Cari lettori siamo finalmente tornati. Oggi vi proponiamo un interessante contraddittorio sui candidati delle primarie del Partito Democratico americano.
Buona lettura,
lunedì 28 marzo 2016
Sanders, Leone del Vermont.
"I don’t believe government should take over the
grocery store down the street or own the means of production, but I do believe
that the middle class and the working families who produce the wealth of
America deserve a decent standard of living and that their incomes should go
up, not down. I do believe in private companies that thrive and invest and grow
in America, companies that create jobs here, rather than companies that are
shutting down in America and increasing their profits by exploiting low-wage
labor abroad." (discorso alla Georgetown University nel novembre del 2015)
L’arzillo vecchietto Bernard Sanders, che compirà 75 anni
l’8 settembre, sta sconvolgendo il mondo politico americano con le sue idee
definite da molti socialiste e rivoluzionarie. Eletto sindaco per ben tre volte
di Burlingron, la più popolosa città del Vermont, è stato parlamentare per 16
anni e senatore per 10. Fu fra i pochi a votare contro l’invasione dell'Iraq e
ad opporsi al Patriot Act.[1] Celebri anche le sue campagne contro la
pena di morte e di diritti di donne e omosessuali. Solo nel novembre del 2015
si è affiliato al Partito Democratico, passando comunque agli annali come il
più longevo parlamentare indipendente della storia degli Stati Uniti.
Quando, il 30 Aprile 2015, annunciò che avrebbe concorso
alle primarie del Partito Democratico[2], ,contro Hillary Clinton, nessuno
credeva potesse arrecare grandi pensieri a colei che tutti i pronostici davano
già come la 45° presidente degli Stati Uniti. E invece, su 33 stati in cui si
sono già tenute le primarie, Sanders si è imposto in ben 16, arrivando ad un
soffio dalla Clinton in altri 4 e accumulando un totale di 1.038 delegati
contro i 1.266 di Hillary. Quello che preoccupa maggiormente gli analisti
democratici è il fatto che la Clinton ha ottenuto le sue vittorie più nette in
stati che i democratici hanno poche speranze di conquistare alle presidenziali
mentre ha faticato negli stati in bilico, che saranno in futuro fondamentali.
In questi giorni sono andato a scrutare il programma di Sanders
nella sua pagina ufficiale, incuriosito dalle storie contraddittorie che
circolano su di esso nei vari mass media. Grazie ad una rara e concisa
chiarezza espositiva, priva di fronzoli e sofismi, si ha l’opportunità di
comprendere rapidamente quelli che sono gli obiettivi e le risorse con le quali
l’uomo vorrebbe raggiungerli. Di sotto riporto alcuni dei punti fondamentali:
Riduzione delle disuguaglianze. Fra il 1967 e il 2011 il
coefficiente di GINI[3] negli Stati Uniti è passato da 0,397 a
0,477[4]
evidenziando come la ricchezza del paese sia sempre più concentrata nella mani
di una piccola parte della popolazione. Per far fronte a questo fenomeno, in
forte peggioramento nel corso degli ultimi 10 anni, Sanders propone diverse
misure:
- Incremento del salario minimo da 7,25 $ a 15 $ all’ora.
- Introduzione di una tassa di successione progressiva per coloro che ereditano più di 3,5 milioni di dollari.
- Incremento delle imposte per coloro che guadagnano più di 250.000 $ e l’equiparazione dell’aliquota applicata ai proventi ottenuti tramite investimenti a quella dei redditi da lavoro.
- Far fronte all’evasione fiscale perpetrata dalle grandi imprese tramite l’utilizzo di paradisi fiscali e complesse architetture finanziarie tramite l'intensificazione dei controlli e la creazione maggiori disincentivi. [5]
Lavoro e istruzione. Circa il 5,5% della americani è
disoccupato, percentuale che sale al 15% quando si parla di giovani.
Sanders al riguardo propone una serie di misure per alcuni un pò vecchio
stampo:
- Investimenti in infrastrutture per circa 1.000 miliardi di dollari nell’arco di 5 anni con ricadute occupazionali stimate su circa 13 milioni di persone.
- Creazione di un piano lavoro per i giovani del valore di 5,5 miliardi dollari all’anno.
- Abolizione delle rette universitarie e riduzione del tasso di interesse applicato ai prestiti studenteschi elargiti dalle agenzie federali dal 4,29% al 2,37%
Diritti dei più deboli. Negli USA mediamente una donna, a
parità di lavoro e condizioni, guadagna il 79% di un collega uomo. Tenendo
presente che molte di loro sono madri single trovato il problema. Sanders al
riguardo propone:
- Rafforzamento dei programmi federali volti ad aiutare le donne single e l'infanzia.
- Rafforzare le leggi federali per favorire l’accesso al sistema sanitario e al mondo del lavoro delle persone LGBT.
- Espandere il sistema sanitario nazionale garantendo ad ogni americano una copertura ulteriore di almeno di 65 $ al mese tenendo conto in particolare degli anziani e dei vecchi.
Complessivamente il programma di Sanders ha molti pregi e
molti dei suoi punti non hanno nulla di sconvolgente per un europeo. Altri,
come la lotta contro Wall Street o contro i trattati di libero commercio hanno
una connotazione un po troppo di parte e una difficile applicazione. Per quanto
concerne le coperture finanziarie in generale, alcuni punti ne sono sprovvisti
vista l'impossibilità di ovviare nel breve periodo all’evasione delle grandi
imprese e alla lotta contro le scappatoie fiscali insite nel sistema tributario
americano. Su questo punto Berny, qualora venisse eletto, dovrà lavorare
alacremente....
Gianluigi Usai
[1] La norma, con l’obiettivo di ridurre il
rischio di attacchi terroristici, rafforza il potere della polizia
facilitando l'accesso e la raccolta di informazioni personali. Nell'ottobre
2007 la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale la legge.
[2] Le primarie del Partito Democratico si
tengono fra i mesi di febbraio e giugno del 2016. Il candidato del partito
viene eletto in modo indiretto ovvero ogni stato, in virtù del numero degli
abitanti, pone in palio dei delegati. Questi grandi elettori, eletti tramite il
sistema proporzionale, sono successivamente chiamati a scegliere il candidato
del partito per le presidenziali.
[3] Il coefficiente di Gini viene
utilizzato per misurare le diseguaglianze nella distribuzione della
ricchezza. Si tratta di un numero compreso fra 0 e 1 in cui valori bassi
indicano un uguaglianza nella distribuzione e viceversa valori alti una
disuguaglianza.
[4] Fonte:
http://gini-research.org/system/uploads/443/original/US.pdf?1370077377
[5] Secondo uno studio del Congresso americano
l’evasione fiscale compiuta dalle grandi imprese arreca all’erario statunitense
una perdita di circa 100 miliardi dollari all’anno.
Hillary e la White
House of Cards. (Verso) quale progressismo?
Da
venerdì 4 marzo House of Cards torna,
con la sua quarta stagione, a far presenza fissa nella vita delle persone,
almeno in quella di chi (al netto dei necessari detrattori) ne è diventato fan
e poi quasi subito “accro”, vero e proprio web-dipendente.
In
Italia pare che i diritti per la trasmissione della serie se li sia comprati
Sky Atlantic, qui in Francia, invece, Netflix continua a trasmetterlo, convincendomi,
con questo colpaccio, a passare dal mese di prova all’abbonamento payant.
Quest’anno,
però, a rendere il tutto molto più condito c’è la stretta attualità, quella
delle “vere” Presidenziali Usa 2016, caratterizzate, prima facie, da una forte dose di punti interrogativi, soprattutto
quando si pensa alle primarie dei Repubblicani e all’ascesa inarrestabile ma
non incomprensibile del milionario (ho scelto un aggettivo neutro) D. Trump.
Anche
per i Democratici (che nella finzione
sono rappresentati dal politico senza pudore Frank Underwood), le primarie per
l’elezione, nel novembre del 2016, del prossimo Presidente sono iniziate il
primo febbraio nello Stato dell’Iowa. La favorita per la vittoria, secondo i
più, sarebbe Hillary Clinton, per quanto il suo avversario socialista Bernie Sanders
sembri renderle il compito di futura eletta piuttosto spinoso e affatto
anodino. Probabilmente quest’ultimo, oltre a piacere ad una certa Europa che
guarda con riserbo e scetticismo all’America, ha saputo catalizzare una larga
parte del disappunto popolare made in Usa.
In via di estrema sintesi, possiamo dire
che il rivendicato impegno progressista del senatore del Vermont si distingue
nettamente dalla posizione più padronale che sindacale dell’avversaria Clinton.
Hillary,
dal canto suo, ha da offrire una carta che chiunque non può fare a meno di
notare: il suo essere donna.
Al
suo primo tentativo, nel 2008, di candidata all’investitura democratica,
durante la campagna elettorale aveva scelto di soprassedere circa fatto che la
sua elezione alla Casa Bianca avrebbe comportato un primato storico: sarebbe
stata il primo Presidente Usa e soprattutto “Commander-in-Chief of the Army and of the Navy”di sesso femminile. Mi duole dirlo, anzi scriverlo (oggi peraltro
è l’otto marzo, per cui mi pesa ancora di più questo ragionamento) ma l’afflato
femminista non si contiene facilmente, anche quando è funzionale solo ad un
gioco di strumentalizzazioni tattiche.
All’epoca
prevalse, invece, l’afflato antirazzista e l’orgoglio afroamericano, Obama,
infatti, scelse di sottolineare la storicità della sua vittoria, l’elezione di
un nero da parte di un elettorato prevalentemente bianco. Anche allora lo scenario
sullo sfondo era quello dell’Iowa, ed Hillary si posizionava terza
classificata, dovendo riconoscere la difficoltà della sfida. Poi, sei mesi
dopo, al momento della riconosciuta sconfitta, nel suo discorso di sospensione
della campagna compare “finalmente” l’espressione “glass
ceiling”, il soffitto di cristallo che le donne non riescono mai, secondo
la tradizione e l’odierno storytelling,
a sfondare.
Ecco qui
alcuni stralci dello speech “finale” del
giugno 2008 di una Donna ormai ex candidata alla nomination presidenziale[1] :
“…Now, on a personal note, when I was
asked what it means to be a woman running for president, I always gave the same
answer, that I was proud to be running as a woman, but I was running because I
thought I'd be the best president.
But I am a woman and, like millions of women, I know
there are still barriers and biases out there, often unconscious, and I want to
build an America that respects and embraces the potential of every last one of
us.
I ran as a daughter who benefited from opportunities
my mother never dreamed of. I ran as a mother who worries about my daughter's future
and a mother who wants to leave all children brighter tomorrows.
To build that future I see, we must make sure that
women and men alike understand the struggles of their grandmothers and their
mothers, and that women enjoy equal
opportunities, equal pay, and equal respect.
Let us resolve and work toward achieving very simple
propositions: There are no acceptable limits, and there are no acceptable
prejudices in the 21st century in our country.
You can be so proud that, from now on, it will be
unremarkable for a woman to win primary state victories - unremarkable to have
a woman in a close race to be our nominee, unremarkable to think that a woman
can be the president of the United States. And that is truly remarkable, my
friends.
To those who are disappointed that we couldn't go all
of the way, especially the young people who put so much into this campaign, it
would break my heart if, in falling short of my goal, I in any way discouraged
any of you from pursuing yours.
Always aim high, work hard and care deeply about what
you believe in. And, when you stumble, keep faith. And, when you're knocked
down, get right back up and never listen to anyone who says you can't or
shouldn't go on.
As we gather here today in this historic, magnificent
building, the 50th woman to leave this Earth is orbiting overhead. If we can
blast 50 women into space, we will someday launch a woman into the White House.
Although we weren't able to shatter that highest,
hardest glass ceiling this time, thanks to you, it's got about 18 million
cracks in it, and the light is shining through like never before, filling us
all with the hope and the sure knowledge that the path will be a little easier
next time.”
Oggi
però Hillary non ha più come sfidante il
“primo Presidente di colore” della storia, può tranquillamente presentarsi come
madre, nonna e moglie, insomma come la “prima donna Presidente” degli Stati
Uniti d’America. Può premere sul tema della parità dei salari, sui congedi
parentali e di malattia. Se Sanders l’accusa di fare parte dell’establishment, lei può rispondere tono
su tono con l’argomento del genere, della donna che per la prima volta prova a
sfondare il tetto della Presidenza Usa.
Il
problema è che stavolta le sfumature di colore (o di genere) contano poco, la
campagna dei democratici è controbilanciata, infatti, dagli assalti grotteschi
ma piuttosto efficaci di Trump sul versante dei Repubblicani, che non hanno
certo problemi a far propria la metrica del machismo per impostare la battaglia
(anzi “Moderate Republicans in the House
are pussies” dicono loro). Diciamo,
inoltre, noi che Clinton oggi si interfaccia, per le primarie, con un politico
definito “socialista”, con una bestia assai diversa da domare rispetto
all’animale sociale, premio nobel sulla fiducia, Obama. L’appello al genere,
alla lobby in senso atecnico delle femmine, potrebbe quindi non funzionare.
Mettiamola
così. Perché un’ americana democratica dovrebbe votare per una donna in
ossequio ad una logica di appartenenza e di solidarietà, chiamiamola femminile,
a prescindere dai contenuti, appunto dalle idee? Questa mi pare la domanda che
occorre porsi, oggi, nel 2016, più che allora nel 2008.
Oggi
il femminismo sbandierato in sé e per sé (e quindi poco tale), in un’epoca segnata dal ritorno dell’idea “dell’uso
legittimo della forza” e dei valori “maschi” come baluardo della sicurezza (la
Francia meriterebbe una parentesi spin -off
su questo tema) rischia di avere uno scarsissimo appeal.
Alle
primarie dunque le donne americane votano Bernie così come votano Hillary, per
motivi altri rispetto al genere, perché la “vera rivoluzione” (slogan di
Sanders) non consiste nel portare una minoranza al potere[2].
Eppure
Hillary Clinton sottolinea che la battaglia per la parità non è ancora stata
vinta: il Time in un articolo recente riporta, del resto, che non solo in
America non è mai stata eletta una donna Presidente, ma anche che solo il 12
per cento dei governatori, il 18 per cento dei sindaci e meno del 5 per cento
dei 1000 CEO riportati su Fortune sono donne. Insomma
c’è terreno fertile per far valere certe argomentazioni.
Usate
la testa e il cuore dice Hillary per convincere gli elettori, ma per il NYTimes c’è anche un problema
generazionale da prendere in considerazione.
Per quanto la Clinton abbia tirato dentro la sua campagna la giovane
Lena Dunham, creatrice e star dello show targato HBO “Girls,” nonché la cantante Demi Lovato, per
strizzare l’occhio alle elettrici delle ultime generazioni, qualcosa sembra non
carburare.
Probabilmente
non basta che sia una donna, perché per molte e molti Clinton potrebbe non
essere, ovvero non rappresentare, la giusta “prima” donna. Chi vota sceglie l’avversario dei
Repubblicani, e nel piatto ha forse bisogno di qualche ingrediente in più.
Anche
se Hillary, bisogna dargliene atto, a risposta dello slogan di Sanders, si
presenta come la candidata progressista
che vuole cambiare le cose sì ma con realismo, cercando di classificare così il
competitor come un non pragmatico che offre più che altro delle illusioni.
Insomma la sinistra di Wall street contro la sinistra del popolo americano,verrebbe
da dire, adottando l’interpretazione che offrono i sostenitori del senatore
“socialista”(riferendosi anche, chiaramente, alle diverse fonti di
finanziamento dei due[3]).
Partendo
proprio dalla riflessione sul realismo/ idealismo dei due candidati, il
professore Jedediah Purdy della Duke Law School ha recentemente
analizzato, in un articolo apparso sull’Huffington Post [4], gli argomenti
usati dall’establishment democratico per ledere la legittimità di Bernie
Sanders, come candidato credibile. In particolare, Purdy si sofferma sulle
posizioni dell’economista neokeynesiano Paul Krugman e della giornalista del
New Yorker, Alexandra Schwartz, entrambi sostenitori della Clinton. Secondo
Krugman, infatti, governare risulta un
compito troppo impegnativo per un idealista democratico socialista, che
peraltro non appare disposto a fare compromessi. Ed è,
peraltro, su questa falsariga, quella dei trade-offs
inidspensabili, che scatta l’endorsment
per Hillary da parte del The
New York Times Editorial Board: “Mrs. Clinton has done her homework on pretty much
any issue you care to name”.
Per
la Shwartz, invece, Sanders farebbe presa sui più giovani perché capace di
evocare miti di purezza e di "nostalgia
for an imaginary time of simpler, more straightforward politics”.
Purdy,
sostiene, nel prosieguo del suo ragionamento che gli argomenti di Krugman e
Shwatz ricordano quelli di due intellettuali della prima metà del Novecento:
Walter Lippmann e Joseph Schumpeter. Questi ultimi, secondo l’autore, avevano
della democrazia un’idea pragmatica, ovvero la interpretavano come strumento di
manipolazione per ottenere il consenso appunto della maggioranza, letta come un
insieme di cittadini ignoranti dei veri
meccanismi che governano il sistema politico ed economico.
È
dunque la versione del realismo in politica che viene in soccorso della carta
meno vincente del femminismo al comando, è l’idea che qualcuno deve pur saper
governare, a prescindere forse dalla concreta possibilità di realizzare le
promesse contenute nel programma.
Non
c’è allora bisogno di guardare, tutto d’un fiato possibilmente, i nuovi episodi
di House of Cards per avere lezioni
scontate sul potere, sulle agghiaccianti macchinazioni della politica. Anche
nella realtà una ex First Lady (spoiler
alert) va verso il gradino più alto nel podio di quelli che contano. Anche
nella realtà, si mescola un po’ di sana soap
opera (che per il popolo ignaro o ignorante va sempre bene) sull’importanza
di essere donna, progressista ma realista, oppure uomo sì ma socialista,
appoggiato dalla gente e dai sindacati, con idee “rivoluzionarie”, contenute in
un programma ispirato alle social democrazie scandinave (alla Olof Palme), con
la necessità, questa certo di natura pragmatica,
di tirar fuori un nome che ha serie possibilità di essere quello del prossimo Presidente
degli Stati Uniti d’America.
Benedetta
Celati
[1] Per
seguire tutto il discorso ecco il link al video http://www.nbcnews.com/id/21134540/vp/25021292#25021292
[2]
Ecco il link al video dell’endorsement di Madeleine Albright, che invece sembra
proprio usare questo argomento con una certa veemenza (There’s a place in Hell
reserved for women who don’t help other women) http://www.nytimes.com/video/us/politics/100000004193587/albright-urges-women-to-back-clinton.html?src=vidm
[3]
Secondo Open Secrets, che raccoglie i dati per l’insieme dei membri del Congresso,
Hillary Clinton ha tra i suoi finanziatori che l’hanno sostenuta lungo tutta la
sua carriera politica cinque grandi banche i cui nomi sono ampiamente associati
a Wall Street: Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan Chase, Citigroup,
e Lehman Brothers (di cui tutti conosciamo la sorte).
domenica 31 maggio 2015
Nuovi e vecchi potenti
Sempre più spesso personalità del mondo degli affari
sostituiscono i politici nelle posizioni apicali della classifica Forbes sulle
donne e gli uomini più potenti del mondo. Seppur questo ranking abbia un
funzione puramente orientativa consultarlo risulta utile per comprendere le
dinamiche in atto a livello globale. In un futuro non troppo lontano, le
persone di seguito descritte, solo alcune delle quali già facenti parte di
questa speciale classifica, potrebbero giocare un ruolo decisivo.
Vincent Bollorè, 63 anni, un patrimonio stimato di 7,2
miliardi di dollari, è a capo dell'omonimo gruppo dal 1981. Dopo averlo
radicalmente ristrutturato, l'ha trasformato in una conglomerata con interessi
che che vanno dal settore della logistica, dove controlla il più importante
operatore del settore in Africa, alla pubblicità, con Havas. Ha sviluppato con
Pininfarina le vetture elettriche utilizzate da Autolib, il servizio di car
sharing attivo a Parigi e in altri 40 comuni dell'Île-de-France. Nel 2011, con
la vendita dei canali Direct 8 e Direct Star a Canal + è entrato in Vivendi,
colosso francese dell'entertainment. Nel 2014 ne è divenuto presidente e si è
reso l'artefice della sua profonda trasformazione con la vendita degli attivi
telefonici e la focalizzazione sui contenuti. Alla fine del 2015, una volta
ultimato il processo di dismissioni, Vivendi si troverà con ben 18 miliardi
disponibili fra cassa e titoli liquidabili. Somma che ha già suscitato
l'interesse di grossi investitori, quali per esempio Peter Schoenfeld, che
invano hanno cercato di costringere la società a distribuire tale somma. In
Italia, dove Bollorè è da lungo corso azionista di Mediobanca, proprio in
questi giorni Vivendi si sostituirà a Telefonica nel ruolo di primo azionista
di Telecom Italia. Il mercato italiano è fertile. La convergenza telefonia –
contenuti è solo ad uno stadio embrionale. Il settore della pay tv è
caratterizzato dalla presenza di operatori, Sky e Mediaset, in difficoltà. I
tempi sono quindi maturi per permettere a Vivendi di diventare il leader del
mercato italiano. Obiettivo raggiungibile sfruttando le sue risorse per
rafforzare la sua posizione in Telecom e, allo stesso tempo, espandersi nei
contenuti, magari acquisendo Mediaset Premium, concessionaria dei diritti tv
per la Champions league per i prossimi tre anni ma bisognosa di risorse per
crescere.
Toru Hotchi è un oscuro funzionario del ministero della
difesa giapponese. Ufficialmente direttore della divisione per gli armamenti,
nella pratica, seguendo le orme di quanto fecce il MITI[1]
per l'industria civile, si occupa di sponsorizzare e favorire la vendita di
armi giapponesi all'estero. Il rinato attivismo nipponico si è reso possibile
grazie alla modifica dei tre principi fondamentali nazionali sull’esportazione
di armi. Stando a quanto pubblicato dal ministero della difesa di Tokyo, il
paese esporterà armi solo a coloro che risulteranno avere una gestione
appropriata dell’equipaggiamento richiesto. L'affievolimento della legge
permetterà al settore, confinato ai soli confini domestici a seguito della II
guerra mondiale, di partecipare alla corsa agli armamenti in atto in Asia.
L'India, per esempio, conta di spendere 150 miliardi di dollari per ammodernare
il proprio apparato militare da qui al 2027. Gli altri paesi della regione,
intimoriti dalla crescente potenza cinese, faranno lo stesso. Le imprese
giapponesi non sono ancora preparate per competere su un mercato tanto
complesso, dove politica ed affari si incrociano in un grimorio indipanabile.
Possono però già contare su una indiscussa posizione di leadership in alcune
nicchie di mercato come quella dei sottomarini diesel o degli aerei anfibi. In
futuro vedremo se Toru Hotchi sarà stato in grado di aiutare, fornendo un adeguato
supporto diplomatico, le imprese giapponesi nella conquista dei mercati
mondiali.
Mohammad bin Salman, 34 anni, dal 23 gennaio 2015, lo stesso
giorno in cui suo padre è asceso al trono degli Al Saud, è il nuovo ministro
della difesa dell'Arabia Saudita. Come principale consigliere del re,ha
favorito un profondo cambio nelle alte sfere del paese, conclusosi, il 29
aprile, con la rimozione del fino ad allora principe ereditario. Grazie a
questa manovra Mohammad ha consolidato il suo potere divenendo al contempo
terzo nella linea di successione. Il principe ha favorito uno stile di governo
decisamente più dinamico ed aggressivo. L'intervento in Yemen, operazione che
sta dirigendo in prima persona, evidenza ulteriormente il cambio di rotta.
L'Arabia Saudita si trova in una situazione complessa. Gli americani stanno
cercando di porre fine ad anni di lotta con l'Iran, principale nemico del
regno. Questo accordo potrebbe in futuro privare Riyadh del prezioso supporto
americano in chiave anti - iraniana. A livello economico il paese è impegnato
in una lotta per il mantenimento della primazia nel mercato globale del
petrolio contro il duo Iran - Irak e i grandi produttori shale americani.
Obiettivo spregiudicatamente perseguito favorendo un rapido crollo del prezzo
del greggio a cui il regno può far fronte, visti i suoi bassi costi di
estrazione, ma non molti altri membri dell'OPEC. Il regno degli Al Saud è un
paese fra due mondi con un piede nel medioevo e uno nel nuovo millennio. Mentre
il governo continua ad interpellare gli ulema sulla congruità o meno ai
principi del Wahhabismo di ogni importante provvedimento, il volto della città
è sempre più costellato da nuovi grattacieli e moderne infrastrutture. Solo fra
un anno paio di anni potremo sapere se il nuovo deciso approccio del paese in
campo economico e politico avrà avuto successo. Da esso probabilmente dipenderà
anche il destino del giovane principe.
Gianluigi Usai
Gianluigi Usai
[1] Ministero per il Commercio Internazionale e
l’Industria.
domenica 17 maggio 2015
Una mattina mi son svegliato e ho trovato (morto di freddo) l’invasor
Iniziavo a Parigi il mio 2015, un po’ stanca, un po’ impaurita ma anche, decisamente, un po’ contenta.
Nella mia nuova soluzione temporanea mi ero ricavata lo spazio per riempire la testa di riflessioni, suggestioni, ambizioni. Quelle di sempre con l’aggiunta di qualche nuova, confusa, impressione.
Erano i mesi dopo l’ attentato di Charlie Hebdo, dopo la manifestazione di Parigi, erano i giorni dell’Isis in Libia e dell’Italia che deve, può, ma forse no, intervenire. Erano i giorni degli sbarchi sulle coste della Sicilia.
A ben vedere la questione dei migranti non rappresentava proprio una novità del nuovo anno, assumeva però una rilevanza nuova se associata alle prime due consistenti novità, almeno secondo l’informazione organizzata e globalizzata, quella che crea opinione.
Non nego poi che anche la vittoria di Tsipras in Grecia, nel mentre, abbia avuto il suo peso. Forse solo momentaneo, ma dell’entusiasmo incosciente a me e ad altri lo ha portato.
Cosciente della mia incoscienza, leggevo tutte queste notizie di inizio anno e liberavo un po’ di pensieri, sensazioni a volte inutili, se colte fuori da un insieme.
Con le elezioni in Grecia di fine gennaio e la vittoria di Syriza, Bella Ciao, nella versione “moderna” dei Modena City Ramblers, è diventata una sorta di inno globalizzato. Già era stata proposta in lingua originale (almeno nel ritornello) ma promotrice di un nuovo spirito trascinatore, a Istanbul, nella celebre Piazza Taksim, nel giugno caldo del 2013, nonché sempre nella nota città turca dalla band Yourm (in versione, però, completamente turca). Poi c’era stata Honk Kong, con gli studenti di umbrella revolution, e Parigi, prima con la versione balcanica di Bregovic , nel 2013, e poi con la versione commossa ai funerali di Tignus e Charbonnier (Charb), ad inizio anno.
A leggere il testo ci si accorge, come sempre quando si presta un po’ di attenzione, che le parole sono importanti.
Quando leggo invasore penso che Bella Ciao si riferisce ad un contesto specifico e particolare. Anche se, come riporta il sito dell’Anpi, la canzone divenne inno ufficiale della Resistenza solo vent’anni dopo la fine della guerra, quel termine, invasore, significava e significa lotta per la libertà, resistenza di fronte ad un nemico vero, in carne ed ossa, che veniva combattuto con le armi e con il sacrificio della vita.
Oggi la parola invasore ha subìto una pericolosa ma ragionata operazione di sdoganamento culturale.
Tra gli invasori “eccellenti” però troviamo soprattutto loro, i migranti che arrivano del mare.
Il naufragio di Lampedusa, nell’ottobre 2013, ci ha restituito 366 (invasori) morti. In seguito a questa tragedia delle tragedie (la contabilità di chi perde la vita in questi viaggi disperati è decisamente infinita), scattava l’operazione Mare Nostrum, operazione sintetizzata nell’acronimo SAR, Search and Rescue, ovvero, di ricerca e soccorso.
Il 17 ottobre del 2014, a un anno circa dall’avvio di Mare Nostrum, Gil Arias Fernandez, direttore esecutivo dell’agenzia europea per la tutela delle frontiere Frontex, commentava a Varsavia, sede dell’agenzia, l’avvicendamento, dal 1 novembre, di Triton, sottolineando la differenza profonda delle due operazioni. A chiosa poi aggiungeva “ Le agenzie UE non possono sostituire gli Stati membri nella responsabilità di
controllare le loro frontiere”. Traducendo in maniera provocatoria questa affermazione, verrebbe da dire “ad ogni Stato”, secondo Fernandez, “spetta l’onere di mantenere il proprio personale muro di Berlino”.
Triton è, infatti, un’operazione coordinata e finanziata dall’agenzia Frontex, che costa meno di Mare Nostrum (3 milioni di euro al mese contro i 9 milioni della precedente) ma che ha, soprattutto, una ratio e delle finalità diverse. Con Triton, inizialmente destinata a terminare il 31 gennaio 2015, si implementa l’obiettivo, coerente con le funzioni dell’agenzia madre, di controllo delle frontiere, senza che vengano mobilizzate la ricerca ed il soccorso. Anche se poi di fatto, quando la gente affoga, se ti trovi in mare la devi soccorrere, che si tratti di un’operazione umanitaria di soccorso o securitaria di controllo delle frontiere.
Secondo i dati forniti dall’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, Capo di Stato Maggiore della Marina, durante l’audizione di dicembre 2014, presso la Commissione Diritti Umani del Senato, nel novembre 2013 gli immigrati giunti e soccorsi nel mediterraneo con Mare Nostrum furono, infatti, 1883, mentre nel novembre del 2014, tra i 9.134 migranti in arrivo, 3.810 sono stati soccorsi e sottoposti a screening sanitario prima dello sbarco, mentre 5.324 sono arrivati direttamente senza screening sanitario, essendo state coinvolte maggiormente nelle operazioni di recupero, con l’avvio della missione europea, le navi mercantili, sprovviste di personale sanitario a bordo. I numeri, come le parole, quando sono letti con attenzione, contano.
Ma le parole, il lessico, quando si affronta il problema dei flussi migratori che l’Europa deve provare a gestire, risulta sorprendentemente convergente verso l’emblematica costruzione dell’immaginario bipartisan della cosiddetta “umanità indesiderabile”. In Italia, per esempio, questo immaginario è stato arricchito dalla progressiva elaborazione della figura, prima concettuale, poi anche giuridica, dell’immigrato illegale, con la creazione di una nuova categoria di delinquente: il migrante.
Ma in fondo è l’intera politica migratoria europea ad essere fondata sulla necessità di difesa dal fantasma dell’invasione, combattuto a colpi di barriere giuridiche ma anche, appunto, fisiche, per ottenere una teorica solida chiusura del proprio territorio “aperto”, in perfetta asimmetria logica e concettuale con il principio comunitario della libera circolazione. Basta consultare il sito web Migreurop.org per rendersi conto, consultando la cronologia delle politiche europee (aggiornata al febbraio 2014) in materia di migrazione ed asilo, di come il loro incremento si sia sviluppato in parallelo, come in un fatale e assurdo gioco di proporzionalità diretta, con il crescente numero dei migranti morti.
Ma adesso, come ci racconta la cronaca dello scorso febbraio, con un agghiacciante “salto di qualità” nella scala degli orrori, si muore anche a bordo dei mezzi di soccorso, se non interviene l’annegamento, se non ci pensano le onde alte come muri e violente come il peggio che si può immaginare, in questi tempi duri per i troppo buoni c’è il freddo che può contribuire ad allungare la contabilità di chi si è perso prima ancora di arrivare.
Con Triton il pattugliamento, infatti, può giungere solo sino a trenta miglia dalle coste europee, ma l’Italia, che è “le coste europee”, rischia di vivere questo limite, legato al budget inferiore dell’operazione europea, come un ulteriore peso sulla coscienza, come una drammatica continua esposizione al dolore.
Gli eventi recenti mostrano, con un’altissima dose di asprezza, la verità di certe previsioni. Il Sud, con il suo quotidiano coinvolgimento coraggioso nei fatti di cronaca legati ai naufragi ed agli sbarchi di chi si salva, con la sua capacità di fare da porto umanitario, la punta dello stivale, a Parigi mi fa sentire straniera, perché in realtà mi fa pensare che sono italiana. Italiana come i tanti che commentano gli eventi e che dicono, a torto o ragione, dipende da come si argomenta, che l’Europa non può continuare a lasciar solo il nostro
Paese, che deve, con tutti i suoi Stati membri, anche quelli lontani dalle coste del mediterraneo, partecipare e cambiare concretamente il sistema, oltre agli annunci.
I riferimenti all’Europa sono chiaramente inevitabili, soprattutto adesso, a pochi giorni dall’ultimo (o meglio uno degli ultimi) naufragio infernale che, con i suoi almeno settecento morti affogati, ha scosso le coscienze e messo nella bocca di tutti parole importanti, troppo sovente separate dal loro autentico significato.
Gli otre settecento morti in mare hanno, solo apparentemente, fatto intendere un cambiamento di rotta. Non nelle navi degli scafisti ma nelle intenzioni di chi ci governa.
Giovedì 23 aprile 2015, infatti, si teneva a Bruxelles un Consiglio europeo straordinario, in seguito al quale veniva annunciato un timido piano d’azione europeo. Risultato: verranno triplicati i mezzi di Triton, operazione di sorveglianza delle frontiere, senza ripristinare l’operazione italiana Mare Nostrum, e sarà inasprita la lotta contro i trafficanti di esseri umani.
Al di là delle opinioni, molte delle quali espresse senza la necessaria prudenza che richiederebbe una questione al contempo così sporca e delicata, io registro solamente un dato: il senso di impotenza, misto ad una profonda paura. Paura del genere umano e delle cose tremende che può arrivare ad accettare.
Mi tengo stretta la mia sensibilità ma di fatto non mi serve a molto, se non ad immaginare le vite delle persone, oltre i numeri e i dati di cronaca. Penso al fenomeno dei tanti minori che partono non accompagnati, a chi li manda, a come deve stare dentro quando arriva a lasciar andare un figlio, senza conoscere l’esito di quella partenza, senza sapere se ci sarà un arrivo. Penso a quanti hanno vicende tristi da raccontare, le storie di un continente che, anche in senso figurato, si trova sotto i nostri piedi, che racconta quasi esclusivamente drammi, situazioni che danno il senso di una rotta che difficilmente si può invertire.
Quando ero piccola, me lo ricordo bene, quelli che dicevano “aiutiamoli in casa loro”, quelli che sostenevano che occorresse con urgenza investire per creare delle migliori condizioni nei Paesi martoriati, perché in fondo non si poteva fingere di ignorare le cause di tanto caos e dolore, erano quelli considerati altruisti, quelli che magari avevano una visione meno ristretta dei perimetri terresti e che cercavano un po’ di riflettere, in chiave non solo altruistica, sul futuro del genere umano e dunque anche sul loro.
Oggi egoismo ed altruismo si distinguono male, si confondono nelle affermazioni tanto ipocrite quanto ad effetto di chi dice bombardiamo le navi, però chiaramente vuote, per ragioni umanitarie, assicuriamoci di intervenire direttamente nei Paesi di partenza, come se fosse facile e come se finora non fosse stato importante. Come se un problema legato praticamente alla storia del nostro sviluppo potesse risolversi in una congerie di piccoli interventi riparatori, missioni efficaci, concordate con presunte organizzazioni internazionali, consapevoli già in partenza della debolezza dei propri intenti nobili.
Perché così vanno le cose, da sempre, e ora forse con tutto questo “fuggi fuggi” di esseri umani, con l’impellenza del problema concreto di dove distribuirli, delle quote di ripartizione, ci viene in mente anche il resto, quello che non ha mai smesso di essere il punto della questione.
Questo è il tempo in cui anche gli egoisti che parlano di invasione, che distinguono i moderati dagli estremisti, i regolari dai clandestini, insomma i sempre buoni dai sempre cattivi, si accorgono che le storie degli esseri umani pesano, a volte quanto i numeri e dati statistici, e che le fotografie dei volti delle persone a volte rischiano di passare osservate. Sono, infatti, delle istantanee che raccontano quel poco che basta ad
inficiare la retorica compatta del non ne voglio sapere, sono troppi, arrivano in un momento di crisi, arrivano nei giorni dei bilanci in pareggio, del poi, comunque, è anche un problema di sicurezza nazionale.
Questo è il tempo in cui tutti cantano tutto, ed è in questo tempo, infatti, che le parole si confondono.
Parigi anno 2015
domenica 12 ottobre 2014
Perchè tanti spin off?
Il 30 settembre il management di EBay[1]
ha annunciato uno spin off dal quale emergeranno due società distinte, ciascuna
delle quali focalizzata su uno specifico business. Il 6 ottobre, Hewlett
Packard[2]
e il 10 ottobre Symatec Corp[3] e Blackstone[4]
hanno annunciato che seguiranno lo stesso percorso. In tutti e quattro i casi,
il management, per spiegare l'operazione, ha utilizzato frasi che poco divergono
da quella di Michael Brown, CEO di Symantec:
"It has become clear that winning in both security and
information management requires distinct strategies, focused investments and
go-to market innovation. Separating Symantec into two, independent publicly
traded companies will provide each business the flexibility and focus to drive
growth and enhance shareholder value."
Su Bloomberg, Katie Benner, è riuscita a riassumere in poche
righe il perchè di queste scelte strategiche:
This fall's big corporate trend is to split fast-growing
businesses from those that are advancing more slowly. Companies are trying to
find ways to return value to shareholders in an environment where markets are
moving higher and break-up announcements are often followed by stock price
gains.
Che cosa possiamo apprendere da queste operazioni?
1. La formula imprenditoriale
di queste società non è più competitiva o attuale. Quando essa è valida il
valore dell'impresa è superiore alla somma delle sue parti, prese singolarmente.
In tutti questi casi, invece, gli analisti si aspettano dallo spin off la
liberazione di forti benefici, precedentemente inespressi. Nel caso di
Blackstone, addirittura, la sola presenza dell'Advisory, per via dei vincoli
regolamentari, stava comportando delle limitazioni nell'operatività delle altre
divisioni.
2. In Italia, ma più in
generale in Europa, si predilige alla scissione lo scorporo. Con la prima
tecnica, dalla società originaria, si creano due entità distinte, ciascuna con
la stessa base azionaria. Con la seconda, invece, le azioni della nuova entità
sono possedute dalla vecchia. E' quindi naturale che nel primo caso gli
azionisti abbiano un beneficio immediato dall'operazione mentre, nel secondo,
esso dipenderà dalla capacità del management della vecchia società di
valorizzare i fondi liberati.
Nei paesi anglosassoni la direzione, qualora non crei valore
per gli azionisti, viene obbligata a lasciare il suo ruolo da parte del
consigli di amministrazione oppure da azionisti attivi o ancora la società
potrebbe essere oggetto di una scalata ostile. In Europa il mercato del
controllo societario non è efficace per via di una serie di ostacoli
culturali-amministrativi ma anche dal diverso modello di corporate governance.
Le società sono molto spesso controllate da uno o più soggetti e con un
management che fa più gli interessi di una parte che della pluralità degli
azionisti.
[1] EBay. Società statunitense, fondata nel 1995
da Pierre Omidyar, gestisce dei siti di aste on-line che possono essere
utilizzati dagli utenti per comprare e vendere prodotti.
[2] Hewlett-Packard Company. Società
statunitense, fondata nel 1939 da Bill Hewlett e David Packard, si occupa della
produzione di hardware e di software. Fino al 2011 è stata la principale
produttrice mondiale di pc.
[3] Symantec Corp. Società statunitense, fondata
nel 1982, si occupa principalmente della produzione di software destinato
a salvaguardare la sicurezza dei computer da attacchi informatici.
[4] Blackstone. Società statunitense, fondata
nel 1985 da Peter G. Peterson e Stephen A. Schwarzman, è specializzata nei
settori di private equity, investimenti immobiliari, hedge funds, ristrutturazione
di aziende e gestione di fusioni e acquisizioni.
lunedì 6 ottobre 2014
Editoria? La svolta necessaria.
La comparsa di internet, quale mezzo d'informazione ed
intrattenimento alternativo a libri e giornali, la globalizzazione, che sta
progressivamente creando un'unica cultura planetaria, sommate ad una vita
sempre più stressante, stanno rendendo la vita difficile al mondo dell'editoria.
Con l'ausilio di Vittoria, autrice da pochi mesi del suo primo libro, e di
Irene, giovane editrice, cercheremo di comprendere le ragioni della crisi del
settore e le possibili risposte che questo dovrà dare per saper rispondere alle
nuove esigenze dei lettori.
1. Come ti sei avvicinata al mondo dell'editoria? Qual'è
stata la tua esperienza fino ad ora?
Irene: Ho sempre avuto la passione per i libri e ho sempre
desiderato lavorare a contatto con essi, perciò ho scelto di frequentare due
corsi di laurea che mi hanno permesso di farlo. Grazie a questa scelta ho avuto
la possibilità, in periodi diversi, di fare uno stage in una casa editrice e di
lavorare con traduttori professionisti.
Vittoria: Mi sono avvicinata al mondo dell'editoria
attraverso la pubblicazione del mio primo romanzo, dopo aver partecipato ad una
selezione per scrittori emergenti, indetta dalla mia Casa Editrice, appunto.
Fino ad ora la mia esperienza è stata positiva, ho ricevuto in breve tempo, un
contratto piuttosto articolato, che, devo dire, ha soddisfatto le mie
aspettative. La disponibilità per qualsiasi mio dubbio o perplessità, è stata
inoltre immediata sin dal primo momento.
2. Quali pensi siano i principali problemi del settore?
Pensi che la tecnologia, ovvero l'avvento dell'ebook, possa aiutare?
I: Il problema principale è la mancanza generale di
educazione alla lettura, e si acuisce in un periodo di crisi: meno soldi, meno
acquisti, meno possibilità di investire. L'ebook non è romantico come un libro
da sfogliare, ma rappresenta l'inevitabile adeguamento al mercato digitale,
come già successo per film e musica. Senza dubbio è comodo poter avere
centinaia di libri in un solo dispositivo; il rischio maggiore è costituito
dalle riproduzioni illegali.
V: Ritengo che i principali problemi del settore riguardino
in particolar modo le grandi difficoltà che uno scrittore sconosciuto, sia esso
giovane o già in avanti con gli anni, trova nel riuscire a far pubblicare le
proprie opere. Una casa editrice, a mio avviso, dovrebbe infatti valutare il
valore delle opere che le vengono inviate, e non soppesare l'identità dello
scrittore. In tempi recenti, per fare un esempio, vengono pubblicati troppo
spesso libri i cui autori sono personaggi del mondo dello spettacolo, libri che
magari non contengono alcun significato, scritti in modo orribile o addirittura
da altri per loro, ma in quanto appartenenti a persone già famose,
vengono editi a prescindere.
Per quanto riguarda l'avvento dell'ebook, credo che da un
lato, sia molto positivo, poiché le opere hanno una diffusione più capillare,
questo però nel mondo dei giovani, o comunque di chi ha la possibilità di
sfruttare la tecnologia. Un libro cartaceo è invece accessibile più o meno a
tutti ormai, perciò sono dell'avviso che non debba mai essere soppiantato da
quello in formato digitale, sia perché l'informazione e la cultura devono
essere alla portata di ciascun individuo, sia per scongiurare il rischio di
diventare eccessivamente dipendenti dal mondo computerizzato, alla stregua di
veri e propri automi.
3. Amazon sta travolgendo le librerie e il loro attuale modo
di essere. Quali provvedimenti, pensi, queste debbano adottare per arrestare il
loro declino?
I: Amazon è uno store globale, dove si trova di tutto, ed è
facile rimanere affascinati dalla possibilità di avere tutto quello che vuoi a
domicilio. La battaglia con un tale colosso sembra persa in partenza, ma le
librerie, da parte loro, hanno due armi da sfruttare per riuscire a conviverci:
trovare il modo di vendere in negozio il prodotto digitale e puntare sul
contatto umano. Mettere il cliente al centro dell'attenzione, coinvolgerlo, consigliarlo,
appassionarlo. La parola d'ordine deve essere "competenza", se il
cliente-lettore la troverà continuerà a fidarsi.
V: Con l'impazzata di Amazon, le librerie, per evitare il
loro declino, dovrebbero organizzare molto frequentemente delle serate
interamente dedicate alla cultura, magari prefiggendosi un tema da affrontare,
come per esempio il pensiero di un determinato autore, il contesto in cui si
sviluppa e via dicendo, accompagnate da vendite promozionali; insomma, serate
in cui il pubblico potrebbe intervenire ed interagire con gli organizzatori e i
librai. In poche parole, rispolverare i vecchi "caffè letterari"!
4. Pensi che i concorsi letterari svolgano effettivamente
quel ruolo di viatico dei nuovi talenti che si prefiggono?
I: Con lo sviluppo delle tecnologie digitali è nato anche il
self-publishing, strumento che consente agli scrittori emergenti di farsi
editori di se stessi. Tuttavia, penso che i concorsi letterari continuino a
rivestire un ruolo importante per farsi notare dalle case editrici. Tentar non
nuoce e vincere impreziosisce la proposta editoriale.
V: Parlando dei concorsi letterari, penso che essi possano
effettivamente aiutare i nuovi talenti ad emergere, in base alla loro entità.
Parlando con schiettezza, è risaputo che un concorso molto più importante e più
seguito rispetto ad un altro, offra maggiori possibilità di rendersi visibili e
crearsi un posto nell'ambito in questione.
5. Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?
I: Tradurre libri, lavorare in una casa editrice, gestire
una libreria tutta mia. Più semplicemente, trasformare una mia grande passione
nella mia professione.
V: Il mio sogno nel cassetto è quello di continuare a
scrivere, cosa che faccio sin da quando ero bambina, e pubblicare tanti libri,
con la speranza che possano appassionare i miei lettori ed offrire loro
piacevolissimi momenti.
6. Quando scrivi un libro esiste la così detta crisi di metà
strada, ovvero la difficoltà nel continuare oltre la metà del libro. Come hai
fatto a superarla?
V: Ebbene si, confermo che, almeno per quanto mi riguarda,
esiste la cosiddetta crisi di metà strada. Solitamente infatti le idee si
affollano all'inizio una dopo l'altra e man mano che procedo si diradano un
po'. Arrivata a questo punto, rileggo più volte e con molta attenzione ciò che
ho scritto precedentemente, in tal modo le idee ritornano e proseguo con la
stesura sino a termine del libro.
7. Quali caratteristiche dovrebbe avere un libro per essere
vincente sul mercato e appassionare i lettori?
I: Se parliamo di narrativa, una storia originale, ben
strutturata e ben scritta, è il punto di partenza. L'aspetto emozionale è di
fondamentale importanza, un libro deve farti venir voglia di non staccare gli
occhi dalla prima all'ultima pagina e di saltare le righe per sapere cosa
accadrà. A un libro ben fatto, poi, deve aggiungersi una giusta strategia di marketing.
8. Quali sono i settori che, a vostro avviso, tirano per la
maggiore?
I: Se non consideriamo i best-seller, i grossi nomi e i casi
letterari, credo che la narrativa, in particolare il giallo in tutte le sue
declinazioni, vada per la maggiore. Molto gettonati sono anche i libri di
cucina (le trasmissioni televisive aiutano!) e i romanzi/biografie scritte da
personaggi noti, che in un mercato editoriale vittima della crisi attirano i
lettori con il proprio nome.
V: I generi che a mio avviso, oggigiorno vanno per la
maggiore, sono il fantasy, e sempre più prepotentemente quello erotico.
Gianluigi Usai
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