiti dalle agenzie federali dal 4,29% al 2,37%

Diritti dei più deboli. Negli USA mediamente una donna, a parità di lavoro e condizioni, guadagna il 79% di un collega uomo. Tenendo presente che molte di loro sono madri single trovato il problema. Sanders al riguardo propone:
  • Rafforzamento dei programmi federali volti ad aiutare le donne single e l'infanzia.
  • Rafforzare le leggi federali per favorire l’accesso al sistema sanitario e al mondo del lavoro delle persone LGBT.
  • Espandere il sistema sanitario nazionale garantendo ad ogni americano una copertura ulteriore di almeno di 65 $ al mese tenendo conto in particolare degli anziani e dei vecchi.

Complessivamente il programma di Sanders ha molti pregi e molti dei suoi punti non hanno nulla di sconvolgente per un europeo. Altri, come la lotta contro Wall Street o contro i trattati di libero commercio hanno una connotazione un po troppo di parte e una difficile applicazione. Per quanto concerne le coperture finanziarie in generale, alcuni punti ne sono sprovvisti vista l'impossibilità di ovviare nel breve periodo all’evasione delle grandi imprese e alla lotta contro le scappatoie fiscali insite nel sistema tributario americano. Su questo punto Berny, qualora venisse eletto, dovrà lavorare alacremente....

Gianluigi Usai


[1] La norma, con l’obiettivo di ridurre il rischio di attacchi terroristici, rafforza il potere della polizia facilitando l'accesso e la raccolta di informazioni personali. Nell'ottobre 2007 la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale la legge.
[2] Le primarie del Partito Democratico si tengono fra i mesi di febbraio e giugno del 2016. Il candidato del partito viene eletto in modo indiretto ovvero ogni stato, in virtù del numero degli abitanti, pone in palio dei delegati. Questi grandi elettori, eletti tramite il sistema proporzionale, sono successivamente chiamati a scegliere il candidato del partito per le presidenziali.
[3] Il coefficiente di Gini viene utilizzato per  misurare le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Si tratta di un numero compreso fra 0 e 1 in cui valori bassi indicano un uguaglianza nella distribuzione e viceversa valori alti una disuguaglianza.
[4] Fonte: http://gini-research.org/system/uploads/443/original/US.pdf?1370077377
[5] Secondo uno studio del Congresso americano l’evasione fiscale compiuta dalle grandi imprese arreca all’erario statunitense una perdita di circa 100 miliardi dollari all’anno.



Hillary e la White House of Cards. (Verso) quale progressismo?

Da venerdì 4 marzo House of Cards torna, con la sua quarta stagione, a far presenza fissa nella vita delle persone, almeno in quella di chi (al netto dei necessari detrattori) ne è diventato fan e poi quasi subito “accro”, vero e proprio web-dipendente.

In Italia pare che i diritti per la trasmissione della serie se li sia comprati Sky Atlantic, qui in Francia, invece, Netflix continua a trasmetterlo, convincendomi, con questo colpaccio, a passare dal mese di prova all’abbonamento payant.

Quest’anno, però, a rendere il tutto molto più condito c’è la stretta attualità, quella delle “vere” Presidenziali Usa 2016, caratterizzate, prima facie, da una forte dose di punti interrogativi, soprattutto quando si pensa alle primarie dei Repubblicani e all’ascesa inarrestabile ma non incomprensibile del milionario (ho scelto un aggettivo neutro) D. Trump.

Anche per i  Democratici (che nella finzione sono rappresentati dal politico senza pudore Frank Underwood), le primarie per l’elezione, nel novembre del 2016, del prossimo Presidente sono iniziate il primo febbraio nello Stato dell’Iowa. La favorita per la vittoria, secondo i più, sarebbe Hillary Clinton, per quanto il suo avversario socialista Bernie Sanders sembri renderle il compito di futura eletta piuttosto spinoso e affatto anodino. Probabilmente quest’ultimo, oltre a piacere ad una certa Europa che guarda con riserbo e scetticismo all’America, ha saputo catalizzare una larga parte del disappunto popolare made in Usa.  In via di estrema sintesi, possiamo dire che il rivendicato impegno progressista del senatore del Vermont si distingue nettamente dalla posizione più padronale che sindacale dell’avversaria Clinton.  

Hillary, dal canto suo, ha da offrire una carta che chiunque non può fare a meno di notare: il suo essere donna.

Al suo primo tentativo, nel 2008, di candidata all’investitura democratica, durante la campagna elettorale aveva scelto di soprassedere circa fatto che la sua elezione alla Casa Bianca avrebbe comportato un primato storico: sarebbe stata il primo Presidente Usa e soprattutto “Commander-in-Chief of the Army and of the Navy”di sesso femminile.  Mi duole dirlo, anzi scriverlo (oggi peraltro è l’otto marzo, per cui mi pesa ancora di più questo ragionamento) ma l’afflato femminista non si contiene facilmente, anche quando è funzionale solo ad un gioco di strumentalizzazioni tattiche.
All’epoca prevalse, invece, l’afflato antirazzista e l’orgoglio afroamericano, Obama, infatti, scelse di sottolineare la storicità della sua vittoria, l’elezione di un nero da parte di un elettorato prevalentemente bianco. Anche allora lo scenario sullo sfondo era quello dell’Iowa, ed Hillary si posizionava terza classificata, dovendo riconoscere la difficoltà della sfida. Poi, sei mesi dopo, al momento della riconosciuta sconfitta, nel suo discorso di sospensione della campagna compare “finalmente” l’espressione  “glass ceiling”, il soffitto di cristallo che le donne non riescono mai, secondo la tradizione e l’odierno storytelling, a sfondare.

Ecco qui alcuni stralci dello speech “finale” del giugno 2008 di una Donna ormai ex candidata alla nomination  presidenziale[1] : “…Now, on a personal note, when I was asked what it means to be a woman running for president, I always gave the same answer, that I was proud to be running as a woman, but I was running because I thought I'd be the best president.
But I am a woman and, like millions of women, I know there are still barriers and biases out there, often unconscious, and I want to build an America that respects and embraces the potential of every last one of us.
I ran as a daughter who benefited from opportunities my mother never dreamed of. I ran as a mother who worries about my daughter's future and a mother who wants to leave all children brighter tomorrows.
To build that future I see, we must make sure that women and men alike understand the struggles of their grandmothers and their mothers, and that women enjoy  equal opportunities, equal pay, and equal respect.
Let us resolve and work toward achieving very simple propositions: There are no acceptable limits, and there are no acceptable prejudices in the 21st century in our country.
You can be so proud that, from now on, it will be unremarkable for a woman to win primary state victories - unremarkable to have a woman in a close race to be our nominee, unremarkable to think that a woman can be the president of the United States. And that is truly remarkable, my friends.
To those who are disappointed that we couldn't go all of the way, especially the young people who put so much into this campaign, it would break my heart if, in falling short of my goal, I in any way discouraged any of you from pursuing yours.
Always aim high, work hard and care deeply about what you believe in. And, when you stumble, keep faith. And, when you're knocked down, get right back up and never listen to anyone who says you can't or shouldn't go on.
As we gather here today in this historic, magnificent building, the 50th woman to leave this Earth is orbiting overhead. If we can blast 50 women into space, we will someday launch a woman into the White House.
Although we weren't able to shatter that highest, hardest glass ceiling this time, thanks to you, it's got about 18 million cracks in it, and the light is shining through like never before, filling us all with the hope and the sure knowledge that the path will be a little easier next time.”

Oggi però Hillary non ha più come sfidante  il “primo Presidente di colore” della storia, può tranquillamente presentarsi come madre, nonna e moglie, insomma come la “prima donna Presidente” degli Stati Uniti d’America. Può premere sul tema della parità dei salari, sui congedi parentali e di malattia. Se Sanders l’accusa di fare parte dell’establishment, lei può rispondere tono su tono con l’argomento del genere, della donna che per la prima volta prova a sfondare il tetto della Presidenza Usa.

Il problema è che stavolta le sfumature di colore (o di genere) contano poco, la campagna dei democratici è controbilanciata, infatti, dagli assalti grotteschi ma piuttosto efficaci di Trump sul versante dei Repubblicani, che non hanno certo problemi a far propria la metrica del machismo per impostare la battaglia (anzi “Moderate Republicans in the House are pussies” dicono loro).  Diciamo, inoltre, noi che Clinton oggi si interfaccia, per le primarie, con un politico definito “socialista”, con una bestia assai diversa da domare rispetto all’animale sociale, premio nobel sulla fiducia, Obama. L’appello al genere, alla lobby in senso atecnico delle femmine, potrebbe quindi non funzionare.
Mettiamola così. Perché un’ americana democratica dovrebbe votare per una donna in ossequio ad una logica di appartenenza e di solidarietà, chiamiamola femminile, a prescindere dai contenuti, appunto dalle idee? Questa mi pare la domanda che occorre porsi, oggi, nel 2016, più che allora nel 2008.

Oggi il femminismo sbandierato in sé e per sé (e quindi poco tale), in un’epoca  segnata dal ritorno dell’idea “dell’uso legittimo della forza” e dei valori “maschi” come baluardo della sicurezza (la Francia meriterebbe una parentesi spin -off su questo tema) rischia di avere uno scarsissimo appeal.
Alle primarie dunque le donne americane votano Bernie così come votano Hillary, per motivi altri rispetto al genere, perché la “vera rivoluzione” (slogan di Sanders) non consiste nel portare una minoranza al potere[2].

Eppure Hillary Clinton sottolinea che la battaglia per la parità non è ancora stata vinta: il Time in un articolo recente riporta, del resto, che non solo in America non è mai stata eletta una donna Presidente, ma anche che solo il 12 per cento dei governatori, il 18 per cento dei sindaci e meno del 5 per cento dei 1000 CEO riportati su Fortune sono donne. Insomma c’è terreno fertile per far valere certe argomentazioni.

Usate la testa e il cuore dice Hillary per convincere gli elettori,  ma per il NYTimes c’è anche un problema generazionale da prendere in considerazione.  Per quanto la Clinton abbia tirato dentro la sua campagna la giovane Lena Dunham, creatrice e star dello show targato HBO  “Girls,” nonché la cantante Demi Lovato, per strizzare l’occhio alle elettrici delle ultime generazioni, qualcosa sembra non carburare.

Probabilmente non basta che sia una donna, perché per molte e molti Clinton potrebbe non essere, ovvero non rappresentare, la giusta “prima” donna.  Chi vota sceglie l’avversario dei Repubblicani, e nel piatto ha forse bisogno di qualche ingrediente in più.
Anche se Hillary, bisogna dargliene atto, a risposta dello slogan di Sanders, si presenta  come la candidata progressista che vuole cambiare le cose sì ma con realismo, cercando di classificare così il competitor come un non pragmatico che offre più che altro delle illusioni. Insomma la sinistra di Wall street contro la sinistra del popolo americano,verrebbe da dire, adottando l’interpretazione che offrono i sostenitori del senatore “socialista”(riferendosi anche, chiaramente, alle diverse fonti di finanziamento dei due[3]).  

Partendo proprio dalla riflessione sul realismo/ idealismo dei due candidati, il professore Jedediah Purdy della Duke Law School ha recentemente analizzato, in un articolo apparso sull’Huffington Post [4], gli argomenti usati dall’establishment democratico per ledere la legittimità di Bernie Sanders, come candidato credibile. In particolare, Purdy si sofferma sulle posizioni dell’economista neokeynesiano Paul Krugman e della giornalista del New Yorker, Alexandra Schwartz, entrambi sostenitori della Clinton. Secondo Krugman, infatti,  governare risulta un compito troppo impegnativo per un idealista democratico socialista, che peraltro non appare disposto a fare compromessi. Ed è, peraltro, su questa falsariga, quella dei trade-offs inidspensabili, che scatta l’endorsment per Hillary da parte del The New York Times Editorial Board: “Mrs. Clinton has done her homework on pretty much any issue you care to name”.
Per la Shwartz, invece, Sanders farebbe presa sui più giovani perché capace di evocare miti di purezza e di "nostalgia for an imaginary time of simpler, more straightforward politics”.
Purdy, sostiene, nel prosieguo del suo ragionamento che gli argomenti di Krugman e Shwatz ricordano quelli di due intellettuali della prima metà del Novecento: Walter Lippmann e Joseph Schumpeter. Questi ultimi, secondo l’autore, avevano della democrazia un’idea pragmatica, ovvero la interpretavano come strumento di manipolazione per ottenere il consenso appunto della maggioranza, letta come un insieme di cittadini ignoranti  dei veri meccanismi che governano il sistema politico ed economico.
È dunque la versione del realismo in politica che viene in soccorso della carta meno vincente del femminismo al comando, è l’idea che qualcuno deve pur saper governare, a prescindere forse dalla concreta possibilità di realizzare le promesse contenute nel programma.
Non c’è allora bisogno di guardare, tutto d’un fiato possibilmente, i nuovi episodi di House of Cards per avere lezioni scontate sul potere, sulle agghiaccianti macchinazioni della politica. Anche nella realtà una ex First Lady (spoiler alert) va verso il gradino più alto nel podio di quelli che contano. Anche nella realtà, si mescola un po’ di sana soap opera (che per il popolo ignaro o ignorante va sempre bene) sull’importanza di essere donna, progressista ma realista, oppure uomo sì ma socialista, appoggiato dalla gente e dai sindacati, con idee “rivoluzionarie”, contenute in un programma ispirato alle social democrazie scandinave (alla Olof Palme), con la necessità, questa certo  di natura pragmatica, di tirar fuori un nome che ha serie possibilità di essere quello del prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Benedetta Celati



[1] Per seguire tutto il discorso ecco il link al video http://www.nbcnews.com/id/21134540/vp/25021292#25021292
[2] Ecco il link al video dell’endorsement di Madeleine Albright, che invece sembra proprio usare questo argomento con una certa veemenza (There’s a place in Hell reserved for women who don’t help other women) http://www.nytimes.com/video/us/politics/100000004193587/albright-urges-women-to-back-clinton.html?src=vidm
[3] Secondo Open Secrets, che raccoglie i dati per l’insieme dei membri del Congresso, Hillary Clinton ha tra i suoi finanziatori che l’hanno sostenuta lungo tutta la sua carriera politica cinque grandi banche i cui nomi sono ampiamente associati a Wall Street:  Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan Chase, Citigroup, e Lehman Brothers (di cui tutti conosciamo la sorte).

domenica 31 maggio 2015

Nuovi e vecchi potenti
  
Sempre più spesso personalità del mondo degli affari sostituiscono i politici nelle posizioni apicali della classifica Forbes sulle donne e gli uomini più potenti del mondo. Seppur questo ranking abbia un funzione puramente orientativa consultarlo risulta utile per comprendere le dinamiche in atto a livello globale. In un futuro non troppo lontano, le persone di seguito descritte, solo alcune delle quali già facenti parte di questa speciale classifica, potrebbero giocare un ruolo decisivo.

Vincent Bollorè, 63 anni, un patrimonio stimato di 7,2 miliardi di dollari, è a capo dell'omonimo gruppo dal 1981. Dopo averlo radicalmente ristrutturato, l'ha trasformato in una conglomerata con interessi che che vanno dal settore della logistica, dove controlla il più importante operatore del settore in Africa, alla pubblicità, con Havas. Ha sviluppato con Pininfarina le vetture elettriche utilizzate da Autolib, il servizio di car sharing attivo a Parigi e in altri 40 comuni dell'Île-de-France. Nel 2011, con la vendita dei canali Direct 8 e Direct Star a Canal + è entrato in Vivendi, colosso francese dell'entertainment. Nel 2014 ne è divenuto presidente e si è reso l'artefice della sua profonda trasformazione con la vendita degli attivi telefonici e la focalizzazione sui contenuti. Alla fine del 2015, una volta ultimato il processo di dismissioni, Vivendi si troverà con ben 18 miliardi disponibili fra cassa e titoli liquidabili. Somma che ha già suscitato l'interesse di grossi investitori, quali per esempio Peter Schoenfeld, che invano hanno cercato di costringere la società a distribuire tale somma. In Italia, dove Bollorè è da lungo corso azionista di Mediobanca, proprio in questi giorni Vivendi si sostituirà a Telefonica nel ruolo di primo azionista di Telecom Italia. Il mercato italiano è fertile. La convergenza telefonia – contenuti è solo ad uno stadio embrionale. Il settore della pay tv è caratterizzato dalla presenza di operatori, Sky e Mediaset, in difficoltà. I tempi sono quindi maturi per permettere a Vivendi di diventare il leader del mercato italiano. Obiettivo raggiungibile sfruttando le sue risorse per rafforzare la sua posizione in Telecom e, allo stesso tempo, espandersi nei contenuti, magari acquisendo Mediaset Premium, concessionaria dei diritti tv per la Champions league per i prossimi tre anni ma bisognosa di risorse per crescere.

Toru Hotchi è un oscuro funzionario del ministero della difesa giapponese. Ufficialmente direttore della divisione per gli armamenti, nella pratica, seguendo le orme di quanto fecce il MITI[1] per l'industria civile, si occupa di sponsorizzare e favorire la vendita di armi giapponesi all'estero. Il rinato attivismo nipponico si è reso possibile grazie alla modifica dei tre principi fondamentali nazionali sull’esportazione di armi. Stando a quanto pubblicato dal ministero della difesa di Tokyo, il paese esporterà armi solo a coloro che risulteranno avere una gestione appropriata dell’equipaggiamento richiesto. L'affievolimento della legge permetterà al settore, confinato ai soli confini domestici a seguito della II guerra mondiale, di partecipare alla corsa agli armamenti in atto in Asia. L'India, per esempio, conta di spendere 150 miliardi di dollari per ammodernare il proprio apparato militare da qui al 2027. Gli altri paesi della regione, intimoriti dalla crescente potenza cinese, faranno lo stesso. Le imprese giapponesi non sono ancora preparate per competere su un mercato tanto complesso, dove politica ed affari si incrociano in un grimorio indipanabile. Possono però già contare su una indiscussa posizione di leadership in alcune nicchie di mercato come quella dei sottomarini diesel o degli aerei anfibi. In futuro vedremo se Toru Hotchi sarà stato in grado di aiutare, fornendo un adeguato supporto diplomatico, le imprese giapponesi nella conquista dei mercati mondiali.

Mohammad bin Salman, 34 anni, dal 23 gennaio 2015, lo stesso giorno in cui suo padre è asceso al trono degli Al Saud, è il nuovo ministro della difesa dell'Arabia Saudita. Come principale consigliere del re,ha favorito un profondo cambio nelle alte sfere del paese, conclusosi, il 29 aprile, con la rimozione del fino ad allora principe ereditario. Grazie a questa manovra Mohammad ha consolidato il suo potere divenendo al contempo terzo nella linea di successione. Il principe ha favorito uno stile di governo decisamente più dinamico ed aggressivo. L'intervento in Yemen, operazione che sta dirigendo in prima persona, evidenza ulteriormente il cambio di rotta. L'Arabia Saudita si trova in una situazione complessa. Gli americani stanno cercando di porre fine ad anni di lotta con l'Iran, principale nemico del regno. Questo accordo potrebbe in futuro privare Riyadh del prezioso supporto americano in chiave anti - iraniana. A livello economico il paese è impegnato in una lotta per il mantenimento della primazia nel mercato globale del petrolio contro il duo Iran - Irak e i grandi produttori shale americani. Obiettivo spregiudicatamente perseguito favorendo un rapido crollo del prezzo del greggio a cui il regno può far fronte, visti i suoi bassi costi di estrazione, ma non molti altri membri dell'OPEC. Il regno degli Al Saud è un paese fra due mondi con un piede nel medioevo e uno nel nuovo millennio. Mentre il governo continua ad interpellare gli ulema sulla congruità o meno ai principi del Wahhabismo di ogni importante provvedimento, il volto della città è sempre più costellato da nuovi grattacieli e moderne infrastrutture. Solo fra un anno paio di anni potremo sapere se il nuovo deciso approccio del paese in campo economico e politico avrà avuto successo. Da esso probabilmente dipenderà anche il destino del giovane principe.

Gianluigi Usai


[1] Ministero per il Commercio Internazionale e l’Industria.

domenica 17 maggio 2015

Una mattina mi son svegliato e ho trovato (morto di freddo) l’invasor

Iniziavo a Parigi il mio 2015, un po’ stanca, un po’ impaurita ma anche, decisamente, un po’ contenta.
Nella mia nuova soluzione temporanea mi ero ricavata lo spazio per riempire la testa di riflessioni, suggestioni, ambizioni. Quelle di sempre con l’aggiunta di qualche nuova, confusa, impressione.
Erano i mesi dopo l’ attentato di Charlie Hebdo, dopo la manifestazione di Parigi, erano i giorni dell’Isis in Libia e dell’Italia che deve, può, ma forse no, intervenire. Erano i giorni degli sbarchi sulle coste della Sicilia.
A ben vedere la questione dei migranti non rappresentava proprio una novità del nuovo anno, assumeva però una rilevanza nuova se associata alle prime due consistenti novità, almeno secondo l’informazione organizzata e globalizzata, quella che crea opinione.
Non nego poi che anche la vittoria di Tsipras in Grecia, nel mentre, abbia avuto il suo peso. Forse solo momentaneo, ma dell’entusiasmo incosciente a me e ad altri lo ha portato.
Cosciente della mia incoscienza, leggevo tutte queste notizie di inizio anno e liberavo un po’ di pensieri, sensazioni a volte inutili, se colte fuori da un insieme.
Con le elezioni in Grecia di fine gennaio e la vittoria di Syriza, Bella Ciao, nella versione “moderna” dei Modena City Ramblers, è diventata una sorta di inno globalizzato. Già era stata proposta in lingua originale (almeno nel ritornello) ma promotrice di un nuovo spirito trascinatore, a Istanbul, nella celebre Piazza Taksim, nel giugno caldo del 2013, nonché sempre nella nota città turca dalla band Yourm (in versione, però, completamente turca). Poi c’era stata Honk Kong, con gli studenti di umbrella revolution, e Parigi, prima con la versione balcanica di Bregovic , nel 2013, e poi con la versione commossa ai funerali di Tignus e Charbonnier (Charb), ad inizio anno.
A leggere il testo ci si accorge, come sempre quando si presta un po’ di attenzione, che le parole sono importanti.
Quando leggo invasore penso che Bella Ciao si riferisce ad un contesto specifico e particolare. Anche se, come riporta il sito dell’Anpi, la canzone divenne inno ufficiale della Resistenza solo vent’anni dopo la fine della guerra, quel termine, invasore, significava e significa lotta per la libertà, resistenza di fronte ad un nemico vero, in carne ed ossa, che veniva combattuto con le armi e con il sacrificio della vita.
Oggi la parola invasore ha subìto una pericolosa ma ragionata operazione di sdoganamento culturale.
Tra gli invasori “eccellenti” però troviamo soprattutto loro, i migranti che arrivano del mare.
Il naufragio di Lampedusa, nell’ottobre 2013, ci ha restituito 366 (invasori) morti. In seguito a questa tragedia delle tragedie (la contabilità di chi perde la vita in questi viaggi disperati è decisamente infinita), scattava l’operazione Mare Nostrum, operazione sintetizzata nell’acronimo SAR, Search and Rescue, ovvero, di ricerca e soccorso.
Il 17 ottobre del 2014, a un anno circa dall’avvio di Mare Nostrum, Gil Arias Fernandez, direttore esecutivo dell’agenzia europea per la tutela delle frontiere Frontex, commentava a Varsavia, sede dell’agenzia, l’avvicendamento, dal 1 novembre, di Triton, sottolineando la differenza profonda delle due operazioni. A chiosa poi aggiungeva “ Le agenzie UE non possono sostituire gli Stati membri nella responsabilità di
controllare le loro frontiere”. Traducendo in maniera provocatoria questa affermazione, verrebbe da dire “ad ogni Stato”, secondo Fernandez, “spetta l’onere di mantenere il proprio personale muro di Berlino”.
Triton è, infatti, un’operazione coordinata e finanziata dall’agenzia Frontex, che costa meno di Mare Nostrum (3 milioni di euro al mese contro i 9 milioni della precedente) ma che ha, soprattutto, una ratio e delle finalità diverse. Con Triton, inizialmente destinata a terminare il 31 gennaio 2015, si implementa l’obiettivo, coerente con le funzioni dell’agenzia madre, di controllo delle frontiere, senza che vengano mobilizzate la ricerca ed il soccorso. Anche se poi di fatto, quando la gente affoga, se ti trovi in mare la devi soccorrere, che si tratti di un’operazione umanitaria di soccorso o securitaria di controllo delle frontiere.
Secondo i dati forniti dall’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, Capo di Stato Maggiore della Marina, durante l’audizione di dicembre 2014, presso la Commissione Diritti Umani del Senato, nel novembre 2013 gli immigrati giunti e soccorsi nel mediterraneo con Mare Nostrum furono, infatti, 1883, mentre nel novembre del 2014, tra i 9.134 migranti in arrivo, 3.810 sono stati soccorsi e sottoposti a screening sanitario prima dello sbarco, mentre 5.324 sono arrivati direttamente senza screening sanitario, essendo state coinvolte maggiormente nelle operazioni di recupero, con l’avvio della missione europea, le navi mercantili, sprovviste di personale sanitario a bordo. I numeri, come le parole, quando sono letti con attenzione, contano.
Ma le parole, il lessico, quando si affronta il problema dei flussi migratori che l’Europa deve provare a gestire, risulta sorprendentemente convergente verso l’emblematica costruzione dell’immaginario bipartisan della cosiddetta “umanità indesiderabile”. In Italia, per esempio, questo immaginario è stato arricchito dalla progressiva elaborazione della figura, prima concettuale, poi anche giuridica, dell’immigrato illegale, con la creazione di una nuova categoria di delinquente: il migrante.
Ma in fondo è l’intera politica migratoria europea ad essere fondata sulla necessità di difesa dal fantasma dell’invasione, combattuto a colpi di barriere giuridiche ma anche, appunto, fisiche, per ottenere una teorica solida chiusura del proprio territorio “aperto”, in perfetta asimmetria logica e concettuale con il principio comunitario della libera circolazione. Basta consultare il sito web Migreurop.org per rendersi conto, consultando la cronologia delle politiche europee (aggiornata al febbraio 2014) in materia di migrazione ed asilo, di come il loro incremento si sia sviluppato in parallelo, come in un fatale e assurdo gioco di proporzionalità diretta, con il crescente numero dei migranti morti.
Ma adesso, come ci racconta la cronaca dello scorso febbraio, con un agghiacciante “salto di qualità” nella scala degli orrori, si muore anche a bordo dei mezzi di soccorso, se non interviene l’annegamento, se non ci pensano le onde alte come muri e violente come il peggio che si può immaginare, in questi tempi duri per i troppo buoni c’è il freddo che può contribuire ad allungare la contabilità di chi si è perso prima ancora di arrivare.
Con Triton il pattugliamento, infatti, può giungere solo sino a trenta miglia dalle coste europee, ma l’Italia, che è “le coste europee”, rischia di vivere questo limite, legato al budget inferiore dell’operazione europea, come un ulteriore peso sulla coscienza, come una drammatica continua esposizione al dolore.
Gli eventi recenti mostrano, con un’altissima dose di asprezza, la verità di certe previsioni. Il Sud, con il suo quotidiano coinvolgimento coraggioso nei fatti di cronaca legati ai naufragi ed agli sbarchi di chi si salva, con la sua capacità di fare da porto umanitario, la punta dello stivale, a Parigi mi fa sentire straniera, perché in realtà mi fa pensare che sono italiana. Italiana come i tanti che commentano gli eventi e che dicono, a torto o ragione, dipende da come si argomenta, che l’Europa non può continuare a lasciar solo il nostro
Paese, che deve, con tutti i suoi Stati membri, anche quelli lontani dalle coste del mediterraneo, partecipare e cambiare concretamente il sistema, oltre agli annunci.
I riferimenti all’Europa sono chiaramente inevitabili, soprattutto adesso, a pochi giorni dall’ultimo (o meglio uno degli ultimi) naufragio infernale che, con i suoi almeno settecento morti affogati, ha scosso le coscienze e messo nella bocca di tutti parole importanti, troppo sovente separate dal loro autentico significato.
Gli otre settecento morti in mare hanno, solo apparentemente, fatto intendere un cambiamento di rotta. Non nelle navi degli scafisti ma nelle intenzioni di chi ci governa.
Giovedì 23 aprile 2015, infatti, si teneva a Bruxelles un Consiglio europeo straordinario, in seguito al quale veniva annunciato un timido piano d’azione europeo. Risultato: verranno triplicati i mezzi di Triton, operazione di sorveglianza delle frontiere, senza ripristinare l’operazione italiana Mare Nostrum, e sarà inasprita la lotta contro i trafficanti di esseri umani.
Al di là delle opinioni, molte delle quali espresse senza la necessaria prudenza che richiederebbe una questione al contempo così sporca e delicata, io registro solamente un dato: il senso di impotenza, misto ad una profonda paura. Paura del genere umano e delle cose tremende che può arrivare ad accettare.
Mi tengo stretta la mia sensibilità ma di fatto non mi serve a molto, se non ad immaginare le vite delle persone, oltre i numeri e i dati di cronaca. Penso al fenomeno dei tanti minori che partono non accompagnati, a chi li manda, a come deve stare dentro quando arriva a lasciar andare un figlio, senza conoscere l’esito di quella partenza, senza sapere se ci sarà un arrivo. Penso a quanti hanno vicende tristi da raccontare, le storie di un continente che, anche in senso figurato, si trova sotto i nostri piedi, che racconta quasi esclusivamente drammi, situazioni che danno il senso di una rotta che difficilmente si può invertire.
Quando ero piccola, me lo ricordo bene, quelli che dicevano “aiutiamoli in casa loro”, quelli che sostenevano che occorresse con urgenza investire per creare delle migliori condizioni nei Paesi martoriati, perché in fondo non si poteva fingere di ignorare le cause di tanto caos e dolore, erano quelli considerati altruisti, quelli che magari avevano una visione meno ristretta dei perimetri terresti e che cercavano un po’ di riflettere, in chiave non solo altruistica, sul futuro del genere umano e dunque anche sul loro.
Oggi egoismo ed altruismo si distinguono male, si confondono nelle affermazioni tanto ipocrite quanto ad effetto di chi dice bombardiamo le navi, però chiaramente vuote, per ragioni umanitarie, assicuriamoci di intervenire direttamente nei Paesi di partenza, come se fosse facile e come se finora non fosse stato importante. Come se un problema legato praticamente alla storia del nostro sviluppo potesse risolversi in una congerie di piccoli interventi riparatori, missioni efficaci, concordate con presunte organizzazioni internazionali, consapevoli già in partenza della debolezza dei propri intenti nobili.
Perché così vanno le cose, da sempre, e ora forse con tutto questo “fuggi fuggi” di esseri umani, con l’impellenza del problema concreto di dove distribuirli, delle quote di ripartizione, ci viene in mente anche il resto, quello che non ha mai smesso di essere il punto della questione.
Questo è il tempo in cui anche gli egoisti che parlano di invasione, che distinguono i moderati dagli estremisti, i regolari dai clandestini, insomma i sempre buoni dai sempre cattivi, si accorgono che le storie degli esseri umani pesano, a volte quanto i numeri e dati statistici, e che le fotografie dei volti delle persone a volte rischiano di passare osservate. Sono, infatti, delle istantanee che raccontano quel poco che basta ad
inficiare la retorica compatta del non ne voglio sapere, sono troppi, arrivano in un momento di crisi, arrivano nei giorni dei bilanci in pareggio, del poi, comunque, è anche un problema di sicurezza nazionale.
Questo è il tempo in cui tutti cantano tutto, ed è in questo tempo, infatti, che le parole si confondono.

Benedetta Celati,
Parigi anno 2015

domenica 12 ottobre 2014

Perchè tanti spin off?


Il 30 settembre il management di EBay[1] ha annunciato uno spin off dal quale emergeranno due società distinte, ciascuna delle quali focalizzata su uno specifico business. Il 6 ottobre, Hewlett Packard[2] e il 10 ottobre Symatec Corp[3] e Blackstone[4] hanno annunciato che seguiranno lo stesso percorso. In tutti e quattro i casi, il management, per spiegare l'operazione, ha utilizzato frasi che poco divergono da quella di Michael Brown, CEO di Symantec:

"It has become clear that winning in both security and information management requires distinct strategies, focused investments and go-to market innovation. Separating Symantec into two, independent publicly traded companies will provide each business the flexibility and focus to drive growth and enhance shareholder value."

Su Bloomberg, Katie Benner, è riuscita a riassumere in poche righe il perchè di queste scelte strategiche:

This fall's big corporate trend is to split fast-growing businesses from those that are advancing more slowly. Companies are trying to find ways to return value to shareholders in an environment where markets are moving higher and break-up announcements are often followed by stock price gains.

Che cosa possiamo apprendere da queste operazioni?
1.      La formula imprenditoriale di queste società non è più competitiva o attuale. Quando essa è valida il valore dell'impresa è superiore alla somma delle sue parti, prese singolarmente. In tutti questi casi, invece, gli analisti si aspettano dallo spin off la liberazione di forti benefici, precedentemente inespressi. Nel caso di Blackstone, addirittura, la sola presenza dell'Advisory, per via dei vincoli regolamentari, stava comportando delle limitazioni nell'operatività delle altre divisioni.
2.      In Italia, ma più in generale in Europa, si predilige alla scissione lo scorporo. Con la prima tecnica, dalla società originaria, si creano due entità distinte, ciascuna con la stessa base azionaria. Con la seconda, invece, le azioni della nuova entità sono possedute dalla vecchia. E' quindi naturale che nel primo caso gli azionisti abbiano un beneficio immediato dall'operazione mentre, nel secondo, esso dipenderà dalla capacità del management della vecchia società di valorizzare i fondi liberati.
Nei paesi anglosassoni la direzione, qualora non crei valore per gli azionisti, viene obbligata a lasciare il suo ruolo da parte del consigli di amministrazione oppure da azionisti attivi o ancora la società potrebbe essere oggetto di una scalata ostile. In Europa il mercato del controllo societario non è efficace per via di una serie di ostacoli culturali-amministrativi ma anche dal diverso modello di corporate governance. Le società sono molto spesso controllate da uno o più soggetti e con un management che fa più gli interessi di una parte che della pluralità degli azionisti.




[1] EBay. Società statunitense, fondata nel 1995 da Pierre Omidyar, gestisce dei siti di aste on-line che possono essere utilizzati dagli utenti per comprare e vendere prodotti.
[2] Hewlett-Packard Company. Società statunitense, fondata nel 1939 da Bill Hewlett e David Packard, si occupa della produzione di hardware e di software. Fino al 2011 è stata la principale produttrice mondiale di pc.
[3] Symantec Corp. Società statunitense, fondata nel 1982, si  occupa principalmente della produzione di software destinato a salvaguardare la sicurezza dei computer da attacchi informatici.

[4] Blackstone. Società statunitense, fondata nel 1985 da Peter G. Peterson e Stephen A. Schwarzman, è specializzata nei settori di private equity, investimenti immobiliari, hedge funds, ristrutturazione di aziende e gestione di fusioni e acquisizioni.

lunedì 6 ottobre 2014

Editoria? La svolta necessaria.

La comparsa di internet, quale mezzo d'informazione ed intrattenimento alternativo a libri e giornali, la globalizzazione, che sta progressivamente creando un'unica cultura planetaria, sommate ad una vita sempre più stressante, stanno rendendo la vita difficile al mondo dell'editoria. Con l'ausilio di Vittoria, autrice da pochi mesi del suo primo libro, e di Irene, giovane editrice, cercheremo di comprendere le ragioni della crisi del settore e le possibili risposte che questo dovrà dare per saper rispondere alle nuove esigenze dei lettori.

1. Come ti sei avvicinata al mondo dell'editoria? Qual'è stata la tua esperienza fino ad ora? 
Irene: Ho sempre avuto la passione per i libri e ho sempre desiderato lavorare a contatto con essi, perciò ho scelto di frequentare due corsi di laurea che mi hanno permesso di farlo. Grazie a questa scelta ho avuto la possibilità, in periodi diversi, di fare uno stage in una casa editrice e di lavorare con traduttori professionisti.
Vittoria: Mi sono avvicinata al mondo dell'editoria attraverso la pubblicazione del mio primo romanzo, dopo aver partecipato ad una selezione per scrittori emergenti, indetta dalla mia Casa Editrice, appunto. Fino ad ora la mia esperienza è stata positiva, ho ricevuto in breve tempo, un contratto piuttosto articolato, che, devo dire, ha soddisfatto le mie aspettative. La disponibilità per qualsiasi mio dubbio o perplessità, è stata inoltre immediata sin dal primo momento.

2. Quali pensi siano i principali problemi del settore? Pensi che la tecnologia, ovvero l'avvento dell'ebook, possa aiutare? 
I: Il problema principale è la mancanza generale di educazione alla lettura, e si acuisce in un periodo di crisi: meno soldi, meno acquisti, meno possibilità di investire. L'ebook non è romantico come un libro da sfogliare, ma rappresenta l'inevitabile adeguamento al mercato digitale, come già successo per film e musica. Senza dubbio è comodo poter avere centinaia di libri in un solo dispositivo; il rischio maggiore è costituito dalle riproduzioni illegali.
V: Ritengo che i principali problemi del settore riguardino in particolar modo le grandi difficoltà che uno scrittore sconosciuto, sia esso giovane o già in avanti con gli anni, trova nel riuscire a far pubblicare le proprie opere. Una casa editrice, a mio avviso, dovrebbe infatti valutare il valore delle opere che le vengono inviate, e non soppesare l'identità dello scrittore. In tempi recenti, per fare un esempio, vengono pubblicati troppo spesso libri i cui autori sono personaggi del mondo dello spettacolo, libri che magari non contengono alcun significato, scritti in modo orribile o addirittura da altri per loro, ma in quanto  appartenenti a persone già famose, vengono editi a prescindere.
Per quanto riguarda l'avvento dell'ebook, credo che da un lato, sia molto positivo, poiché le opere hanno una diffusione più capillare, questo però nel mondo dei giovani, o comunque di chi ha la possibilità di sfruttare la tecnologia. Un libro cartaceo è invece accessibile più o meno a tutti ormai, perciò sono dell'avviso che non debba mai essere soppiantato da quello in formato digitale, sia perché l'informazione e la cultura devono essere alla portata di ciascun individuo, sia per scongiurare il rischio di diventare eccessivamente dipendenti dal mondo computerizzato, alla stregua di veri e propri automi.

3. Amazon sta travolgendo le librerie e il loro attuale modo di essere. Quali provvedimenti, pensi, queste debbano adottare per arrestare il loro declino? 
I: Amazon è uno store globale, dove si trova di tutto, ed è facile rimanere affascinati dalla possibilità di avere tutto quello che vuoi a domicilio. La battaglia con un tale colosso sembra persa in partenza, ma le librerie, da parte loro, hanno due armi da sfruttare per riuscire a conviverci: trovare il modo di vendere in negozio il prodotto digitale e puntare sul contatto umano. Mettere il cliente al centro dell'attenzione, coinvolgerlo, consigliarlo, appassionarlo. La parola d'ordine deve essere "competenza", se il cliente-lettore la troverà continuerà a fidarsi.
V: Con l'impazzata di Amazon, le librerie, per evitare il loro declino, dovrebbero organizzare molto frequentemente delle serate interamente dedicate alla cultura, magari prefiggendosi un tema da affrontare, come per esempio il pensiero di un determinato autore, il contesto in cui si sviluppa e via dicendo, accompagnate da vendite promozionali; insomma, serate in cui il pubblico potrebbe intervenire ed interagire con gli organizzatori e i librai. In poche parole, rispolverare i vecchi "caffè letterari"!

4. Pensi che i concorsi letterari svolgano effettivamente quel ruolo di viatico dei nuovi talenti che si prefiggono?
I: Con lo sviluppo delle tecnologie digitali è nato anche il self-publishing, strumento che consente agli scrittori emergenti di farsi editori di se stessi. Tuttavia, penso che i concorsi letterari continuino a rivestire un ruolo importante per farsi notare dalle case editrici. Tentar non nuoce e vincere impreziosisce la proposta editoriale.
V: Parlando dei concorsi letterari, penso che essi possano effettivamente aiutare i nuovi talenti ad emergere, in base alla loro entità. Parlando con schiettezza, è risaputo che un concorso molto più importante e più seguito rispetto ad un altro, offra maggiori possibilità di rendersi visibili e crearsi un posto nell'ambito in questione.

5. Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?  
I: Tradurre libri, lavorare in una casa editrice, gestire una libreria tutta mia. Più semplicemente, trasformare una mia grande passione nella mia professione.
V: Il mio sogno nel cassetto è quello di continuare a scrivere, cosa che faccio sin da quando ero bambina, e pubblicare tanti libri, con la speranza che possano appassionare i miei lettori ed offrire loro piacevolissimi momenti.

6. Quando scrivi un libro esiste la così detta crisi di metà strada, ovvero la difficoltà nel continuare oltre la metà del libro. Come hai fatto a superarla?
V: Ebbene si, confermo che, almeno per quanto mi riguarda, esiste la cosiddetta crisi di metà strada. Solitamente infatti le idee si affollano all'inizio una dopo l'altra e man mano che procedo si diradano un po'. Arrivata a questo punto, rileggo più volte e con molta attenzione ciò che ho scritto precedentemente, in tal modo le idee ritornano e proseguo con la stesura sino a termine del libro.

7. Quali caratteristiche dovrebbe avere un libro per essere vincente sul mercato e appassionare i lettori? 
I: Se parliamo di narrativa, una storia originale, ben strutturata e ben scritta, è il punto di partenza. L'aspetto emozionale è di fondamentale importanza, un libro deve farti venir voglia di non staccare gli occhi dalla prima all'ultima pagina e di saltare le righe per sapere cosa accadrà. A un libro ben fatto, poi, deve aggiungersi una giusta strategia di marketing.

8. Quali sono i settori che, a vostro avviso, tirano per la maggiore?
I: Se non consideriamo i best-seller, i grossi nomi e i casi letterari, credo che la narrativa, in particolare il giallo in tutte le sue declinazioni, vada per la maggiore. Molto gettonati sono anche i libri di cucina (le trasmissioni televisive aiutano!) e i romanzi/biografie scritte da personaggi noti, che in un mercato editoriale vittima della crisi attirano i lettori con il proprio nome.
V: I generi che a mio avviso, oggigiorno vanno per la maggiore, sono il fantasy, e sempre più prepotentemente quello erotico.


Gianluigi Usai